Gli uomini eguali
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da il foglio del 16 settembre 2006

Ma il Papa ci ha detto che è incarcerata anche in Occidente. L'università che fa?
La radice araba della parola ragione è incarcerare

Aderisco volentieri a inviare un contributo sul discorso del Papa a Ratisbona, innanzitutto per ringraziarlo, tanto più di fronte agli attacchi che sta subendo. Lo ringrazio della magnanimità e dell’acume con cui corregge, ovvero, letteralmente, regge per noi e insieme a noi una strada tutt’altro che facile. Dietro il suo lieve sorriso c’è la forza dell’architrave che tiene su la cattedrale. C’è la capacità, caro direttore, di provocare un commento come il suo, che basterebbe da solo a documentare che non ci può essere fede senza ragione e che nessuna fede può andare contro le esigenze vere di un uomo, qualunque uomo, credente o non.
Benedetto XVI comincia la sua relazione con la descrizione della sua “vecchia università dei professori ordinari”. Lì, una volta ogni semestre, nel cosiddetto dies academicus, “tutti” i professori si radunavano davanti agli studenti a discutere di “tutto”, “del tutto”, che – nonostante “tutte le specializzazioni” – esploravano con l’“unica ragione”. Così, “nella comune responsabilità per il retto uso della ragione”, l’uni-versitas – verso l’unicità della conoscenza – “diventava esperienza viva”. Bene, questa università non esiste più, almeno da noi; e non esiste più, non perché non ci siano più i baroni, che ci sono ancora, ma perché non esiste più la ragione che la fonda. Lo dico da professore ordinario e vado avanti con la mia storia di ciellino, su una conseguenza non minore, secondo me, dell’intervento del Papa.
Sono reduce dal Meeting di Rimini che, guarda caso, era dedicato alla ragione e alla sua esigenza di infinito. Secondo quanto riportato nel comunicato finale, l’acme culturale della manifestazione si è raggiunto inaspettatamente con la presentazione dell’edizione araba de “Il senso religioso” di don Luigi Giussani, da parte di due intellettuali mussulmani. Andando a cercare il significato etimologico della parola ragione nella lingua araba, il professor Wa’il Farouq dell’Università del Cairo ha scoperto che esso è “legare, incarcerare, chiudere dentro”. Ha compreso allora perché la “ragione sia sempre stata in eterno confronto con la religione fino all’accusa di apostasia dei fondamentalisti islamici verso gli intellettuali”. Ha concluso che il libro di don Giussani gli aveva aperto “nuovi orizzonti” perché valorizzava in modo del tutto nuovo l’esperienza elementare dell’uomo, creando una reale tensione al dialogo. Il comunicato del Meeting, per parte sua, concludeva che “come ricorda sempre Benedetto XVI”, vedi appunto Ratisbona, “la ragione è incarcerata anche in occidente” e si dava come titolo “Scarceriamo la ragione”.
Don Luigi Giussani non era casualmente amico di Joseph Ratzinger e il perché di questa amicizia oggi mi interpella sempre di più. La considerazione da parte di don Giussani della esperienza elementare e della sua decisiva importanza nella educazione e nei rapporti proviene dalla certezza che l’uomo, per quanto fragile e cattivo, è fatto a immagine di Dio, cioè è “intelligente”; inoltre, Dio lo ama fino a farsi Egli stesso carne.
L’esperienza elementare, infatti, non è un semplice provare, ma un incontro che trasforma l’anonimato dell’esistenza in “io”, scoperta di essere amati e del valore positivo delle cose. Così, la realtà – il cielo, la terra, gli altri – non è più arida o muta, ma parlante del grande mistero che la fa. Dio non rinnega certo l’avvenimento dell’esperienza umana, ma lo suscita e lo “segue” per convincere della sua presenza nella storia. Così provoca la ragione a estendersi, a uscire dalla prigione in cui è tentata continuamente di rinchiudersi. Anche gli universitari, gli scienziati, possono accorgersi con stupore di ciò che dice la Bibbia: “Ma tu (Jahvé) hai regolato ogni cosa in numero, peso e misura” (Sapienza 11, 20).
Ma, pensando ai miei quasi quarant’anni di università, capisco che il lavoro è appena cominciato. Come dice il Papa nell’ultima riga del suo discorso, ritrovare il “grande logos”, la “vastità della ragione” è il “grande compito” dell’università. Perché se la ragione non c’è nelle università, è difficile che si diffonda da altre parti. Non si tratta di essere intellettuali, ma realisti.
 
Giancarlo Cesana


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