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da il foglio del 19 settembre 2006 Nel frisbee non c’è l’arbitro perché si applicano le regole della Guerra fredda Se al momento della testata di Zinedine
Zidane non fosse esistita la figura dell’arbitro,
come sarebbe finita la partita
Italia-Francia alla finale del Mondiale?
Molto probabilmente in una rissa. Invece
la presenza di un tizio in pantaloni corti,
armato di un fischietto e di pezzi di carta
colorata ha permesso di risolvere brevemente
la questione. Quasi tutti gli sport
prevedono un arbitro: serve come parafulmine
per gli strali della tifoseria, e a far
svolgere la partita nei limiti di tempo e
comportamento accettabili. Fin da piccoli
siamo abituati a far intervenire un terzo
per risolvere le beghe: la maestra, la
mamma. Da grandi il giudice, o figure misteriose
e anagrammatiche come l’ombudsman.
Pensiamo perfino che a un certo
punto Dio si prenda la briga di far giustizia
dei torti e punire il fratello che ci ha
rubato l’eredità o la moglie fedifraga.
E se si provasse senza arbitro? L’Ultimate Frisbee è uno sport nato più di trent’anni fa, dove quattordici diavoli su un campo di 110 metri per 37 corrono in continuazione come nel calcio, i passaggi sono aerei come a pallamano, e non possono fare passi con il disco in mano, come nel basket. Si fa punto facendo arrivare il disco nell’area di meta, nelle mani di un compagno di squadra. Non è ammesso il contatto fisico tra i giocatori. E’ giocato da 150 mila persone nel mondo, e non prevede l’arbitro. Non è uno sport così esotico come si pensa: le più forti squadre italiane sono a Bologna, Milano e Rimini, dove ogni anno si tiene la Coppa del mondo della versione beach. Quest’anno c’erano 104 squadre di 26 nazioni diverse, e nessun arbitro. Come si fa? Un tizio ti spinge e tu perdi il disco. Uno dei due (più spesso chi lo subisce, ma anche chi lo commette) chiama fallo. Nessuno interviene a dire la sua, a fare crocchio con gesti plateali da teatro dei pupi. La questione si risolve tête à tête tra i due soli coinvolti nell’azione: se l’altro ammette il fallo, il disco torna mio e riprendo a giocare. Se me lo contesta e restiamo ognuno della proprio opinione, il gioco torna indietro di un passaggio, e si rifà. Si ha al massimo un minuto o due per risolvere la questione, perché non è divertente fermare il gioco per tutti gli altri. Si punta sul fair play, con un’espressione che si chiama “spirit of the game” e che infrangere è considerato orribile, quasi come essere cornuto in un paese latino. Il furbetto che inizia a giocare approfitta subito dell’assenza dell’arbitro, commettendo falli non appena l’azione prende una piega a lui sfavorevole. Contesta il fallo, e può rifare un passaggio andato male. Gli anglosassoni non credono ai loro occhi, ma tacciono per non fermare il gioco. Il tizio pensa di essere molto scaltro e si congratula segretamente con se stesso. Dopo poco si accorge però di trovarsi nel bel mezzo di un gioco noto nella teoria economica come “Dilemma del prigioniero, versione iterativa”. Lo si vede nei polizieschi alla televisione: due criminali vengono separati nell’interrogatorio in carcere: se uno dei due incolpa l’altro, viene liberato subito. Se entrambi tacciono, escono dopo pochi giorni. Se entrambi si incolpano, restano in prigione. Ognuno dei due, se si considera solo il suo punto di vista e se tutto succede una sola volta, ha un incentivo a tradire il compagno e pensare solo al suo interesse. Se invece l’interrogatorio viene ripetuto (e ogni volta vedo il risultato del giro precedente), si tende ad applicare la regola dell’occhio per occhio. Inizio con il cooperare, e coopero finché non vengo tradito, altrimenti al prossimo giro tradisco io. E’ la strategia applicata durante la Guerra fredda: ognuno prometteva di non usare le sue armi finché non lo avesse fatto un altro. E’ anche quello che si osserva in biologia, dagli organismi monocellulari a quelli più complessi, agli animali agli umani: la regola è sempre quella: solo i più forti sopravvivono. Ma forti, hanno riscontrato i biologi con l’applicazione della teoria dei giochi, non significa i più aggressivi o robusti o furbi, ma i più adattabili e leali, che si assicurano così la possibilità della fiducia e supporto altrui. Non funziona bene in contesti dove il gioco non si ripete (azioni giudiziarie, nel traffico, eredità contese – di solito succede una sola volta, poi i due litiganti sperano di non incontrarsi mai più). Ma in tutti quelli dove si incontra l’altro giocatore di nuovo, e di nuovo e di nuovo, sul lavoro, a casa con il marito… statisticamente la cooperazione porta pay-off più alti per entrambi. E più divertimento per chi osserva a bordo campo. Chiara Medioli
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