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da il foglio del 27 luglio 2006 Pubblichiamo un’anticipazione del saggio “Sul concetto di natura dell’uomo” che Spaemann ha scritto per “Hermeneutica” (Morcelliana). Torniamo a parlare di natura e persona Non è un caso che agli inizi della
scienza moderna stia la polemica
contro il concetto stesso di natura. Esso
viene considerato ora come un concetto
antropomorfico e l’idea – in sostanza
ideologica – di un “automovimento” viene
vista come usurpazione di una proprietà
divina. La creazione nel XVI secolo
viene concepita come la costruzione
di una macchina. Che Dio potesse
creare qualcosa come le causae secundae,
che la creazione potesse essere un
vero e proprio lasciar via libera a un essere
sé al di fuori di Dio, questa idea si
ritrae dal pensiero ufficiale per rifugiarsi
nella cabalistica e nell’ermeneutica.
La natura diventa il regno privo di
trascendenza di un passivo essere mosso,
di una pigra autoaffermazione di ciò
che già è. La natura è diventata esteriorità
senza identità e ammettere un ente
di natura significa alienarlo come oggetto
e “to know what we can with it,
when we have it” non può più voler dire
(conformemente all’assioma classico
“intelligere in actu et intellectum in actu
sunt idem”): diventare uno con ciò
che si conosce. Che nell’ebraico della
Bibbia la stessa parola venga usata per
l’atto cognitivo e per l’unione coniugale
– “Adamo conobbe sua moglie” – diventa
del tutto non plausibile là dove l’ideale
della conoscenza sta a significare
la chiarezza priva di finestre del restare-
presso-di-sé. In una natura così concepita
l’uomo non può più concepirsi
contemporaneamente come “essere naturale”
e come “persona”. Può continuare
a dispiegare la sua autocomprensione
storica in una fenomenologia
ermeneutica, oppure può “ricostruire”
se stesso partendo dalle condizioni naturali
della propria genesi e la sua autoesperienza
come modo, finalizzato alla
vita, del grande travaglio del mondo.
Ma non può più collegare i due modi di
vedere, a meno che non ci sia qualcosa
come un’ermeneutica della natura intesa
non soltanto metaforicamente o poeticamente.
Non possiamo tabuizzare come
antropomorfismo ogni interpretazione
della natura sotto l’aspetto della
sua somiglianza con l’uomo e poi pretendere
di concepire ugualmente l’uomo
come essere naturale. Ma questo è
ciò che succede oggi in molte parti della
scienza. La conseguenza, inevitabilmente,
è che il discorso umano sull’uomo
viene degradato anch’esso ad antropomorfismo
ascientifico. La peculiare
esperienza dell’assoluto articolantesi
nelle nostre idee di verità, bellezza, dovere
morale, bontà e santità può essere
ricostruita naturalisticamente solo se
viene privata della sua specificità, cioè
appunto della sua assolutezza.
Robert Spaemann
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