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da il foglio del 21 ottobre 2006 La necessità del riarmo morale Si parla di neocon americani e religione democratica
nell’ultimo numero di Commentaire,
rivista fondata da Raymond Aron e diretta
da un liberale arguto come Jean Claude Casanova.
E se non è il momento dell’antiamericanismo
è l’ora di una critica serrata sull’uso e
l’abuso del pensiero di Leo Strauss e sul problema
teologico-politico, risolto dai padri fondatori
ma in nome di un’eccezione unica e irripetibile.
A proporla è un professore di Ottawa,
Daniel Tanguay, che insiste adesso sull’ambivalenza
tra vita politica e vita filosofica nel pensiero
del grande studioso ebreo, emigrato in
America dalla Germania nazista, del quale ha
scritto una bella biografia (Grasset 2003). Tanguay,
in effetti, è convinto che il pensiero di
Strauss sia stato oggetto negli ultimi anni di una
politicizzazione eccessiva, dovuta all’intensificarsi
dello scontro ideologico tra liberali e conservatori.
Ma pensa pure che sia difficile stabilire
se e sino a che punto a incoraggiare tale politicizzazione
non sia stato lo stesso Strauss, che
s’esprimeva in filigrana nel dialogo coi classici
e in vita sua mantenne sempre da filosofo un
ostinato distacco nei confronti del politico. Come
che sia, è nel contesto della guerra fredda
che egli colloca il legame tra la sua scuola e i
neoconservatori. Fu allora infatti che si forma
una rete di amicizie estemporanee, in nome di
una comune sensibilità, minoritaria e marginale
rispetto ai liberal di sinistra, anche se all’epoca
gli intellettuali sofisticati tipo Irving Kristol
e Norman Podhoretz che frequentavano a
Chicago i corsi di Leo Strauss, si battevano sul
fronte dell’anticomunismo, ma si consideravano
liberali vicini al Partito democratico. Neoconservatori
lo divennero solo nei primi anni
Settanta quando, sotto l’assalto del radicalismo
di sinistra e dell’anticultura, si sentirono traditi
dalla stessa élite liberale incapace, ai loro occhi,
di difendere sul piano dei principi i suoi
stessi valori fondamentali dalla morsa del relativismo
e del nihilismo, come già lo era stata la
Repubblica di Weimar quando Leo Strauss viveva
i suoi anni di formazione.
Quanto al rapporto tra religione civile americana e il problema teologico-politico, che è il cuore del pensiero di Strauss, gli Stati Uniti, insiste Tanguay, mantengono uno statuto d’eccezione. Lo dimostra la moral majority che ha portato alla vittoria di George W. Bush e il successo del partito repubblicano nel mobilitare la destra religiosa. Per spiegare la tacita alleanza che si è formata tra intellettuali neocon e destra religiosa, Tanguay cita da un lato la critica dello stato assistenziale, che mise a nudo, negli anni Settanta, gli effetti perversi di politiche sociali generose, in primis la distruzione delle famiglie, l’anomia sociale, il diffondersi di violenza e criminalità nei ceti più sfavoriti. E dall’altro il rigetto dell’edonismo individualista e libertario praticato dai ceti medi, che si immaginavano progressisti e all’avanguardia, mentre non facevano altro che minare le fondamenta del vivere civile. Da qui la necessità del riarmo morale, in nome di valori borghesi, come la responsabilità del singolo, la costanza nello sforzo, l’autosacrificio, il lavoro, la famiglia. E soprattutto il ricorso alla religione per riaffermarne la legittimità politica. I neocon dunque non fanno altro che riattingere a piene mani alla religione come correttivo democratico, secondo la tesi famosa di Tocqueville che vide in essa un fattore di moderazione e stabilità della democrazia in America. E riescono a evitare il fanatismo e il rischio di deriva teocratica perché la loro, per quanto profonda e necessaria, resta una fede pragmatica e tollerante. La fede in un egalitarismo mitigato dallo spirito di commercio, come vuole la dichiarazione di indipendenza che parla di diritti inalienabili alla vita, alla libertà, alla ricerca della felicità. Ora, anche Strauss vede nella religione un sostegno alla moralità della vita civile. Anche per lui il cittadino profondamente religioso può vivere in accordo con le leggi dello stato e praticare le virtù necessarie all’ordine politico. Eppure, osserva Tanguay, la religione non può ridursi a una morale. Esige un’adesione piena e totale al mistero. Non può contentarsi di un ordine politico che contravviene alle leggi divine della rivelazione o tollera che si insegnino verità contrarie. Non tenerne conto spiega la difficoltà dei neocon: patrioti, possono pure federare ebrei e evangelici intorno all’idea comune dell’America minacciata dal progressismo liberale. Alla fine però restano le vittime incoscienti della filosofia della storia: pretendono di far adottare l’eccezione americana da iracheni e iraniani e finiscono per tradire la moderazione del filosofo con l’avventurismo politico. Marina Valensise
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