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da il foglio del 19 settembre 2006 Per Politi il Papa buono è sempre quello morto. Ma il suo ragionamento è taroccato La débâcle del vaticanista “de sinistra” Il vaticanista di Repubblica Marco Politi
ha emesso un referto mortale sul pontificato
di Benedetto XVI, che sarebbe ormai
una “débâcle”, addirittura, “una vera e propria
Waterloo”. Questo perché, secondo lui,
la reazione al suo discorso di Ratisbona
“ha costretto il Pontefice a scusarsi personalmente
e pubblicamente”.
Le cose stanno davvero così? La precisazione, che per osservatori non prevenuti sarebbe stata del tutto pleonastica, del carattere non anti-islamico di un discorso in cui si definivano con chiarezza i confini che lo separano dal cristianesimo, risponde all’esigenza di non autorizzare le pazzesche interpretazioni dei fanatici, ma non ha affatto il carattere di un’autocritica o di una smentita. Si potrebbe dire, al contrario, che chi incorre in una “débâcle” è un vaticanista che, per dare qualche consistenza alle sue opinioni, deve ricorrere a una forzatura così grossolana delle parole chiarissime del Pontefice. La tesi che Politi illustra con questo ragionamento taroccato è la solita. Benedetto XVI tradisce l’impostazione pastorale del suo predecessore, Giovanni Paolo II, dipinto come un campione del dialogo interreligioso, che invece le distinzioni professorali di Ratzinger metterebbero in pericolo. Durante il pontificato di Karol Woytila, peraltro, Politi insisteva sullo strappo che il Papa polacco avrebbe consumato con i suoi predecessori, Giovanni XXIII e Paolo VI, sostituendo alla loro presunta concezione conciliare una riproposizione, ovviamante considerata reazionaria, del primato pietrino accompagnato da una rivalutazione delle presenze carismatiche. Giovanni Paolo II a Politi piace tanto da morto quanto gli dispiaceva da vivo, al punto che ora lo dipinge come un “mistico d’animo ma anche filosofo della storia”, che ha costruito “una strategia di sistematico dialogo e coinvolgimento delle élite islamiche di tutto il mondo”. Un po’ filosofo, per la verità, sembrerebbe anche Ratzinger, che ha in programma un viaggio in Turchia, dove pare esista una comunità islamica piuttosto numerosa, governata da un partito islamico. Dove starebbero, allora, gli indizi di questo “strappo” di Benedetto XVI? Nel, presunto, scarso entusiasmo del Papa per il tradizionale raduno interreligioso di Assisi (al quale ha inviato un messaggio augurale esattamente come il suo predecessore). Davvero poco per segnare una contraddizione nell’impostazione teologica di Ratzinger da quella di Wojtyla, che peraltro affidò a Ratzinger la direzione della Congregazione per la dottrina della fede. Dunque la differenza sta tutta nel discorso di Regensburg, dove Benedetto XVI, per esplicita ammissione di Politi, non ha fatto altro che definire “l’immagine di una fede che si coniuga alla razionalità e che perciò stesso deve essere aliena dalla violenza”. Visto che su questo principio Politi non trova nulla da eccepire, sottolinea che “il mondo non è un’aula universitaria e i mutamenti in altre società religiose non avvengono ex cathedra come Benedetto XVI consciamente o inconsciamente sembra portato a credere”. Qui Politi si avvicina a capire qual è il problema reale, cioè la crescita che l’interpretazione violenta e jihadista del Corano ha realizzato, contemporaneamente all’escalation terrorista, nel mondo islamico. Attribuisce però a Ratzinger un’ingenua presunzione di poter fermare tutto ciò con un discorso, senza neppure considerare l’ipotesi opposta, che sia proprio la piena consapevolezza di questa terribile deriva ad averlo indotto a parlare con tanta chiarezza. D’altra parte anche nelle “scuse” presunte, Benedetto XVI ha ribadito che il dialogo si può realizzare solo con la franchezza e la chiarezza, appunto perché un dialogo può esistere solo tra diversi che si riconoscono e si rispettano come tali. Quel che stupisce non è l’espediente ripetitivo di Politi, quello di contrapporre ogni Papa ai suoi predecessori, ma il fatto che, anche nella curia romana ci siano tanti prelati che si prestano al suo gioco, concedendo, forse addirittura sollecitando interviste e colloqui, che alla fine servono solo a diffondere l’idea di un Papa (ieri Giovanni Paolo II, oggi Benedetto XVI) isolato e in difficoltà negli stessi sacri palazzi. Tutte queste polemiche pretestuose, tuttavia, possono anche avere un effetto involontariamente positivo. Se solleciteranno almeno la curiosità dei credenti e persino di qualche parroco a cercare di capirci di più, leggendo e meditando sul testo della lezione di Ratisbona, questo servirà a dare la dimensione della distanza abissale, intellettuale e morale, che separa la cattedra di Pietro dalle insinuazioni di certi vaticanisti. Sergio Soave
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