Gli uomini eguali
© Edizioni Bietti 2005
 


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da il foglio del 27 settembre 2006

Il jihad afghano sfrutta il nostro desiderio di parlare di peacekeeping e la strategia militare della guerriglia ha un preciso obiettivo politico
Trappola talebana

La strategia dei talebani per il 2006 è stata pubblicizzata bene da loro stessi. All’inizio dell’estate la Nato si è assunta la responsabilità per l’Afghanistan del sud (con truppe per la maggior parte canadesi, inglesi, olandesi e australiane). I talebani pensano che il supporto politico per questa missione sia debole. Pensano che se in questa stagione riescono ad ammazzare soldati della Nato in misura sufficiente, l’appoggio pubblico si affloscerà, i politici saranno intimiditi e l’intera missione occidentale collasserà, fino al risultato sperato: le truppe saranno tirate fuori.
Non conta nulla, nei loro calcoli, la quantità di talebani bruciata in queste operazioni contro un esercito meglio armato. Apparentemente, pensano di riuscire a incassare grandi perdite (e anche di poterle rimpiazzare rapidamente: i rapporti d’intelligence segnalano gruppi di centinaia di stranieri, veterani dalla Cecenia e giovani reclute dal Pakistan, che attraversano il confine meridionale; e la paga dei nuovi arrivi è di cinque dollari al giorno, più del doppio di quella dei 30 mila uomini dell’esercito del governo afghano). Dal punto di vista dei talebani, il fattore importante, quello su cui hanno puntato le loro manovre, sono i lutti e il dolore personale delle famiglie occidentali, e quanto riescono a scuotere i nervi della politica nazionale nei paesi che hanno mandato soldati in Afghanistan.
Per quest’anno la strategia dei talebani non ha funzionato. La loro campagna finirà tra un mese, con l’arrivo dell’inverno, che in Afghanistan impedisce quasi del tutto di combattere (non è un caso che il culmine della ferocia si sia raggiunto in agosto: rispetto al solo mese di luglio, il numero dei poliziotti afghani uccisi è quadruplicato, quello delle vittime civili è triplicato e il numero degli attacchi è aumentato del 60 per cento). La trappola afghana non ha fatto in tempo a chiudersi. La stagione utile è agli sgoccioli e non soltanto non sono riusciti ad ammazzare abbastanza truppe della Nato da causare il collasso politico della missione, ma stanno anche subendo enormi perdite. Sono colpi più duri di quanto i talebani si aspettassero – il rapporto è di 20 dei loro uccisi per ogni soldato occidentale caduto – anche se non ancora così duri da indurli a pensare che la loro strategia è certamente fallimentare e che dovrebbe essere abbandonata. Quando credono che presto o tardi la loro trappola riuscirà a scattare, hanno dalla loro parte alcune buone ragioni. Su che cosa fanno ancora affidamento?
Ai giornalisti che rispondono ai loro abboccamenti (sempre più alla luce del giorno, e questo è già un pessimo segnale), i talebani dicono di voler portare nel loro paese una guerriglia “in tutto e per tutto simile a quella irachena”. Hanno capito che nella grande storia della guerra santa di questi ultimi cinque anni il punto nudo e vulnerabile dove colpire è tornato a essere l’Afghanistan. Sanno di avere davanti un mal assortimento di avversari che sono – certamente non sul campo, ma in patria – pavidi e litigiosi. Tre settimane fa la Nato ha chiesto almeno 2.500 uomini di rinforzo da gettare nella battaglia antitalebana. “Siamo impegnati nei combattimenti più furiosi dal 1949, da quando la Nato stessa è stata fondata”, ha detto il comandante supremo dell’alleanza militare, John Jones. Nessuno dei 26 paesi membri ha risposto. Tranne la Polonia, che invierà 900 uomini – ma non prima di quattro mesi – e la Lettonia, che ha promesso di portare il suo contingente da 35 a 56 uomini. Due giorni fa si è aggiunta anche la Romania, che ha detto che sposterà – ma non ne manderà di nuovi – 200 uomini dalla base nel centro del paese alle province degli scontri (la Francia, a cui è stato chiesto lo stesso genere di spostamento di soldati, ha risposto per bocca del suo ministro della Difesa, Michèle Alliot- Marie, che è “fuori discussione”). Ci sono dubbi ben fondati che i comandi occidentali, ancora malinconicamente aggrappati al mandato di una missione che in origine era di peacekeeping e di ricostruzione di scuole e ospedali, riusciranno effettivamente a fermare la marcia della rivincita dei guerriglieri.
In Iraq, il calcolo della guerriglia è differente. Lì, il suo orizzonte è chiuso. Sa che per almeno altri due anni, quanto resterà in carica l’attuale Amministrazione di George W. Bush, l’esercito americano terrà le posizioni assegnate in partenza: la guerra d’attrito non riuscirà a portare cambiamenti, e i soldati americani a Baghdad continueranno a essere bersagli meno paganti di quanto lo sono diventati quelli della Nato a Kabul. In Iraq, inoltre, al governo, nell’esercito e nel paese c’è una maggioranza sciita suscettibilissima e armata, che bracca i guerriglieri sunniti con efficienza. Ma il jihad è come l’acqua sotto pressione, sta cercando uno sbocco attraverso la parete più cedevole.
Gli indicatori ora dicono tutti la stessa cosa. Gli estremisti vogliono inghiottire di nuovo l’Afghanistan. E, alle condizioni di oggi, la battaglia occidentale contro di loro per il futuro del paese potrebbe essere perduta. Le orde sunnite sciamano, ben finanziate e ben inquadrate, dalle province di confine. Ogni settimana spingono avanti la linea del fronte, ogni settimana attaccano un nuovo capoluogo e stringono in un cerchio di ferro un altro distretto: Panjwai, Pashmul, Zhari. L’obiettivo è riuscire ad arrivare fino alle porte della capitale, Kabul, e rovesciare il governo esangue – anche se eletto dal popolo – di Hamid Karzai. A cinque anni dall’11 settembre, sarebbe un’operazione di “nation killing” rosso sangue.
Se la trappola afghana quest’anno non si è chiusa, è stato soltanto di misura. Secondo la Royal Statistic Society, le truppe inglesi in Afghanistan, condannate dall’ipocrita spartizione del comando Nato (ai governi con le spalle più larghe toccano le rogne più grosse) a tenere il settore più violento – quello di Helmand, nel sud – a partire da maggio hanno iniziato a subire “una media di cinque morti ogni settimana”. Che è la stessa media settimanale di perdite che tra il 1980 e il 1989 dissanguò l’Armata rossa, che aveva tentato invano la stessa cosa: controllare l’Afghanistan mettendo sul piatto tutta la forza della sua presunta superiorità militare. I russi finirono per subire una sconfitta così sanguinosa che l’intero impero sovietico cominciò a traballare. E non è un caso che quel territorio sia da tempo immemorabile spezzettato dall’influenza inesorabile di numerose kabile e signorie della guerra, l’un contro l’altra armate, che ne rendono impossibile il controllo totale, e accondiscendono soltanto a un intricato equilibrio di alleanze. L’orografia del paese – un labirinto lunare di gole e passi montani – è impossibile, e neanche i talebani sono mai riusciti a controllare il territorio nella sua interezza sotto il loro regno del terrore coranico durato dal 1996 al 2001. E infatti, appena se n’è presentata l’occasione, sotto forma di appoggio del presidente George W. Bush, l’Alleanza del Nord ha rovesciato l’equilibrio e s’è ripresa il paese. Lo ripete anche il presidente, Hamid Karzai: “Il paese non si può tenere soltanto con la forza. Ma nel 2001, quando invece siamo andati all’attacco, l’abbiamo liberato in un mese e mezzo soltanto e abbiamo costretto i terroristi a scappare”.
Gli inglesi, che ora sono il contingente di confine, sono passati per le fasi più cruente della campagna dei talebani: “Siamo così dispersi che un battaglione, 500-600 uomini, deve coprire un’area grande come la Scozia”. Secondo un ufficiale dei paracadutisti, “quella che doveva essere una semplice operazione di sicurezza per vincere nei cuori e nelle menti degli afghani si è trasformata in guerra vera. Nessun soldato inglese ha combattuto con questa furia e per un periodo così prolungato dal tempo della guerra di Corea”. L’unica cosa che ha permesso loro di resistere nelle piccole guarnigioni è stata la salvezza che arriva dall’aria, dai bombardamenti degli aerei e degli elicotteri. I razzi e i proiettili degli elicotteri Apache, che sarebbero dovuti durare almeno fino al prossimo aprile, a questo ritmo saranno bruciati “ben prima di Natale”. E gli otto velivoli in forza alla provincia di Helmand sono costretti a operare tutti assieme e a ciclo continuo, quando invece la prudenza consiglierebbe di usarne al massimo sei, per permettere i dovuti turni di manutenzione. E pensare, dicono a denti stretti i comandanti, che “in Germania e in Francia – altri paesi della Nato – ci sono elicotteri da guerra di prim’ordine che se ne stanno inoperosi”.
E pensare anche che i britannici, quando erano arrivati e si preparavano a prendere il posto dei fanti americani, si erano concessi il lusso di misurare la distanza dai loro predecessori. “I nostri metodi non saranno come i loro – aveva detto il ministro della Difesa, John Reid – noi vogliamo conquistare la fiducia del popolo afghano, non fare perquisizioni casa per casa e bombardamenti”. Secondo i dati dell’U.S Air Force, Musah Qalah, un avamposto britannico la cui sopravvivenza fino a oggi è stata garantita soltanto dagli interventi aerei, è stato bombardato dai B-1 e dalle cannoniere volanti A-10 degli americani e dagli Harrier della Raf tutti i giorni dell’ultimo mese. Già a maggio le missioni degli aerei americani – i cugini rozzi che però sono rimasti a Bagram a dare manforte – erano diventate 340 a trimestre, più del doppio delle 160 dello stesso trimestre in Iraq, che pure continua a essere il teatro di operazioni più seguito dai giornali. Prima dell’arrivo degli inglesi, e del loro approccio morbido, le chiamate non erano più di una a settimana.
“We cannot eliminate the Taliban”. Il ministro della Difesa canadese, Gordon O’Connor – non appena ha fatto ritorno da una visita lampo alle sue truppe nelle province irredente dell’Afghanistan meridionale – lo ha ammesso in forma molto semplice davanti ai giornalisti: “Non possiamo eliminare i talebani”. Vale come conferma la cronaca di questi ultimi giorni: la più grande manovra di terra dal tempo della liberazione del paese nel 2001 (e la più grande battaglia mai sostenuta dalla Nato), battezzata dai comandi “Operazione Medusa”. Le truppe alleate, appoggiate dall’esercito afghano, hanno “ripulito dalle forze ostili” un distretto a sud di Kandahar e inseguito in profondità i talebani per 25 chilometri. In due settimane di scontri brutali e di furibondi cannoneggiamenti hanno perso la vita circa 500 guerriglieri, cinque soldati canadesi e uno americano, embedded come istruttore in un reparto di afghani. Domenica 17 settembre, il comandante di tutte le forze in Afghanistan, il generale David Richards, ha provato sommessamente a cantare vittoria. “Abbiamo conseguito un significativo successo”, ha detto “in un’area dove sappiamo che il 70 per cento della popolazione aspetta soltanto di vedere chi è più forte per decidere da che parte stare”. Il giorno dopo, un plotone di soldati canadesi ha fermato l’autoblindo negli stessi posti, per distribuire quaderni e penne a una piccola folla di bambini del distretto ripulito. Un uomo si è infilato in bicicletta in mezzo al gruppo e si è fatto saltare in aria. Quattro militari morti – in linea con la rovinosa media settimanale – e 27 feriti gravi tra i civili presenti. “Va oltre la mia comprensione che un attentatore suicida possa scegliere un’occasione come quella per colpire, sapendo che può uccidere bambini innocenti”, ha detto Richards.
Quel lunedì altri attacchi suicidi hanno ucciso 15 persone. Davanti a un nemico che arde di un odio così preciso e inestinguibile da scivolare anche in mezzo ai figli dei propri connazionali per ammazzare una pattuglia di distributori di penne, viene alla mente il drone – l’aereo armato senza pilota – americano che due settimane fa s’è imbattuto in una cerimonia funebre dei nemici sorvolando le montagne. Duecento uomini su terreno scoperto, una parata in mezzo al tremolio grigio e azzurro delle pietraie: allineati come birilli per i missili aria-terra del velivolo. Stavano rendendo l’estremo omaggio al corpo di un capobanda deposto nel cassone di un pick up. Alla base americana di Bagram, davanti allo schermo fioco della telecamera che rimandava le immagini ai militari, la mano che guidava il drone non ha premuto il pulsante rosso. Le convenzioni di guerra proibiscono di prendere di mira i cimiteri in campo avverso.
“We cannot eliminate the taliban”. Il soldato talebano, quando proprio le cose vanno male, può semplicemente tornare nella sua casa, avvolgere il kalashnikov nella plastica, arrotolargli una coperta attorno e nasconderlo sotto il letto. E tornare così un afghano qualunque. Poi aspettare sei mesi. Intanto, le forze multinazionali fanno i conti con il costoso mantenimento di basi all’estero, rifornimenti, turni di ferie, spostamento di equipaggiamento sofisticato, collegamenti telefonici con la patria, rapporti con la stampa e rifinanziamenti litigiosi e subordinati all’approvazione del Parlamento. A Varsavia, la coalizione di governo si sta lacerando sull’Afghanistan ancora prima che i soldati effettivamente partano. Anzi, una parte chiede anche il ritiro dall’Iraq. Il premier canadese, Stephen Harper, deve difendere la sua decisione di “restare in missione fino a quando sarà necessario” con cadenza quasi quotidiana.
Quando e se i soldati stranieri levano le tende per fare ritorno nei propri paesi lontani, credendo di lasciarsi alle spalle un paese finalmente sulla strada verso la democrazia, ai talebani basta mettere la mano sotto il letto e tornare in armi. Loro hanno sempre a disposizione l’opzione di riserva: possono svanire nel nulla un attimo prima della disfatta. E’ difficile dichiarare vittoria completa e definitiva contro un nemico così. Nelle condizioni in cui opera la forza multinazionale, che per la maggior parte è ancora impegnata in una guardinga routine di peacekeeping, è impensabile. E infatti, dopo cinque anni di presenza ininterrotta e di sacrifici, dopo che si era detto che erano stati spazzati via, i talebani non sono ancora stati sconfitti.
 
Daniele Raineri


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