Gli uomini eguali
© Edizioni Bietti 2005
 


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dal Corriere della Sera del 13 ottobre 2006

I romanzi della libertà

Orhan Pamuk nel 2005 ha rischiato tre anni di reclusione nelle carceri turche, accusato di un reato d'opinione, e da ieri è Premio Nobel per la letteratura. Uno splendido risarcimento per lui, una buona novella per chi osserva con sgomento con quanta facilità gli scrittori, i giornalisti, gli intellettuali vedano mortificata la loro libertà di parola e di espressione. E non come sopravvivenza ottusa ma residuale di un vecchio oscurantismo, bensì come manifestazione di un nuovo fanatismo intollerante e aggressivo che vede nella libertà il sintomo di un mentalità corrotta, e nella parola libera addirittura il segno di una depravazione morale. Per questo fanatismo, lo scrittore Pamuk gratificato del Nobel è l'incarnazione di una sconfitta. Perciò, per tutti gli altri, è un'ottima notizia. È vero, c'è qualcosa di insano, in questo insistere sulla cornice politica o comunque extraletteraria delle motivazioni con cui si è assegnato un premio dedicato pur sempre alla letteratura. Ma oramai la storia del Nobel ci ha abituati a questa distorsione, accentuando il valore politicamente emblematico di una scelta, a scapito dell'eccellenza letteraria del candidato prescelto. Nel caso di Pamuk, la sintesi sembra miracolosamente compiuta, ma questo lo possono confermare solo i critici letterari. Resta l'impatto simbolico di un verdetto secondo il quale scrivere liberamente del genocidio degli armeni, come nel caso di Pamuk, non porta alla censura e alla galera, ma al riconoscimento internazionale.
Ogni volta che un intellettuale dissidente del blocco sovietico veniva insignito del Nobel, da Pasternak a Solgenitsin, da Milosz a Brodsky (o Sacharov, premiato per la pace) gli esponenti del potere comunista gridavano alla distensione violata, ma chi nascondeva i samizdat per leggerli in clandestinità gioiva e ne ricavava motivo di speranza. E chissà che, con il Nobel a Pamuk, questo salutare contrappasso non venga luttuosamente rivissuto dai dispotismi che tagliano la lingua e spezzano la penna a chi dissente. Un valore politico, e di pedagogia liberale, che appare ancora più evidente in una terra di confine, e dove sembrano sommarsi i nodi più aggrovigliati del confronto e dello scontro tra culture, come la Turchia. Ma se il rifiuto persino di parlare del genocidio armeno pesa talmente come un dogma identitario nella nazione turca da alimentare la tentazione di comminare la galera a chi, come Pamuk, osa sfidarne il tabù, l'Europa non può tuttavia consentirsi la spocchia di trasferire solo sugli altri dilemmi che la stanno drammaticamente investendo, oggi più di ieri. A cominciare dalla Francia e dall'Olanda, una nuova paura di parlare, di esporsi, di pubblicare liberamente idee e opinioni su temi incandescenti e controversi sembra diffondersi nel cuore della civile e tollerante Europa. Non si rischia la galera, ma il linciaggio, non le manette, ma l'isolamento. Anche per questo c'è da rallegrarsi per il premio a uno scrittore che ha tenuto il punto, non si è piegato, si è ostinato ad affrontare questioni decisive ma in Turchia, come ha dichiarato in un'intervista, «nessuno ne parla mai». Parlarne, stavolta, non ha comportato persecuzione e censura. Il Nobel della letteratura come contrappeso alle minacce e ai tribunali dei fanatici e dei guardiani del pensiero autoritario: non sarà un romanzo, ma almeno è un antidoto efficace.
 
Pierluigi Battista


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