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dal Corriere della Sera del 24 luglio Genova, 5 anni dopo Il G8 dei segreti inesistenti e il G8 del senso comune Ma davvero c’è qualcosa di essenziale ancora da scoprire? Grava ancora l’ombra fitta
del mistero, del silenzio, dell’omertà criminosa su quella scena tragica di
Piazza Alimonda, luglio 2001, quando morì Carlo Giuliani
durante l’inferno di Genova, ospiti i grandi della Terra per il vertice del G8?
C’è urgente bisogno di una Commissione d’inchiesta parlamentare, come viene imperiosamente chiesto da Rifondazione comunista
malgrado i dinieghi di Luciano Violante? Bisogna «fare piena luce» sulla morte
di Giuliani, come invoca il Diario?
«Il caso è aperto», come sostiene il manifesto,
anche se la pratica giudiziaria è stata archiviata nel 2003? «La democrazia di
questo Paese», come sostiene con enfasi Liberazione,
ha vitale necessità di rimuovere colpevoli non ancora individuati, responsabili
ancora coperti, mandanti ancora non identificati? E se
invece non ci fosse proprio niente da illuminare, perché mai un episodio
tragico come questo si è dipanato sotto la luce di tanti riflettori,
immortalato da innumerevoli flash, fissato e memorizzato da una quantità
impressionante di videocamere e cineprese?
Resta, di ciò che accadde a Genova cinque anni fa, la vita stroncata di un giovane, il dolore immedicabile dei genitori, l’infelicità del carabiniere che ha premuto il grilletto e che nel ricordo schiacciante di quelle ore è uscito di senno, le brutalità notturne della polizia nella scuola Diaz, le sevizie ingiustificabili nella caserma di Bolzaneto. Ma resta anche, impressa nella memoria del finimondo di una città intera che venne devastata e saccheggiata, una sequenza causale e fattuale confermata dalle migliaia di foto e di immagini riprese da ogni angolatura possibile, da ogni punto di vista, da ogni postazione, da ogni prospettiva, da ogni strumento di rilevazione, audio o video che fosse. La sequenza, sempre la stessa, di un poderoso gruppo di manifestanti con caschi, tute, scudi, passamontagna, bastoni, spranghe, bottiglie che si avventa su una camionetta isolata; di un giovane con la canottiera bianca, il viso coperto da un passamontagna che si china per raccogliere un estintore e poi tenta di scagliarlo contro un autoblindo intrappolato; la sagoma di una pistola all’interno della camionetta e i colpi esplosi da un giovane in divisa preda del terrore più ceco, in balia del panico, del fumo tossico, delle urla di chi lo sta circondando. Che cosa c’è da scoprire? Quale perizia balistica, quale sofisticato strumento d’indagine potranno mai smentire (o alterare nella sostanza) questa sequenza così macroscopicamente evidente? Quale mistero ha potuto avvalersi, con foto e video di ogni tipo, di testimonianze tanto numerose, convergenti, dettagliate? C’è un solo strumento che impedisce di vedere ciò che tutti hanno visto, di captare le immagini che tutti hanno potuto visionare: la lente deformante del pregiudizio ideologico. Non la sofferenza atroce di chi non sopporta il ricordo del proprio figlio steso sul selciato, in una chiazza di sangue. Non la pietà per un giovane che credeva di fare la rivoluzione armato di un estintore e convinto di scorgere nel suo coetaneo in divisa e miseramente retribuito l’agente del male e dell’ingiustizia nel mondo. Ma la coazione a ripetere, l’ossessione del mistero, del complotto, della cospirazione che fodera lo sguardo libero da pregiudizi e ricostruisce mentalmente e culturalmente una sequenza distante e incompatibile con quella percepita dal senso comune (che, come ha spiegato Raffaele La Capria, è cosa ben diversa dal mediocre buon senso). Non un omaggio alla memoria, ma l’eterna propensione a confondere la visione delle cose con la propria visione del mondo. Pierluigi Battista
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