Gli uomini eguali
© Edizioni Bietti 2005
 

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Perché scrivere degli anni Settanta

Scrivere degli anni Settanta: che palle! Roba da reduci. Roba da vecchi. Comunque la metti, roba del c...o. Però…

È cambiato tutto: il mondo, l'Italia, il dentro e il fuori e anche il modo di relazionarli. Per rimanere alla politica, si è interrotta una continuità che durava da un paio di secoli, quel lungo toboga che ha scaraventato nella mischia una decina di generazioni; giù, a catafascio verso la Grande Trasformazione Epocale, i primi a spingere gli altri. È un tempo mitico che è venuto meno con l'89, il secondo 89. Ne è nato poi un altro, con l'11 settembre, ma questa è tutta un'altra vicenda. Allora, ci pareva di stare fuori dalla storia, da quella roba che si succede, un pezzo alla volta. In altri termini, di farla, la storia, e pertanto di stare in un meta-luogo in cui lo spazio e il tempo non hanno la consequenzialità del nostro comune mondo. Eravamo lì, tutti quanti, i vivi e i morti, a spingere come dannati. Dopo di che, noi, gli ultimi, gli epigoni della rivoluzione, ci siamo ritrovati soli, come pupazzi appesi a un filo. Chi ci aveva preceduto stava ormai rinchiuso negli scaffali della storia, quella che si può investigare perché definitivamente conclusa. Alleluia!

Certo, bastava saperlo in tempo e ci saremmo evitati un'ennesima tragedia, ma il dono della preveggenza sta alla politica come le corna alle relazioni d'amore. Si può solo remare un po' contro corrente e provare ad evitare le rapide più insidiose. Lo diceva un vecchio timoniere di cui, ormai, si è perso anche il ricordo. Perché è tutta un'apparenza, purtroppo, il sentirsi affratellati nel cambiamento radicale, a dispetto dello spazio e del tempo. Per quanto, col rito, tu cerchi di attualizzare il mito - e la violenza rivoluzionaria è una procedura di formidabili capacità evocative - i piedi stanno sempre ancorati alla terra e si scapuzza più che volentieri. Si procede peggio dei proverbiali ciechi e il fosso è stracolmo da un bel po'.

Allora, perché scrivere degli anni Settanta? Perché ci tocca e non se ne può fare a meno. Parliamone, facciamo loro i funerali, poi passiamo ad altro, ma dopo averli finalmente condivisi, ché una solida identità nazionale deve comprendere anche i periodi pesi. A meno che non si voglia continuare con le manfrine, con gli omogeneizzati, con i prodotti taroccati. Scriviamone, perché un'intera generazione, meno pochi fortunati o particolarmente giudiziosi, possa tornare alla politica. D'altra parte, "La politica non consiste in tenere una carica, in assumere un'ambasceria, in affannarsi a parlare e scrivere per raggiungere la tribuna degli oratori. Questo crede il popolo che sia la politica, e pensa altresì che la filosofia consista nel tener cattedra e pubblicare i corsi delle proprie lezioni. [...] Orbene la filosofia è stretta parente della politica, e Socrate non fece costruire dei banchi né sedette in cattedra e non fissò per i suoi amici un'ora determinata di una sua conferenza o lezione, ma faceva filosofia alla buona, scherzando, bevendo, in campagna o al mercato, e finì col farsi imprigionare e avvelenare; egli per primo dimostrando così che la filosofia abbraccia tutt'intera la vita di un uomo, nelle sue varie esperienze e attività. E però io credo che la medesima cosa possa dirsi della politica, giacché gli stolti, siano essi strateghi, burocrati od oratori, non fanno vera politica, ma o si mostrano in pubblico col codazzo dei propri clienti, o tengono concioni, o fanno i capipopolo, o prestano a forza la propria opera. Politica invece fa chi è socievole e umano e vuole il bene della sua città, e se ne prende cura per davvero, anche se non veste la montura, eccitando i competenti al governo, e guidando chi ha bisogno, e incutendo pudore agli scellerati [...] e non va, no, a teatro o al senato per farsi ammirar seduto nei primi posti, ma va dove più gli piace per ascoltare e vedere, e anche se non è presente col suo corpo egli è sempre presente col suo giudizio". Lo diceva Dicearco, peripatetico del IV secolo avanti, celebre per avere polemizzato con Teofrasto sostenendo, com'è ovvio, la superiorità della vita pratica sull'attività teoretica. Non per fare paragoni, ma, dato lo spettacolo di questi giorni, prima ci affranchiamo dalla bisogna e meglio è. Tana libera tutti!

Roma, 25 marzo 2006


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