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dal Corriere della Sera del 24 luglio Le leggi non siano «contra personam» Sta prevalendo, all’interno del
nostro mondo politico, una singolare idea del diritto. Che non è più erga omnes, cioè
rivolto all’anonima generalità dei cittadini ma, di volta in volta, a favore o
contro qualcuno.
Ieri, era il governo di centrodestra di Berlusconi che, secondo l’opposizione di centrosinistra, approvava leggi ad personam per favorire, sul piano giudiziario, lo stesso Cavaliere o i suoi amici. Oggi, è all’interno del governo di centrosinistra di Romano Prodi che rispunta, alla rovescia, la stessa tesi. Se, da un lato, il Guardasigilli, Clemente Mastella, dice che il testo dell’indulto approvato dalla Commissione Giustizia va bene così com’è; dall’altro, il ministro delle Infrastrutture, Antonio Di Pietro, è contrario perché, includendo anche i reati finanziari, societari e contro la Pubblica amministrazione, opererebbe «un colpo di spugna su tutti i reati di Tangentopoli che nemmeno la Casa delle libertà era riuscita a mettere a segno», favorendo i condannati «eccellenti» della passata maggioranza. Insomma, dal diritto ad personam del centrodestra al diritto contra personam del centrosinistra la situazione non è cambiata. «Quando occorre perdonare?», si chiedeva Montesquieu a metà del Settecento nello «Spirito delle leggi». E rispondeva: «La clemenza è una cosa che è meglio “sentire” che prescrivere. Quando la clemenza presenta dei pericoli, questi pericoli sono molto visibili; la si distingue facilmente dalla debolezza che porta il principe… all’impotenza stessa di punire». Pare che, agli inizi del Duemila, i nostri legislatori si pongano la stessa domanda, senza però trovare per ora una risposta. Per l’autore dello «Spirito delle leggi», la clemenza era una qualità distintiva dei monarchi, mentre era meno necessaria nella repubblica, dove regnava la virtù. Se, dunque, per Montesquieu la clemenza e la capacità di punire erano le due facce della stessa medaglia nel governo del principe, altrettanto si può dire, ma per ragioni meno nobili e diametralmente opposte, dell’incapacità, da parte dei governi repubblicani italiani, quale ne sia il colore, di punire quando è necessario e di perdonare quando è giusto. Ma così, il diritto finisce con assumere una connotazione pericolosamente politica, attraverso la dicotomia amico (da assolvere)/nemico (da condannare), secondo le preferenze del governo in carica, che ne distorce totalmente la natura. Nel momento stesso in cui il diritto adotta clausole che si riferiscono a situazioni specifiche perde, infatti, ogni certezza e finisce con lo scolorire nell’incertezza. Né ad assolvere i nostri governi può valere il principio che le sue decisioni passano pur sempre attraverso un’approvazione del Parlamento che incarna la sovranità popolare espressa dal libero e democratico voto. Là dove prevale, anche nel diritto, la dicotomia, «tutta politica», amico/nemico non siamo più nel campo della «sovranità della legge», bensì in quello della «sovranità sulla legge». Cioè all’arbitrio. Era dalla storica visita in Parlamento di Papa Giovanni Paolo II che si discuteva dell’opportunità di un’amnistia o, quanto meno, di un indulto. I parlamentari lo avevano (quasi tutti) promesso al Papa e sembravano intenzionati a mantenere la parola. Ora che siamo sulla dirittura d’arrivo, il meccanismo minaccia ancora una volta di incepparsi. Sempre a causa dello stesso granello di sabbia: pro o contro qualcuno? Piero Ostellino
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