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da il foglio del 6 settembre 2006 L'occidente e il mondo islamico secondo Vinocur, Steyn, Brooks, Stephans e Beker a cinque anni dall'11 settembre Il sesso, le colline, il multiculti, la resa e lo scontro di civiltà Noi e loro, loro e noi. C’è chi la butta sul
ricordo delle colline, chi sulla resa
oramai inevitabile, chi sul multiculti senza
se e senza ma e chi persino sul sesso. Perché
che le civiltà un po’ diverse siano non
si può negare. Cinque anni fa le torri gemelle
sono state colpite e sgretolate. “La
guerra più lunga dell’America”, come l’ha
definita l’Economist, arriva al suo lustro di
bilancio, e molti occhi sono ancora lì, alzati
verso il cielo, colmi di stupore. Chi capì
subito che l’evento era sconvolgente ancora
oggi fa segnali quasi scomposti per farsi
notare di fronte a coloro che, allora come
oggi, pensano che in fondo l’America quell’attacco
se l’era pure un po’ cercato. Senza
arrivare alle teorie del complotto alla
Noam Chomsky, la più parte delle opinioni
pubbliche d’occidente è convinta che l’11
settembre sia stato la conseguenza di decenni
di politiche americane miopi e che
gli anni successivi siano stati – a dir poco –
una catastrofe. Gli “io l’avevo detto” si
sprecano in questi giorni, a soffocare le voci
che allora come oggi non si stancano di
dire che la lotta al terrore è una questione
di sopravvivenza di civiltà.
Noi e loro, loro e noi. John Vinocur, nella sua column settimanale sull’Herald Tribune, ieri ha raccontato di due libri – “Terrorist” di John Updike e “Les Fanatiques” di Max Gallo – che “sono costruiti intorno al pivot letterario che rende la furia sessuale un motivo cruciale per un uomo e per una donna per convertirsi al fondamentalismo islamico e diventare (o quasi diventare) terroristi”. Pare quasi che i due autori abbiano scritto sfogliando il tomo di Sayyd Qubt, “Milestones”, “che ha influenzato una generazione di fondamentalisti con la sua condanna della volgarità e dell’immoralità dell’occidente”. Interrogato da Vinocur, Gallo ha detto che il sesso, nello scontro di civiltà, “è un tema cruciale”, anche se il suo personaggio fa parte di quel mondo con ancora gli occhi alzati al cielo che in fondo in fondo pensa: “Se soltanto Bush, Blair, Merkel e/o Israele scomparissero, tutto sarebbe ‘cool’, e la vita subito tornerebbe a essere senza bombaroli islamici”. Il sesso è una zona di incompatibilità tra le due civiltà – islamica e occidentale – anche se gli autori non si chiedono se a salvarci dallo scontro sarà più sesso o meno sesso, più libertinismo o più moderazione. Sempre che la salvezza sia ancora possibile, naturalmente, perché il vento della resa è anch’esso piuttosto forte. Mark Steyn, puntuale come sempre, ha scritto in un commento sul New York Sun che non è che ci sia molto di buono da augurarsi per una civiltà occidentale che ormai non ha più niente per cui varrebbe la pena morire. La sua amarezza – che in questi anni si è manifestata con saggi impregnati di un unico monito: sveglia occidente – è nata dal vedere i giornalisti della Fox rapiti nei Territori palestinesi e convertiti all’islam. Il video gli ha ricordato un libro che aveva letto da piccolo, scritto dal creatore di Sherlock Holmes, Arthur Conan Doyle: “The tragedy of Korosko”. Nel racconto, alcuni turisti francesi, americani e inglesi sono presi in ostaggio dai Madhisti, i jihadisti del momento. I rapitori propongono una via d’uscita: la conversione all’islam o la morte. “Nessuno di loro – si scopre nel libro – aveva una qualche profonda convinzione religiosa. Tutti erano figli di questo tempo (la fine dell’Ottocento, ndr), e alcuni di loro erano in disaccordo con ciò che quel simbolo rappresenta sulla terra”. Quel simbolo era la croce. Ma alla fine, nonostante non ci fossero afflati legati alla religione a dettare una condotta, gli ostaggi non riescono ad arrivare fino alla conversione all’islam, perché – scrive Steyn – “non sarebbe stata soltanto la negazione di Cristo ma allo stesso tempo la negazione di loro stessi”. Ed ecco che allora l’imam del momento li condanna a morte. Oggi non va più così, va tutto al contrario. E con la beffa finale per cui, vedendo i giornalisti occidentali che si convertono,” neppure il più cretino degli jihadisti può mai pensare che questi infedeli siano diventati tutto di un colpo dei veri credenti. Piuttosto questo conferma il messaggio che Osama bin Laden e i suoi vanno dicendo, cioè che l’occidente è debole, non c’è niente che non possa essere negoziato”. E la conclusione di Steyn non può che essere delle più cupe: “Per la mentalità islamica, una società che non ha niente per cui sarebbe disposta a morire è una società già morta”. La realtà di questi anni ha anche dimostrato che alcune conversioni sono invece tra le più veritiere, e mortifere. Ieri in Danimarca, e prima in Inghilterra, in Spagna, in Italia, in Belgio, in Olanda, in Germania e insomma nella gran parte della Vecchia Europa la cronaca ha parlato di attentati, di omicidi in nome di Allah, di tentati attacchi sventati all’ultimo. E dentro c’erano gli “home grown”, i terroristi nati in casa, che covano l’odio nella porta accanto. Il ventre molle del nostro continente si è trovato pieno di minacce e nonostante questo ha più volte reagito come il primo giorno, come allora, come l’11 settembre: occhi alzati al cielo, colmi di stupore. E l’opinione pubblica, a ogni attacco, ha ceduto qualcosa di sé, un passo verso la resa. Tanto che ieri Bret Stephens, ex direttore del Jerusalem Post e oggi editorialista del Wall Street Journal, diceva – parlando del caso inglese appena scosso da un attacco sventato e dalla scoperta di campi d’addestramento accanto ai campi per il rugby, solo un po’ più nascosti – che non c’è molta differenza tra i musulmani britannici e i britannici britannici. A parte le condanne per l’uso sproporzionato della forza da parte del governo di Gerusalemme nel conflitto con il Libano, in Inghilterra “il sindacato degli insegnanti ha boicottato Israele, seguito da università e professori”. Ci sono molte zone di compatibiltà, dall’antiamericanismo all’antisemitismo, anche in chi non è musulmano perché, ha spiegato al Foglio Gerard Beker, editorialista del Times di Londra, “è diventato letteralmente indicibile nell’educata società inglese parlare in modo positivo dell’Inghilterra e della ‘englishness’”. Tabù multiculti. Quindi, ribadisce Stephens, “abbiamo incontrato il jihad, e il jihad siamo noi”. David Brooks, columnist del New York Times, ha scritto che se l’11 settembre non ha cambiato la vita di tutti i giorni, ha certo cambiato il suo modo di guardare il mondo. “La mia immagine mentale dell’umanità non è fatta di colline, ma di baratri, abissi, foreste nere e scogliere frastagliate”. Ci si scontra di continuo, in modo perpetuo e diverso, secondo la distruzione creativa di Schumpeter, dice Brooks. E soltanto la democrazia può dare la speranza che non finisca con l’effetto domino al contrario: un contro l’altro armato nel ventre molle della resa.
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