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da il foglio del 23 settembre 2006 Blair runner
Il premier inglese dice che si batterà il terrorismo quando l’occidente
capirà che non deve vergognarsi dei suoi valori e li difenderà davvero
L’elemento caratteristico del nostro mondo moderno è l’interdipendenza. La globalizzazione è un fatto. Ma i valori che la guidano sono una questione di scelta. E oggi la grande sfida è quella di articolare una politica globale comune fondata su comuni valori globali. E’ nostro compito creare una comunità internazionale che incarni e si sforzi di realizzare i valori in cui crediamo: libertà, democrazia, tolleranza e giustizia. Questi sono i valori su cui si fondano i nostri paesi. Sono valori che ispirano e unificano. Popoli di tutte le nazioni, razze e religioni li accoglierebbero subito, se solo gliene fosse data la possibilità. Non tutti i governi di questo pianeta credono nella libertà. Ma i popoli sì. Quindi la domanda è: come possiamo, in questo preciso momento storico, con una comunità internazionale spaccata, ricreare una vera unità attorno a questi valori? Possiamo convincere le persone se la nostra politica si basa non solo sugli interessi ma anche sui valori, non soltanto su ciò che è necessario ma anche su ciò che è giusto. La conseguenza di questa tesi è l’adozione di una politica estera basata non sull’isolamento ma sul coinvolgimento. Le regole della politica internazionale sono state frantumate. Alcuni pensano che promuovere la diffusione della democrazia in tutto il mondo sia una cosa da neoconservatori. Altri, all’interno della destra, ritengono che si tratti di una politica pericolosa e illusoria. Nella sinistra, alcuni considerano l’intervento necessario per questioni umanitarie. Altri sostengono che, se i dittatori non ci minacciano direttamente, dovrebbero essere lasciati stare. “Aperto o chiuso” è diventata materia di scelta. La linea di divisione è tra chi pensa che gli interessi di lungo termine di un paese richiedano il suo coinvolgimento e la sua iniziativa sul piano internazionale e chi invece ritiene che le sofferenze immediate imposte da una tale politica siano eccessive. Non ho il minimo dubbio sul fatto che non avremo alcuna possibilità di conquistare sostegno per i nostri valori se l’esigenza di giustizia non sarà altrettanto forte dell’esigenza di libertà; e la disponibilità a lavorare in collaborazione con altri è naturalmente preferita alla necessità di fare tutto da soli, per quanto ciò sia talvolta inevitabile. Ritengo che non otterremo mai un vero sostegno per le dure iniziative che potremmo essere costretti a mettere in pratica per salvaguardare il nostro modo di vivere se non attaccheremo con la stessa tenacia anche i problemi della povertà globale, dell’ingiustizia e del degrado ambientale. Pur difendendo questa poltica interventista, non dico affatto che non siano stati commessi errori o che non ci siano importanti problemi da affrontare. Riconosco anche che lo stallo cui è giunto il processo di pace in medio oriente e il conflitto israelopalestinese continuano a essere uno dei principali motivi di rabbia nel mondo arabo e musulmano; una rabbia che va ben oltre il consueto risentimento antioccidentale. Ovviamente, è sul modo in cui affrontare il terrorismo globale che sorgono i disaccordi più profondi. La presunta follia della politica interventista è denunciata soprattutto per il caso dell’Iraq. Tre anni dopo l’inizio del conflitto, questa politica ha dimostrato di essere fallita. Il ragionamento è questo: sotto Saddam l’Iraq era stabile; ora la sua stabilità è gravemente minacciata. Perciò, non si sarebbe mai dovuti intervenire. Questo ragionamento è sostanzialmente il frutto della tradizionale visione della politica estera che si è affermata dopo il crollo del Muro di Berlino. Secondo tale visione, non esiste più una linea discriminante nella politica estera. Di conseguenza, ogni paese deve gestire i propri affari e le proprie relazioni in base ai propri ristretti interessi nazionali. L’atteggiamento richiesto da questa visione è quello di non provocare, mantenere tutto così com’è, non causare spostamenti sismici. Si tratta di una visione che ritiene il mondo non certo privo di minacce, ma sostanzialmente calmo. Ci possono essere alcune brutte cose che si annidano nelle profondità delle acque, che è meglio non frequentare; ma ci sono anche certe forti corcorrenti che minacciano la placida superficie. Per me questa la si può definire come una dottrina di benevola inattività. E’ la visione condivisa da larga parte dell’opinione pubblica occidentale, perlomeno in Europa, e ha imposto un paradigma interpretativo degli eventi mondiali davvero straordinario per la sua portata e per il fascino che esercita. Secondo questo paradigma, la politica dell’America dopo l’11 settembre è stata caratterizzata da una reazione troppo eccessiva. George W. Bush è una minaccia altrettanto grave di Osama bin Laden, se non addirittura di più; e ciò che sta accadendo in Iraq, Afghanistan e qualsiasi altro luogo del medio oriente è una conseguenza del tutto naturale dell’imperialismo angloamericano, o, peggio ancora, della pura stupidità. Il risultato di quest’impostazione è quello di vedere in ogni rovescio subito in Iraq o Afghanistan, in ogni barbaro attacco dei terroristi, in ogni sconfitta delle forze a favore della democrazia e in ogni vittoria delle forze della tirannia, soltanto un altro esempio della follia del nostro intervento, un’ulteriore prova del fatto che avremmo dovuto lasciare Saddam al suo posto, e i talebani liberi di mantenere la loro alleanza con al Qaida. Chi ancora giustifica gli interventi in Afghanistan e Iraq viene deriso e trattato con un certo disprezzo. Oggi, in occidente, se un politico cerca successo il modo più facile è mettersi a criticare la politica americana. Persino quando i terroristi colpiscono nazioni come l’Inghilterra o la Spagna, rimane sempre un folto gruppo pronto a dire che non c’è nulla di cui sorprendersi: se noi facciamo lo stesso nei loro paesi, c’è forse da stupirsi che loro lo facciano nei nostri? Queste persone sostengono che ogni cosa, se non vi interferiamo o almeno se la trattiamo con la dovuta sensibilità, col tempo si risolverà da sola. All’interno del governo si sta svolgendo un interessante dibattito sul modo in cui si deve affrontare l’estremismo nelle comunità britanniche. I ministri sono stati invitati a non usare mai l’espressione “estremista islamico”, perché costituirebbe un’offesa. E’ verissimo. Ci sono alcuni – persone di grande ragionevolezza e onestà – che dicono che gli estremisti autori di questi attentati terroristici non sono veri musulmani. E, naturalmente, hanno ragione. Non sono più veri musulmani esattamente come il fanatico protestante che uccide un cattolico in Irlanda del nord è un vero cristiano. Ma, sfortunatamente, rimane un fanatico “protestante”. Sostenere che la sua religione non abbia alcuna rilevanza significa non comprendere le sue motivazioni e rifiutarsi di riconoscere la corrente estremista interna alla sua religione che le ha fatte nascere. Ma nei confronti dell’islam radicale, secondo costoro, dire la verità significa provocare, dare prova di insensibilità e dimostrare quella stessa ottusa ignoranza che ci spinge a supporre che i musulmani considerino la democrazia e la libertà nel nostro medesimo modo. Analogamente, non si dice nulla contro il frequente ritornello sul fatto che ci si deve aspettare che l’opinione pubblica reagisca violentemente all’invasione dell’Iraq: dopo tutto, si tratta di un paese musulmano. L’atteggiamento di fondo è questo: noi comprendiamo il vostro rancore; giustifichiamo la vostra rabbia per l’invasione di un paese musulmano; ma contrattaccare con il terrorismo è sbagliato. A mio giudizio, questa posizione è segno di debolezza, disfattismo e, soprattutto, è un insulto per ogni musulmano che crede nella libertà. Anziché sfidare l’estremismo, lo asseconda; anziché soffocarlo, lo alimenta. Nulla di tutto questo, detto per inciso, dimostra che l’invasione dell’Iraq o quella dell’Afghanistan siano state una cosa giusta; ma dimostrano certamente quanto sia assurdo sostenere che siamo intervenuti perché questi paesi sono musulmani. Il terrorismo, a mio giudizio, non sarà sconfitto finché non affronteremo non soltanto i metodi degli estremisti ma anche le loro idee. Non intendo semplicemente il fatto di dir loro che il terrorismo è sbagliato. E’ necessario dire anche che il loro atteggiamento nei confronti dell’America è assurdo, che la loro concezione del modo di governare è prefeudale, che la loro posizione nei confronti delle donne e di altre fedi religiose è reazionaria. Dobbiamo non soltanto condannare le loro azioni barbariche, ma anche non giustificare il loro rancore verso l’occidente, e rifiutare il tentativo di persuaderci che i veri responsabili della loro violenza siamo noi e non loro. Inoltre, poiché tutto questo può essere realizzato soltanto dagli stessi musulmani, dobbiamo appoggiare tutti coloro che, all’interno del mondo islamico, sostengono che l’interpretazione estremista dell’islam non soltanto è teologicamente arretrata ma è anche completamente contraria allo spirito e agli insegnamenti del Corano. Dobbiamo rifiutare la tesi che noi stessi siamo i responsabili dei nostri guai, che se soltanto cambiassimo qualche nostra decisione l’estremismo scomparirebbe. Il solo modo per vincere è riconoscere che questo fenomeno ha i caratteri di un’ideologia globale; e questa ideologia può essere sconfitta soltanto con la forza dei valori e delle idee che sapremmo contrapporre a quelle dei terroristi. Ancora oggi mi stupisco per quante persone pensano che il terrorismo sia aumentato perché abbiamo invaso l’Afghanistan e l’Iraq. Ma queste persone sembrano dimenticare completamente che prima c’era stato l’11 settembre. L’occidente non ha attaccato per primo. E’ esattamente il contrario: ha risposto all’attacco subito. Questo mi porta a un punto di fondamentale importanza. Secondo l’ideologia estremista, noi siamo il nemico. Ma “noi” non significa semplicemente l’occidente. In questo “noi” rientrano allo stesso modo musulmani, cristiani, ebrei o induisti. “Noi” sono tutti coloro che credono nella tolleranza religiosa, nell’apertura verso gli altri, nella democrazia, nella libertà e nei diritti umani. Questo non è uno scontro tra civiltà; è uno scontro sulla civiltà. E’ l’antica battaglia tra il proprogresso e la reazione, tra chi accoglie il mondo moderno e chi ne rifiuta l’esistenza, tra l’ottimismo e la speranza da una parte e il pessimismo e la paura dall’altra. In ogni scontro, il primo compito è quello di comprendere con precisione la natura del nostro nemico. E qui c’è ancora molto da fare. Mi sembra incredibile che buona parte dell’opinione pubblica occidentale appaia persuasa dall’idea che l’esplosione di questo terrorismo globale sia in qualche modo una nostra colpa. Tanto per cominciare, il terrorismo è davvero globale. Non è diretto soltanto contro gli Stati Uniti e i loro alleati, ma anche contro nazioni che non possono certo essere considerate alleate dell’occidente. Secondo, ciò che il terrorismo sta facendo in Iraq e in Afghanistan non riguarda realmente la liberazione di questi paesi dall’occupazione americana. Il suo vero scopo è impedire che si trasformino in democrazie. Altrettanto assurdo è sostenere che il terrorismo sia la conseguenza della povertà. Naturalmente, sfrutta la causa della povertà come giustificazione. Ma i suoi esponenti non sono affatto i paladini dello sviluppo economico. Sono questi terroristi, e non noi, che massacrano deliberatamente persone innocenti. In verità, sono loro l’unica ragione per la presenza delle nostre truppe. Il loro scopo non è quello di incoraggiare ma di impedire che la Palestina viva a fianco di Israele. La loro priorità è combattere non per la creazione di uno stato palestinese ma per distruggere lo stato di Israele. Il fatto è che il terrorismo si fonda sull’estremismo religioso, e non su un estremismo religioso generico, ma su una sua versione specificamente musulmana. I terroristi non vogliono che i paesi musulmani si modernizzino. Molti osservano i massacri che stanno avvenendo in Iraq e dicono che questa sia una ragione sufficiente per andarcene. Ogni nuova carneficina viene usata per ribadire le nostre responsabilità e non per denunciare la malvagità di coloro che l’hanno compiuta. Una buona parte della nostra opinione pubblica ritiene che ciò che è stato fatto in Iraq nel 2003 sia stato talmente sbagliato che non riesce ad accettare nemmeno ciò che ora è senza dubbio giusto. La gente crede che gli attentati terroristici siano causati esclusivamente dal nostro comportamento repressivo nei confronti dei musulmani. Molti pensano che se soltanto andassimo via dall’Iraq e dall’Afghanistan tutto cesserebbe. E, in modo deleterio, una larga fetta della nostra opinione pubblica ritiene che stiamo pagando un prezzo troppo alto per l’appoggio a Israele e simpatizza con i musulmani che lo criticano. Manca una comprensione della difficile situazione in cui si trova Israele. Se riconosciamo la vera natura di questo scontro, avremo fatto almeno il primo passo sulla strada che porta alla vittoria. Ma una buona parte dell’opinione pubblica occidentale non sembra ancora avere la minima intenzione di farlo. Nell’era della globalizzazione, l’esito di questo conflitto tra estremismo e progresso avrà un’importanza decisiva per il nostro futuro. Rinunciare ad agire, scaricare la responsabilità sull’America e illuderci che questo terrorismo non sia un movimento globale sono reazioni profondamente sbagliate. E’ per questo che è un errore ignorare il grande significato delle elezioni che si sono tenute in Iraq e in Afghanistan. La verità è che, se gliene viene data la possibilità, tutti i popoli vogliono la democrazia. L’elemento più importante degli interventi militari in questi paesi non riguarda il cambio di regime ma la trasformazione del sistema di valori su cui si fondavano. Si tratta di un progetto molto ambizioso. E’ una sfida che ci coinvolge tutti. E’ un progetto che può avere successo soltanto se realizzato insieme. Significa agire su tutti i fronti. E significa agire preventivamente e non soltanto in risposta a una sollecitazione. Fino a pochi decenni fa, potevamo passare all’azione quando conoscevamo perfettamente il problema da affrontare. Oggi, dobbiamo agire per precauzione. Dobbiamo agire, non reagire. Gli eventi futuri richiederanno spesso il nostro intervento, quasi sempre in regioni lontane dai nostri confini. Per affrontare questo compito, dobbiamo collaborare, sulla base di valori condivisi. Tony Blair
(traduzione di Aldo Piccato)
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