Gli uomini eguali
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da il foglio del 29 settembre 2006

Il razionalismo che si fa teologia e l’islam in fuga nella mistica. Risposta a Lee Harris
Può un Papa essere il nuovo Socrate?

Ho letto su questo giornale, giovedì 21, un eccellente saggio di Lee Harris in difesa di Papa Benedetto XVI, visto come degno portavoce filosofico di un occidente ragionevole e razionale, ma non razionalistico. Harris afferma che Ratzinger è stato frainteso, che il suo discorso tenuto all’Università di Regensburg voleva essere ed è una critica dall’interno della razionalità moderna occidentale che giudica irrazionale il problema religioso e si rifiuta di affrontarlo. Dal punto di vista di una pura e limitata razionalità scientifica parlare di Dio e di fede religiosa è insensato, perché in questo ambito niente è dimostrabile e sperimentabile secondo le procedure della scienza. Da questo punto di vista, Dio e la religione, questa o quella, cristianesimo o islam, non potranno mai essere oggetto di scienza, sono sempre opinione. Niente di oggettivo può essere affermato in proposito. Credere è una scelta soggettiva che cade fuori dal dominio della conoscenza certa ed è perciò irrazionale. Ma il punto centrale del discorso di Ratzinger a Regensburg, secondo Harris, è una sfida ragionevole, etica, filosofica e pacifica all’islam e ai nostri democratici atei. Questa sfida può essere lanciata, oggi, solo se il Papa cristiano accetta il legame profondo che si è storicamente stabilito nella cultura occidentale fra tradizione giudaico-cristiana e tradizione greco-latina. In sintesi estrema, Cristo oggi convince e può vincere culturalmente se si allea con Socrate. In tutta l’argomentazione di Harris il Papa teologo parla anzitutto come un erede di Socrate, come un amante della razionalità comunicativa e non violenta disposto a sottoporre ad analisi tutti i problemi, anche quelli morali e politici, non solo quelli formulati dalle scienze esatte. In questo modo, richiamandosi alla più ampia e saggia razionalità greca e socratica, Ratzinger lancerebbe una sfida non solo agli islamici ma anzitutto a quell’autolimitato (e autolesionistico) razionalismo occidentale moderno che si rifiuta di pronunciarsi razionalmente sul problema teologico e religioso. No, dice Ratzinger, non è vero che una religione vale l’altra: non può essere vero anzitutto per un intellettuale occidentale moderno che rifiuti la violenza come strumento di diffusione della fede. Fra il cristianesimo, socraticamente razionale e rispettoso della libertà soggettiva e della democrazia culturale, e l’islam, che prevede invece la coercizione e l’uso della forza per glorificare la grandezza di Allah, gli intellettuali razionalisti e democratici devono dire sì o no, non possono essere relativisti.
Sono costretti, dalla loro stessa fede razionalista, a scegliere una religione razionale piuttosto che una religione violenta. Se credono di non doversi pronunciare, dichiarano la loro paradossale impotenza di razionalisti dimezzati. Riporto il pensiero di Ratzinger nell’interpretazione di Harris: “Se la ragione moderna non può occuparsi della questione di Dio, non può nemmeno sostenere che un Dio il quale ordina il jihad sia migliore o peggiore di un Dio che ci ordina di non ricorrere alla violenza per imporre agli altri la nostra fede religiosa. Per l’ateo moderno, entrambi gli dèi sono allo stesso modo creazioni dell’immaginazione e di conseguenza sarebbe ridicolo mettersi a discutere sui loro meriti rispettivi. I sostenitori della ragione moderna, pertanto, non possono nemmeno immaginare di partecipare a un dibattito per stabilire se il cristianesimo sia la religione più ragionevole oppure se lo sia l’islam, in quanto, a loro giudizio, lo stesso concetto di religione ragionevole è una contraddizione in termini”.
Per Ratzinger, in sostanza, l’intellettualità laica occidentale deve accettare e difendere il cristianesimo non tanto come fede ma come ragione, come fede religiosa più razionale dell’islam, dato che il cristianesimo, in quanto sintesi giudaico-greco-latina, è il presupposto della formazione di “una comunità di uomini ragionevoli (…) moralmente superiore a una comunità governata da uomini violenti”.
Il Dio cristiano è essenzialmente “logos” e “verbum”. E’ “un Dio che vuole convertire gli uomini soltanto con la parola e la ragione” e non si compiace, come Allah, di “accogliere convertiti che temono per la loro vita, con una spada che gli incombe sopra il collo” (Harris). Dunque per un razionalista moderno il Dio che è “logos” e “verbum” può senza dubbio meritare la venerazione, mentre un Dio che accetta o prescrive la violenza e la guerra santa può essere temuto, ma non certo rispettato (né preferito) da un razionalista moderno.
Nel saggio di Harris le implicazioni, gli argomenti e i riferimenti storici non si esauriscono qui. Ma la sua difesa e interpretazione di Ratzinger teologo-filosofo mi sembrano plausibili. I dubbi e i problemi tuttavia sono molti. Riguardano sia la sostanza culturale che quella storica e politica del discorso. Anzitutto ci si potrebbe chiedere come sia possibile, per un Papa, ispirarsi a Socrate quasi più che a Cristo. E’ vero che Socrate è, per così dire, il Cristo dei filosofi e Ratzinger sembra spesso avere voglia di presentarsi più come filosofo che come Papa, più come mente argomentativa che come autorità istituzionale e dogmatica. Neppure Cristo, ovviamente, era un’autorità istituzionale e dogmatica. Era privo di potere. Benché divino, era anche umano. Questo gli permise di essere processato sbrigativamente e condannato ingiustamente al supplizio della croce. Condannato a morte fu anche Socrate. E questo ci ricorda ancora una volta che i due più importanti personaggi e miti culturali dell’occidente hanno pagato con la vita la loro testimonianza di verità. La comunità e il potere non li hanno riconosciuti ma rifiutati e condannati. La disposizione autocritica della cultura occidentale deve essere nata dalla coscienza dell’errore, dall’ossessione di quelle due scene che ci mostrano una morte ingiustamente inflitta a chi metteva in discussione le tradizioni e le credenze diffuse. Comunque anche Cesare, il simbolo e l’inventore del potere carismatico senza controlli, è stato assassinato. La nostra storia, nei suoi elementi e miti portanti, soffre quanto meno di instabilità. Non è così nell’islam, dove l’autocritica illuminista della tradizione non è entrata a far parte di una cultura distinta dalla religione. Ma bisogna anche dire che la chiesa, mettendo insieme profetismo apocalittico e governo mondano, imitazione di Cristo e organizzazione politica del sacerdozio, ha cercato di superare, neutralizzare, aggirare le contraddizioni. Ratzinger, per quanto simpaticamente, non può imitare Socrate vestendo nello stesso tempo i panni della massima autorità ecclesiastica. Socrate, proprio in quanto filosofo, volle restare un semplice individuo dialogante, dotato del solo strumento di persuasione della parola dialettica. Rifiutò qualsiasi carica pubblica e accettò il potere della polis di condannarlo a morte. Diceva di non sapere, non costruì nessun sistema filosofico, non volle neppure scrivere per non fissare il pensiero in una dottrina rigida, usava la “maieutica”, l’arte di far partorire la verità al suo interlocutore invece di somministrarla già pronta come un sapere stabile da accettare per fede. Inoltre (ma questo porterebbe lontano) nella tradizione delle chiese cristiane il rapporto tra fede e ragione è quasi sempre equivoco o equivocabile. E’ vero che la mente umana ha bisogno di credere non meno che di ragionare e capire (tanto è vero che la nostra cultura laica è intossicata di miti e dogmi moderni). Ma i Papi, i sommi sacerdoti e ogni autorità ecclesiastica esistono per esercitare la funzione di guardiani istituzionali, di controllori del rapporto giusto e corretto dei singoli individui con Dio. Il quale parla al genere umano non tanto attraverso le sacre scritture quanto attraverso i loro interpreti autorizzati, il Papa e i sacerdoti ordinati da santa madre chiesa. E’ per questo che nella tradizione occidentale la più rassicurante teologia, discorso razionale e insieme dogmatico su Dio ha sostituito la più pericolosa mistica, o esperienza diretta del divino. Il fatto è che solo per un santo, un illuminato e un mistico la fede è davvero razionale perché fondata sull’esperienza (e tralasciamo la questione dei falsi mistici o di cosa fare nel mondo dopo “aver visto” Dio: continuo a pensare che Orwell, parlando di Gandhi, avesse ragione dicendo che “tutti i santi vanno considerati colpevoli fino a prova contraria”, giudizio che forse si adatta più ai Papi che ai santi. In effetti Ratzinger ha tutta l’aria di sentirsi un po’ colpevole, in quanto filosofo diventato Papa).
Ma perché a un tratto ci siamo messi a parlare tutti di religione? Di quale idea di Dio sia più accettabile e democratica, di razionalità e ragionevolezza della fede, di compatibilità fra essere credenti praticanti ed essere cittadini rispettosi delle leggi in una società liberaldemocratica? I nostri brillanti excursus storico-filosofici su cristianesimo e islam, oriente e occidente possono anche essere (non sempre) intellettualmente appassionanti perché ci liberano per qualche ora da consumi culturali più effimeri. Ma lasciano qualche sospetto. Quando è in atto uno scontro violento, bellico e terroristico fra culture, come oggi avviene, il discorso culturale rischia di diventare uno strumento di questo scontro, un’arma politica. E’ inevitabile. E’ però anche disperante. La fede più sincera ed onesta in Allah e in Maometto, in Cristo e in Socrate, suona inevitabilmente falsa e infida se nel mondo viene incarnata dagli attentati terroristici di al Qaida e dai bombardamenti democratici di Bush. La discussione razionale implica la sospensione della violenza, il dialogo fra culture dovrebbe escludere la guerra. Se gli islamici non hanno avuto né l’illuminismo greco né quello francese (pur essendo arrivati a punte di civiltà altissima) non possiamo rimproverarglielo adesso, dopo che l’occidente ha abusato colonialisticamente di loro per secoli. Qualunque nazione sia stata politicamente umiliata diventa perversa: è successo anche al paradiso dei filosofi e dei musicisti, alla Germania che dopo la sconfitta della Prima guerra mondiale si è messa nelle mani di Hitler, in odio e competizione con l’imperialismo inglese.
I nostri discorsi sulle due culture oggi in conflitto politico e in guerra, sulle due tradizioni religiose, con tutto il seguito di sottigliezze teologiche, è certo interessante. Ma anche accademico e nello stesso tempo inevitabilmente strumentale. Questa discussione non ci sarebbe, probabilmente, se non fosse in atto uno scontro feroce dentro le società islamiche e fra islam estremista e occidente, un occidente innegabilmente sordo alla dimensione religiosa e incapace di prenderla sul serio nella vita quotidiana e sociale. Questo i leader islamici lo sanno bene e sanno che è la nostra debolezza. Sanno che la nostra sola religione è la ricchezza, il benessere, la produzione e il consumo. Papa Ratzinger a sua volta non può che cogliere questa occasione di conflitto fra un islam credente e fanatico e un occidente corrotto e agnostico per mostrare tutta l’importanza delle radici cristiane della civiltà europea e americana. Mettendo Socrate accanto a Cristo, parlando da filosofo ai nostri filosofi, Benedetto XVI sente di poter assumere oggi quel ruolo di guida alla fierezza identitaria occidentale che finora la cultura laica moderna aveva negato e sottratto alla chiesa cattolica. Ratzinger non ha il carisma drammatico e politico di Wojtyla. Ma può rivolgersi agli intellettuali e ai filosofi, soprattutto in un periodo in cui la moda filosofica è parlare di metafisica, di essere ed ente, di mitologia e di ritorno degli dèi. Ratzinger però non sembra orientarsi verso l’antirazionalismo di Heidegger e seguaci. Non sceglie Parmenide, sceglie Socrate. Non la Sapienza degli Illuminati, ma la ragione dialogica, umana, molto umana. La cosa interessante è che Ratzinger sembra un Papa prudente proprio in materia di religione. Non ignora che le religioni sono un bene prezioso, che può facilmente diventare una malattia degenerativa per società interamente fondate su una fede senza dubbi, su una fede incapace di cedere alla ragionevolezza del dubbio.
Del resto non solo l’islam è stata una religione di guerra. Anche nella Bibbia, nell’Iliade, nella Bhagavad Gita la guerra combattuta in compagnia e con l’aiuto di Dio e degli dei costituisce uno dei miti centrali. L’altra componente fondamentale dell’identità occidentale è poi Roma, una cultura che secondo Simone Weil rappresentò qualcosa di non molto diverso da un “nazismo dell’antichità”.
Ma noi sappiamo e diciamo questo. Gli intellettuali dell’occidente sono diventati nei secoli maestri dell’analisi critica e autocritica. La cultura islamica, in questo, è invece solo agli inizi. In Europa non si sono viste manifestazioni islamiche in favore della libertà di parola e di opinione di Salman Rushdie e contro la fatwa di Khomeini che lo condannava a morte per i suoi “Versetti satanici”. Né, mi sembra, ci sono stati imam che abbiano voluto dichiarare “martiri” tutte le vittime innocenti, di fede islamica, massacrate da fondamentalisti islamici in Algeria, per pure ragioni politiche mascherate da ragioni religiose. Solo che (il guaio è questo) nella cultura islamica distinguere fra politica e religione non è né facile né possibile.
Lo scontro e il confronto potrebbe anche migliorare le diverse tradizioni spingendole a valorizzare quanto in esse c’è di più universalmente accettabile e prezioso. Vediamo che purtroppo sta avvenendo il contrario. L’estremismo politico islamico sta usando proprio quanto c’è nell’Islam di più adoperabile per fanatizzare le masse e spingere i giovani al suicidio terroristico. Bisogna però stare attenti in Occidente a non definire l’Islam come religiosità costituzionalmente violenta, perché proprio questo aiuta l’islamismo che ha bisogno di esistere con l’esercizio spettacolare della violenza. Non va comunque dimenticato che è in corso una guerra, di tipo nuovo, una guerra senza confini di spazio e di tempo, che porterà ad usare le rispettive tradizioni culturali e religiose come propaganda di guerra. Non dobbiamo cadere nell’ipocrisia e nel ridicolo di presentarci,oggi, come veri e degni eredi di quanto di meglio le nostre culture in conflitto politico hanno prodotto nel corso dei secoli. Né bin Laden né Ahmadinejad sono eredi dei mistici Sufi. Ma non credo neppure che noi siamo davvero eredi degni e legittimi di Socrate e di Gesù. Almeno fino a prova contraria. Ci resta, cioè, il compito di provarlo. In pace più che in guerra.
 
Alfonso Berardinelli


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