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Editoriale
Predisposizioni Tempo fa, un amico ha accennato ai siti sul web paragonandoli a cattedrali, a luoghi protetti, a cisterne, a congegni per connettersi col mondo. Tutto vero, ma ho come l'impressione che ci manchino le basi del mestiere, a noi uomini dell'Occidente, e che siano gli altri, gli uomini delle società tradizionali, ad avere buon gioco. Tatticamente, almeno. È un paradosso, ma l'insieme dei fenomeni che caratterizza la globalizzazione e, in gran parte, la contemporaneità, e di cui siamo i creatori, sta in una dimensione spazio-temporale che non ci appartiene. Noi siamo acclimatati a uno spazio governato dalla geometria euclidea. Uno spazio aperto, omogeneo, uniforme; in altri termini, congruo. Siamo assuefatti, inoltre, a un tempo che fila via in maniera lineare, con un prima e un dopo, un inizio e una fine. L'eventuale resto ci appare come caos. Loro, invece, sono pappa e ciccia con spazi indefiniti, privi di misura, e con tempi ciclici e molteplici, che danzano e si avviluppano l'un l'altro. Per dirne una, la rapidità degli spostamenti umani, che consente nell'arco di una giornata il trasferimento agli antipodi, è sempre vissuta da noi occidentali con una certa angoscia e un vivido senso di straniamento. Per poco che ci si metta, il viaggio è comunque calcolato in chilometri e sviluppato in ore e minuti primi. Nella psiche, siamo della medesima specie di quel tizio che scommetteva di poter fare il giro del mondo in ottanta giorni e ci fosse il teletrasporto lo quantificheremmo in nanosecondi. Passare da un contesto culturale a un altro, inoltre, ci richiede sempre un aggiustamento mentale che tenga conto del punto di partenza e del luogo di arrivo. Siamo esseri abituati a un universo meccanico e, non dico la fisica quantistica, ma la stessa informatica, per capirla, la dobbiamo manualizzare. Il movimento sincrono delle informazioni, il Grande Network, l'Internet Nostro che sta nell'etere, poi, ci reifica, trasformandoci nell'appendice esanime di un vispo computer. L'uomo delle società tradizionali, invece, è avvezzo a cambiare totalmente mondo appena girato l'angolo di casa. Che la meta del viaggio sia oltre la collina o al di là dell'oceano non sposta un accidenti: qui ci abita lui, là qualcosa d'altro. E il viaggio è un evento che ha a che fare con le suole delle scarpe. Quando è nomade, per giunta, attraversa i continenti e le nazioni con l'impassibilità del beduino in groppa al dromedario. Dal punto di vista del senso, casa nostra ha per lui la configurazione di un deserto. Solo ciò che è trasportabile ha valore e ogni cosa trovata ha un utilizzo puramente espedenziale, usa e getta. Tatticamente, nel multiuniverso virtuale e aleatorio dei bit, nelle trasmigrazioni acefale, nelle metropoli esplose con logica agglutinante, è lui a non dover cambiare una virgola della propria identità. A noi, invece, tutto ciò ci mette in crisi, ci relativizza, ci disconnette anche l'anima.
Roma, 22 aprile 2006
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