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Rebecchi

Il giorno in cui Ferri perse la verginità

Diario di Claudio Ferri, p. 27



Guardone: persona che prova morboso piacere nello spiare scene o atti erotici. Detto anche voyeur.

È stata la prima cosa che ho pensato quando il commissario Toriello, col suo incedere da capoccia da rione, mi è venuto incontro e, tra lo strafottente e l'ammirato, mi ha detto: "Ferri, ma lo sai che sei proprio fotogenico". Fino a quella mattina, a parte il non ricordare di essere stato recentemente a un matrimonio, ero convinto che il gioco fosse stato qualcosa di simile a quello delle guardie e ladri della nostra infanzia. Alla buona. Senza rancore. Quasi in famiglia. In fondo ci conoscevamo bene tutti.

Di colpo il nostro detective della squadra politica mi aveva costretto a una sorta di atterraggio obbligato.

E già, in quel modo mi comunicava ufficialmente che ci prendevano sul serio. Che facevamo proprio sul serio.

Mi avevano fotografato!

Quando? Dove? Perché?

Cristo, non mi avevano neanche dato il tempo di azzimarmi un po'.

Chissà in quale posa...

Forse con un pugno in alto e la bocca sconciamente spalancata mentre urlavo chissà quale invettiva (o slogan).

O magari intento a scaccolarmi il naso o a grattarmi i coglioni. Boh.

E la mia privacy? E che diritto avevano di fotografarmi?

Mi consideravano così importante?

Parecchio tempo dopo avrei avuto modo di vedere quelle foto in una serata da cani (dentro e fuori) in prefettura.

E di ascoltare la mia voce mentre davo appuntamento a Surinam per...una gita al mare!

Mi sentivo nudo.

Privo di protezione.

Qualcuno aveva reciso il cordone ombelicale che univa noi e loro.

Un cordone invisibile ma resistente, perché in provincia ci si conosce e si resta sempre legati in qualche modo. Anche quando si occupano le postazioni opposte della barricata.

Era questo ciò che provano tutti coloro che perdono una qualsivoglia verginità? Forse.

Una cosa è sicura: da quel momento in poi mi sono pettinato meglio ed ho parlato meno al telefono.

Just in case.

 

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