Gli uomini eguali
© Edizioni Bietti 2005
 


www.mauricebignami.it
www.mauricebignami.it
[Home] [Archivio] [Altri libri] [Documenti] [Immagini] [Contatti]



da il foglio del 27 luglio 2006

Pubblichiamo un’anticipazione del saggio
“Sul concetto di natura dell’uomo” che Spaemann ha scritto per “Hermeneutica” (Morcelliana).

Torniamo a parlare di natura e persona

Non è un caso che agli inizi della scienza moderna stia la polemica contro il concetto stesso di natura. Esso viene considerato ora come un concetto antropomorfico e l’idea – in sostanza ideologica – di un “automovimento” viene vista come usurpazione di una proprietà divina. La creazione nel XVI secolo viene concepita come la costruzione di una macchina. Che Dio potesse creare qualcosa come le causae secundae, che la creazione potesse essere un vero e proprio lasciar via libera a un essere sé al di fuori di Dio, questa idea si ritrae dal pensiero ufficiale per rifugiarsi nella cabalistica e nell’ermeneutica. La natura diventa il regno privo di trascendenza di un passivo essere mosso, di una pigra autoaffermazione di ciò che già è. La natura è diventata esteriorità senza identità e ammettere un ente di natura significa alienarlo come oggetto e “to know what we can with it, when we have it” non può più voler dire (conformemente all’assioma classico “intelligere in actu et intellectum in actu sunt idem”): diventare uno con ciò che si conosce. Che nell’ebraico della Bibbia la stessa parola venga usata per l’atto cognitivo e per l’unione coniugale – “Adamo conobbe sua moglie” – diventa del tutto non plausibile là dove l’ideale della conoscenza sta a significare la chiarezza priva di finestre del restare- presso-di-sé. In una natura così concepita l’uomo non può più concepirsi contemporaneamente come “essere naturale” e come “persona”. Può continuare a dispiegare la sua autocomprensione storica in una fenomenologia ermeneutica, oppure può “ricostruire” se stesso partendo dalle condizioni naturali della propria genesi e la sua autoesperienza come modo, finalizzato alla vita, del grande travaglio del mondo. Ma non può più collegare i due modi di vedere, a meno che non ci sia qualcosa come un’ermeneutica della natura intesa non soltanto metaforicamente o poeticamente. Non possiamo tabuizzare come antropomorfismo ogni interpretazione della natura sotto l’aspetto della sua somiglianza con l’uomo e poi pretendere di concepire ugualmente l’uomo come essere naturale. Ma questo è ciò che succede oggi in molte parti della scienza. La conseguenza, inevitabilmente, è che il discorso umano sull’uomo viene degradato anch’esso ad antropomorfismo ascientifico. La peculiare esperienza dell’assoluto articolantesi nelle nostre idee di verità, bellezza, dovere morale, bontà e santità può essere ricostruita naturalisticamente solo se viene privata della sua specificità, cioè appunto della sua assolutezza.
 
Robert Spaemann


[Home] [Archivio] [Altri libri] [Documenti] [Immagini] [Contatti]