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Editoriale
Fare la pace
La vicenda capitata a Sergio D’Elia – e per tramite suo a tutti noi ex militanti delle vecchie organizzazioni combattenti degli anni Settanta, ché il veleno sparso si propaga a raggiera – ripropone con urgenza il bisogno di una soluzione politica degli Anni di piombo. Non che la risposta della cosiddetta società civile sia stata negativa, anzi. A parte le reazioni dei soliti esagitati all’epoca della presentazione delle liste, le proteste sono scattate, come abbiamo già detto, quando si è andati oltre, collocando Sergio in un ruolo prettamente istituzionale o in tal modo vissuto e prefigurando un’ulteriore occupazione gruppettara dei posti di comando. Inoltre, come sottolinea l’articolo di Andrea Colombo sul manifesto [archivio], mai come in questi tempi gli ex hanno modo di dire la loro, anche in maniera lagnosa, esagerata e, diciamocelo, da rompicoglioni. Le vittime non siamo noi. In un modo o in un altro, accediamo ai media e alle case editrici con grande facilità. Possiamo dire la nostra, ma spesso la ribadiamo con scarso pudore e pochissima intelligenza. Se il nostro vociare fa pena, la responsabilità è nostra e non di chi ci vorrebbe con la museruola sul grugno. Le vittime non siamo noi. È vero, sono passati vent’anni almeno da quando abbiamo smesso di usare le armi e i meno ipocriti hanno motivato quel “basta!” entrando nel merito delle ragioni e delle premesse e scegliendo la libertà. Per lo meno, la libertà di pensiero [documenti]. Però, vent’anni non sono sufficienti, e forse nemmeno trenta o quaranta, perché la vedova, il figlio o il fratello di un uomo ammazzato sotto casa – a dispetto di ogni ragione o premessa, di qualsivoglia giustificazione attinente all’applicazione emergenziale dei concorsi di colpa – hanno la vita segnata e a ciò non vi è scampo, né per gli uni né per gli altri, né per chi piange né per chi ha sparato. Le vittime non siamo noi. Nel nostro Paese il ricambio funzionale della classe politica e culturale è un ossimoro tra i più evidenti e meno divertenti, ma riguarda le generazioni nel loro complesso. Tutto sommato, i protagonisti degli anni Settanta, di tutti gli anni Settanta, di quelli armati e specialmente di quelli disarmati, hanno saputo piazzarsi meglio dei loro coetanei nel gran caravanserraglio del potere italiota. In realtà servirebbe una Commissione parlamentare, una specie di Commissione per la Verità e la Riconciliazione, che sappia coniugare memoria, origini, ragioni, dolore, risarcimento. Una commissione che ponga finalmente un termine post quem. Bisogna liberare gli Italiani dagli anni Settanta. Tutti gli Italiani, soprattutto le vittime. Bisogna liberare l’Italia da un non detto che sta diventando un detto male che fa soffrire e non aiuta ad andare avanti. E se ci li togliamo anche noi dal groppone, meglio così, ma per citare Bignami e D’Elia: «E noi a credere che la soluzione politica non sia tanto l’uscita dal carcere di trecento ex giovanotti, quanto una nuova qualità della vita e della democrazia!». (m.b.)
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