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da il foglio del 26 settembre 2006 Scrittore ebreo, ispirato dal Ratzinger di Ratisbona, ricorda il suo incontro con un angelo. O era solo una contadina pietosa? L'idea di dare del tu a Dio come Abramo sotto la quercia Fendenti di dottrina. Ma poi le definizioni
di come sia fatto il nostro
Dio, forse più europeo che ebraico e cristiano,
per quanto figlie della sapienza
e sorrette dal deposito dello spirito, già
stanno scolorendo: proprio non possono
contenere Dio. Ché gli articoli di fede
rimangono articoli di fede e la via teologale
è ancora più stretta della stretta
cruna dell’ago. Chi ci passerà? Accade
dunque che per effetto di tale singolar
tenzone, il nostro Dio fatto di Pietà e di
Maestà, di leggi, di un pensiero che è
soffio creatore; questo Dio dei carri egizi
rovesciati mentre in mezzo al mare si
apre una via per il popolo, e il popolo
passa in mezzo al mare; accade che questo
Dio diventi come lontano. E più la
sua identità viene rimarcata, più la sua
essenza risulta diminuita, e scende il
gelo e la fragranza svanisce. E al momento
della sera, il buio cade su di noi
come un maglio e abbiamo paura come
all’inizio dei tempi. Del resto, quando si
è nel chiuso della stanza, al riparo di
sguardi indiscreti, Io, questo povero Io,
non si rivolge a Lui dandogli l’appellativo
di Ragione, e neanche di Spirito.
Ma dice: “Signore”, e gli dà persino del
tu. E Lui si farebbe anche dare del tu,
questo rientrerebbe nel disegno visibile
della creazione, luogo il più prezioso,
fatto dal nulla per una creatura preziosa:
Io-Noi. E questa nostra confidenza
serale, così priva di proporzioni, dare
del tu a Dio in una stanza, che sarebbe
una cosa da ubriachi, ha però le proporzioni
reali del figlio piccolo che si rivolge
al padre. Ed era qui, in questa
stanza della confidenza serale, che alla
fine di tutti i giorni Lo trovavo. Lo troverei.
E’ dai discorsi fatti in questa stanza
che posso, potevo, misurare quanto io
disti dal gelido imperatore col turbante
e le vergini – l’Uno che manda i martiri
a farsi esplodere tra chi non si flette alla
Conquista. E ancora, questa stanza
della confidenza col Padre permetteva
a chi crede in Lui – a chi goda di questa
fortuna incalcolabile, dato che nessuno
può misurarne il valore – di porsi domande
su dove Egli abiti. E certo, se per
davvero Lui esistesse, e allora ci avrebbe
creato insieme alle montagne e ai
mari, si lascerebbe cercare. Non si terrebbe
lontano in un alto padiglione.
Non ci disprezzerebbe. Non sarebbe distratto
circa il fatto che esistiamo e siamo
suoi. Non ci imporrebbe di macellare
il prossimo e così convertirlo. Ma
adesso c’è un fragore e la stanza appare
chiusa, e conclusa la possibilità di chiedere
quale sia la strada per andare a
trovare Dio. In quale modo Lui si faccia,
si farebbe incontrare. Ma ora che scintillano
le sciabole della dottrina, e che i
giochi della confidenza, il fatto di darsi
del tu, paiono chiusi per via di un cozzo
immane, ed è disputa sull’identità di
Dio, cioè poi sulla nostra identità, il cielo
sembra un coperchio chiuso e non
sappiamo verso dove alzare la testa. Dove
vedere Dio. Un uomo apre un quotidiano,
guarda il telegiornale, e non si sa
come, Dio coincide con una invalicabile
muraglia dialettica. Si può avere l’impressione
che la breve parola “Dio”
venga forgiata ad ogni mattino, ad ogni
edizione delle news; e invece di pre-esisterci
fin dall’eternità, ogni giorno questo
dio nuovo rinasce più piccolo, nella
forma pallida di un “diino”. Un dio palliativo,
un alto surrogato che è basso –
Questo, a un tratto, Dio. E ovunque il
piccolo uomo assista a questo duello
dell’assurdo, dove i colpi-parola che sono
giusti divengono sbagliati, il piccolo
uomo traballa. Egli è lì che guarda Dio
rinviato da un campo all’altro, ora di
qua, ora di là, come la palla in una partita
a tennis. Invece la creatura avrebbe
bisogno di incontrare il Creatore, dato
che da quando è nato, e cammina e pensa,
incontra ovunque i segni di un progetto,
in un pesce striato, nella rotondità
serale della luna. Nessuno può
spiegare con un tuono di dottrina che
vuol dire tutto questo, e ci sarebbe bisogno
che Dio venisse suggerito. Si spererebbe
di incontrarlo in una forma mediata,
certo non faccia a faccia come
Mosè (per quanto anche Mosè abbia visto
solo le Sue spalle) – di farne la conoscenza
nella usuale forma allegorica,
accamparsi presso la Scrittura, ascoltare
racconti. Bisognerebbe che questo
fosse ancora possibile. Ma in un modo
che è potente novità, Dio cessa di essere
annunciato, lanciato tra il nostro
campo come una semente, ora è il grido
di un teorema. Forse è un’altra ora della
Storia, siamo giunti all’estrema ratio,
e il Dio che entrava nel tempo e magari
nasceva povero in una stalla, si sta facendo
opaco, e il cielo diventa un indirizzo
algebrico.
Dunque vi voglio parlare di un anno che come al solito cercavo certe soluzioni a ciò che qui non può avere soluzione, ma ci può essere mostrata una porta che si apre, per poi cercarne ancora un’altra. Ero oltre i trent’anni, a un tratto non ero interessato a quella stessa scena, diciamo così, sociale e personale, che fino a poco prima mi aveva interessato, e spesso appassionato. Perciò avevo smesso di vedere persone e cessato di avere amici. Stavo solo. Ma anche la solitudine non mi bastava. Dunque era la Pasqua ebraica, e dunque ero andato in Israele, a trovare la mia famiglia a Haifa, e a fare assieme la cena rituale. I miei genitori erano alle prese con l’età avanzata e per la prima volta non era stato mio padre a officiare il racconto della fuga dall’Egitto, a distribuire i bocconi di pane azzimo, ad avere il naso rosso per via dell’allergia al vino. A tavola aveva cantato Yakov, il marito di mia sorella. Vedevo mia madre sostenere mio padre e mio padre non sostenersi, ma essere ingoiato in sonni improvvisi. Trascorsi i giorni pasquali, al momento della partenza avevo avuto bisogno di capire che anche se il padre era molto vecchio, tuttavia si esiste, e che io ero giovane. E la mattina della partenza – prima che venisse il taxi per portarmi all’aeroporto, quell’anno il tassista era un signore tedesco che somigliava ad Adorno e parlava della vita come fosse stato Adorno – siccome avevo tante cose da chiedere al genitore, ma non me le poteva più dire (così come un bambino sa della vita ma non può parlare della malinconia), a un tratto chiesi a mio padre di benedirmi, sfidandone la cortina vegetale. Disse di sì con quel sorriso piccolo che prima non aveva, e che adesso aveva. Era sulla sedia a dondolo, non si alzò. Mi inginocchiai, lui mi pose le mani sulla testa, mormorò la benedizione e così gli strappai qualcosa un’altra volta. Ma mica poteva bastare. All’aeroporto guardavo il mio biglietto Roma-Tel Aviv-Roma. Stavolta diceva che al ritorno, cioè adesso, avrei fatto scalo ad Atene. Questione di un attimo e decisi di tornare in Italia con un viaggio lungo, un vero viaggio che, per rimanere nelle figure del linguaggio aereo, permettesse di decollare e riprendere quota. Andavo via dalla casa natale, ero giovane, non dovevo chiedere il permesso, ero libero. Stavo all’ingresso dell’aeroporto, quando guardai l’aria e ci vidi che sarei sceso ad Atene e chissà che sarebbe successo. Magari avrei avuto fortuna e mi sarei perso. Perciò scesi ad Atene, ma mi premeva viaggiare più che fermarmi, e dopo un’occhiata alla nube impolverata dell’Acropoli, andai alla stazione. O per meglio dire, mi divertii a mettermi su un marciapiede, aspettare un autobus logoro quanto bastasse, sperando che mi portasse a dei treni, che io non potessi sapere con assoluta precisione dove sarebbero andati e quanto ci avrebbero messo. Pervenni alla stazione rotolando sopra a quel motore bronchitico pieno di inglesi in pantaloni corti che avevano avuto la mia stessa idea. Dopo fui sotto al tabellone delle partenze, a decifrare le parole greche sulla base delle mie reminiscenze ginnasiali, lieto di prendere il largo da qualsiasi parte fosse. Stetti in piedi. Avevo la mia grande borsa militare da viaggio ed ero in attesa del treno al binario che forse mi portava dalla parte giusta, piano piano, su in Europa. Se poi fossi finito in Ucraina, avrei girato a sinistra; se sul Mar Nero tanto meglio, e se in Turchia, boh. Arrivò questo treno, che immaginavo avrebbe fatto una lunga curva, poi costeggiato l’Albania, andato su per la Jugoslavia, e arrivato a Trieste. Il treno sbucò male in arnese, proveniente da dentro un’officina. Proprio bene, dissi, e salii. Era un convoglio secondario, lungo e vuoto, una specie di accelerato. Non potrei dire che gente portasse di solito, se pendolari, o contadini venuti in città a comprare la radio nuova. Quel giorno ad aspettarlo sulle panchine c’erano poche persone. Greci con qualche valigia quasi di carta come nei film del neorealismo. Un paio di donne indurite da lavori umili, potevano avere venti o cinquantanni, e parlavano una lingua fitta con in mezzo quella loro esse. Avevano con sé un nipotino che scribacchiava su una settimana enigmistica in greco. Poi, un uomo da solo, coi baffi nerissimi e in mano la ruota di una bicicletta. E infine, io. Il cigolio della partenza, il legno caldo dello scompartimento dove sedevo da solo, e già era alle spalle Israele, mio padre, il fatto che al momento della partenza lui avesse i sandali e che durante la benedizione mi fossi distratto a guardare come erano piccole le dita dei suoi piedi. E poi che avessi immaginato di portarlo su una spiaggia a giocare. Mentre adesso in me stava entrando alla rinfusa ogni cosa – ed ero deciso a fare entrare tutto. Dopo un poco, il treno scarrettò nella campagna greca. C’erano molti ulivi che aumentavano lungo la stretta via ferrata, di un solo binario; una schiera di ulivi che venivano su accanto al treno, e a ogni battente tutum, aumentavano, vicini al binario, a centinaia, e la ferrovia sembrava una serra di ulivi, per tetto le loro chiome. Giovani tronchi, olivastre contorte che avevano secoli, le fronde che si piegavano fino al finestrino, e a certe curve entravano da me. Per poi tornare indietro di malavoglia, scosse e tirate via, e già essere sostituite da nuove fronde, da altre foglie, lasciando il pavimento sparso di piccoli stecchi e dell’argento oblungo delle foglie. Poi c’era un vento sostenuto e io mi chiesi se quello era il grecale. Alle stazioni salivano in pochi, rimanevo solo, e trascrissi i miei pensieri su un foglio: il sospetto dolce che la natura avesse una vera intelligenza, e perfino un carattere. E mentre il treno risaliva il Peloponneso facendo spalluccia coi vagoni – come se dicesse: ragazzi chi se ne frega se lavoro – tentavo di capire come un detective dello spirito chi mi stesse annunciando cosa; e nella piccola pazzia di quel mattino, quando alle curve più ampie il locomotore mi inviava sbuffi di nafta, persino l’acre petrolio sapeva di perfezione, ed ero turbato che gli ulivi mi dicessero qualcosa e io non capissi. A una stazione, una piccola stazione di ovunque nel mondo, non ne potei più di stare lontano dalla primavera venuta sulla terra. Perciò scesi di foga. La borsa mi rimbalzava sul polpaccio, oltrepassai un recinto di legno accanto al binario. C’era un orto a verdeggiare. Ero sulla strada e non passava nessuno. Alle mie spalle il treno se ne andava tintinnando, come se i vagoni fossero fatti di centinaia di pentole che sbattevano e ciondolavano, una specie di scampanio minore – musica scritta all’istante. Per quanto fossi felice, avrei desiderato sia ridere che piangere. Sicché attraversai la piccola strada davanti alla stazione di chissàcosa e senza pensarci per niente presi per un campo. Sentivo l’erba scricchiolare sotto i miei passi e tutto era nuovo. Dopo un poco che facevo così, cioè che camminavo con tutta la forza, ed era come se stessi prendendo un pasto che non aveva fine, unico invitato a un banchetto cosmico, vidi una quercia con la testa immensa. Intorno luccicava l’erba. Mi misi a correre, e quando raggiunsi il tronco, mi lasciai cadere su quel mare verde. Penso di avere dormito, se no fantasticato a occhi chiusi. Stavo così, con la schiena al tronco, quando dagli occhi semichiusi intravidi un movimento. Una figura. Una persona veniva verso di me. Mi tirai su. Era una donna – anziana. Aveva il grembiale ed era vestita di nero, con un fazzoletto in testa. Una contadina. Quando mi fu vicina, accennò una specie di inchino, e disse qualcosa che secondo me non era greco, ma non importa che fosse. Penso di avere guardato il cielo dove il sole era alto e averle detto buona sera in italiano, che tutti nel mondo sanno che vuol dire buona sera. La donna mi stava porgendo qualcosa. Era pane. Un filone di pane. La vecchia disse qualche altra cosa (la sua voce era roca) indicando alle proprie spalle, e a quel punto si sporse e mi dette il pane, quasi affacciandosi nella mia parte di spazio, la quercia, ma senza entrarvi del tutto. Presi il pane. Era caldo. Lo aveva appena sfornato. La donna era rientrata nella sua parte di spazio, disse così e così, rifece il suo inchino e se ne andò. Stavo lì con questo pane caldo tra le mani e la seguii con lo sguardo finché proprio non scomparve. Non c’era niente che potessi dire. Era successo tutto. Cominciai a sbocconcellare tutta quella fragranza. Credo di avere sentito una specie di clac dentro di me. Qualcosa si stava riattaccando a qualcos’altro. Adesso che ripenso a quel pane in un campo – più che un dono, una dazione assoluta – mi pare che eppure, in questo smarrimento di ora, avremmo da dirci almeno quei fatti nei quali oltrepassiamo la soglia ordinaria dei giorni, ed entriamo nello straordinario, e sono cose che poi teniamo per noi; quando i nostri orecchi si fanno perfetti, la nostra vista anche, e quello che accade non dipende da una nostra scelta, ma da qualcosa che, per caso, finalmente facciamo – è allora che entriamo in una terra sacra. Qualcuno si manifesta a noi, oppure noi ci manifestiamo a qualcuno. Per esempio siamo in un posto del mondo e senza saperlo facciamo i pellegrini; entriamo in un campo e una contadina riconosce nella nostra presenza un annuncio che porta a lei quello che nemmeno noi sappiamo di portare. Viene alla mente Genesi 18, 1,5. Abramo che incontra Dio alle Querce di Mamre. “Abramo abitava presso le Querce di Mamre. Un giorno, nell’ora più calda, mentre stava seduto all’ingresso della sua tenda, gli apparve il Signore. Abramo alzò gli occhi e vide tre uomini in piedi, davanti a lui. Appena li vide dall’ingresso della tenda, subito corse loro incontro, si inchinò fino a terra e disse: – Mio Signore, ti prego non andare oltre. Fermati. Sono qui per servirti. Vi farò subito portare l’acqua per lavarvi i piedi. Intanto riposatevi sotto quest’albero. Poi vi darò qualcosa da mangiare. Dopo esservi ristorati, potrete continuare il vostro viaggio. Non dovete essere passati di qui inutilmente”. Nessuno può dire se in effetti Abramo abbia visto Dio, o invece l’annuncio di che cosa significhi vedere Dio. A leggere il testo, forse quello che conta non è proprio il resoconto dell’evento, ma ancora di più la vita di Abramo – la via che ha portato all’evento. Essere di sentinella davanti alla tenda, abitare dove si sente la più piccola brezza: allora la tela si gonfia e quasi si vede la forma del vento. Non abitare nel materiale ma nello spirituale, in una tenda, casa lieve sino all’inconsistenza, eppure solida. Perché ciò che mostra la debolezza, allora è forte. Abramo ha questa tenda, confida in Dio. Non ha altro e ha tutto. L’episodio sfocia nella contrattazione tra Abramo e il Creatore su quanti giusti siano necessari perché Dio risparmi Sodoma e Gomorra. Ed è l’inizio della impressionante confidenza di Abramo con Dio. Il colloquio si conclude in Genesi 18, 33… “Quando ebbe finito di parlare con Abramo, il Signore se ne andò e Abramo tornò alla sua tenda”. Cioè, il racconto illustra che Abramo ritorna nella posizione dell’attesa. Vorremmo farlo anche noi. Non avere altro e avere tutto. Alessandro Schwed
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