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da il foglio del 16 settembre 2006 Marta Sordi spiega, storia alla mano, la radice greco-giudaica del cristianesimo Figli di un Dio ordinatore. San Paolo e il logos
Milano. Un discorso mirabile, da accogliere
nella sua pienezza. Così Marta Sordi,
professoressa emerita di Storia greca e
romana dell’Università Cattolica di Milano,
definisce la lectio tenuta da Benedetto
XVI all’Università di Ratisbona, che in
queste ore sta provocando reazioni furibonde
e forse prevedibili nel mondo islamico.
Ma con la grande studiosa del mondo
classico, e fra le massime esperte dei
suoi rapporti con il cristianesimo primitivo,
è giocoforza scandagliare da un punto
di vista storico ciò che il Papa, in quel discorso,
ha analizzato nella sua dimensione
filosofica: ovvero il decisivo incontro tra il
cristianesimo, il Dio cristiano, e la razionalità
greca. “Da questo punto di vista”,
esordisce Marta Sordi, “la predicazione di
Paolo prima in Asia minore e poi in Grecia
è fondamentale per comprendere il
senso e la centralità di quell’incontro con
il mondo pagano, perché lo stile e la modalità
‘culturale’ di quella predicazione
saranno fondamentali per la sua azione
anche nel futuro, anche a Roma. Insomma
sono decisive per comprendere lo sviluppo
del cristianesimo”.
Quali sono gli aspetti centrali della predicazione paolina? “Il primo aspetto, che sarà sempre rispettato da Paolo, è quello di rivolgersi in prima battuta sempre agli ebrei, allargando il cerchio anche ai ‘timorati di Dio’, cioè a quei seguaci del giudaismo, ma non ebrei circoncisi, presenti in molte città dell’Asia e della Grecia. Solo in un secondo momento la predicazione viene aperta ai gentili, ai pagani”. Dunque, è anche il riconoscimento di una primogenitura, di un inizio ebraico del messaggio cristiano? “Certamente, perché ‘la salvezza viene dai giudei’. Ma la seconda cosa importante è il contenuto della predicazione. Paolo parla agli ebrei innanzitutto con riferimenti alle scritture, attraverso la storia dell’Alleanza e poi attraverso il richiamo alla grande profezia, quella che annuncia la venutà di Gesù. Quando si rivolge ai pagani, invece, il suo riferimento è direttamente alla ragione, alla concezione fortemente razionale che i greci, e tutti i popoli variamente ellenizzati, hanno di un Dio ordinatore. Da questo punto di vista è interessante la predicazione che fa a Listri in Licaonia, in Asia minore, perché è esattamente l’anticipazione del grande discorso che farà agli ‘intellettuali’ greci all’Areopago. E’ il richiamo a un Dio ordinatore, che conduce le stagioni e dà i frutti della terra, un Dio riconoscibile – e riconosciuto dai pagani – nella legge naturale e che ora ha mandato il suo Figlio”. Paolo dimostra quindi anche una grande consapevolezza culturale, sa che un Dio “ordinatore”, un Dio intelleggibile attraverso la natura, non è né estraneo né in contraddizione con il “Padre” rivelato da Gesù. “Tutt’altro. Nel discorso all’Areopago Paolo fa la famosa citazione, forse dai ‘Fenomeni’ di Arato, o forse da Cleante, comunque da uno stoico: ‘Di lui noi siamo la stirpe’, e questo è un altro aspetto importante. Perché Paolo con i pagani insiste molto sulla paternità di Dio, perché sa che questo è un concetto estremamente importante per i greci, per cui Zeus è padre, e poi per i romani, che nella parola Iuppiter riconocono la parola ‘padre’. All’Areopago propone dunque un riconoscimento comune, l’essere stirpe di Dio”. Marta Sordi sottolinea anche un altro aspetto indicativo dell’opera di Paolo, la sua grande capacità di trattare con le classi dirigenti, di saper interloquire con persone di cultura, di saper fare amicizia. Un chiaro segnale, anche, di una consapevolezza culturale comune, condivisa. “Ad esempio, il suo nuovo cognome – Paolo – lo acquisisce a Cipro, dove sviluppa un intenso rapporto con il proconsole romano, Sergio Paolo, che si converte, tanto da prenderne addirittura il cognome. Ed è proprio il suo amico proconsole, io ritengo, a spingerlo poi in Asia minore. Infatti, il primo posto dove va è la Galazia, la regione cioè dell’odierna Ankara, dove c’erano i possedimenti dei Sergi Paoli”. La presunta purezza primitiva A Regensburg Benedetto XVI ha criticato una certa concezione – del resto di lunghissima data – che vede nell’elemento “ellenico”, nell’elaborazione filosofica e teologica di matrice greca una sovrapposizione indebita rispetto alla “purezza” del messaggio cristiano. Ciò che ci sta spiegando a proposito della predicazione di Paolo basta e avanza a smentire, anche dal punto di vista storico, questa impostazione: l’impressione è quella di un continuum, di un elemento di sviluppo comune avvenuto in quel mondo, in quegli anni, in quel preciso ambiente culturale. E’ così? “Esattamente. E’ importante capire che il mondo greco e poi romano sono perfettamente in grado di afferrare il messaggio cristiano: dal punto di vista filosofico il mondo greco; dal punto di vista della ‘virtus’, della legge divina il mondo romano”. Il Papa ha accennato anche a un rapporto precedente il cristianesimo tra cultura greca ed ebraismo: “Gli ultimi libri della Bibbia sono indubbiamente impregnati anche dalla filosofia greca, nella misura in cui essa poteva essere recepita dallo spirito ebraico. La Sapienza, che non pure è scritto in greco, mentre lo sono i due libri del Maccabei. E’ certo che ci sia stato un avicinamento col pensiero ellenistico, con le sue correnti maggiormente spirituali come il platonismo. Mentre l’influenza del pensiero ebraico, quel suo concetto di Dio unico, è evidente anche solo dalla diffusione di comunità non solo ebraiche, ma giudeizzanti, di gentili che seguono la Legge, in Grecia e in tutta l’Asia minore”. Un humus in parte comune, dunque. Che cosa apporta di nuovo, allora, l’annuncio del cristianesimo? “Ciò che fondamentalmente faceva problema ai pagani, ciò che li respingeva, nell’ebraismo, è proprio ciò che Gesù per primo e il cristianesimo hanno superato: un certo attaccameto scrupoloso – per i pagani eccessivamente scrupoloso – a certe prescrizioni della legge. Ad esempio il sabato: gli ebrei si scandalizzano perché Gesù viola il sabato, ma la sua risposta è che ‘non l’uomo è per il sabato, ma il sabato è per l’uomo’. L’altro aspetto che i pagani trovavano inaccettabile dell’ebraismo era la circoncisione: per loro era una pratica ripugnante, una castrazione. Superando questi aspetti, il cristianesimo rimuove delle barriere enormi. E’ interessante notare che il primo è proprio Pietro, nell’episodio del centurione Cornelio. Cornelio è un ‘timorato di Dio’, cioè un giudaizzante non circonciso. Quando Pietro va da lui, è probabilmente il 39 d.C., Pietro ha la visione che non bisogna più distinguere tra cibi buoni e cattivi, che Dio può superare insomma la divisione tra ebrei e pagani. E dice: come faccio a non darvi il battesimo, anche se non siete circoncisi, se Dio ha già deciso? Così i primi cristiani non circoncisi saranno proprio dei soldati romani. E quella contro la circoncisione dei battezzati sarà la grande battaglia che Paolo combatterà con i giudeo-cristiani, che invece la vorrebbero imporre: ‘Non c’è più guideo né greco’, dice. E nel superamento di queste barriere in qualche modo solo formali, solo rituali, avviene nel concreto – dunque non solo filosoficamente – il grande incontro tra il cristianesimo e il mondo greco pagano”. “Non c’è niente da de-ellenizzare – ribadisce la professoressa Sordi – è una stupidaggine”. Certo, il cristianesimo è pronto a prendere quel che c’è di buono c’è in ogni cultura e tradizione, “e come abbiamo visto Paolo è il primo a farlo. Ma anche dal punto di vista storico il cristianesimo non diventa, bensì nasce in questo contesto culturale, giudaico, greco e romano”. Tensioni con l’estremismo islamico permettendo, Papa Ratzinger andrà in Turchia, tra poco più di un mese, a far visita a quel poco di chiesa ortodossa che lì è sopravvissuto. Non fa impressione riflettere che proprio in quei luoghi è iniziato il grande rapporto tra la fede in Cristo e la cultura pagana di quell’epoca? “Certamente sì. Perché oltre alla predicazione di Paolo c’è quella di Giovanni, e poi bisogna pensare all’espanione enorme del II e III secolo, e soprattutto alla grandiosa fioritura nel IV e V secolo della patristica. Grandi uomini come Giovanni Crisostomo, Gregorio di Nissa e Gregorio di Nazanzio, Basilio. E’ la grande fioritura di una nuova cultura nata dal cristianesimo. Avviene lì, e la sua matrice, ancora una volta, è nell’incontro con il pensiero greco. Ma idealmente il Papa va a ricollegarsi proprio con questa tradizione”. Maurizio Crippa
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