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Forse vero non è; ma un giorno è fama
che fur gli uomini eguali,
e ignoti nomi fûr plebe e nobiltade. (Parini, Il mezzogiorno, 250-52, da Il giorno) |
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Biografia Gli uomini eguali Rassegna stampa Acquista il libro Maurice Bignami |
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1 aprile 1989 Appello pubblicato dai maggiori quotidiani italiani, inviato dopo l'attentato a una pattuglia della Polizia di Stato in via dei Prati di Papa a Roma di Maurice Bignami, Sergio D'Elia e altri Non possiamo tacere.
Non possiamo salvare la nostra coscienza nel silenzio, nella distinzione e nella lontananza. Non ci possiamo nascondere dietro un facile oblio, separare mostrando le differenze, collocare distanti nello spazio e nel tempo. Dobbiamo parlare, dobbiamo dire la nostra perché siamo e vogliamo restare parte in causa, perché abbiamo pensato e sentito le stesse cose, perché sono figli nostri, di quell'idea di rivoluzione che ci ha mossi tanto tempo fa, e della quale siamo stati figli. Dobbiamo intervenire, dobbiamo essere presenti perché siamo e vogliamo essere coinvolti, perché siamo e vogliamo essere responsabili, perché abbiamo agito al tempo nostro portando alle conseguenze estreme pensiero e sentimento, con tragica coerenza e oscura passione. Nella storia della Repubblica, noi attuammo di nuovo l'omicidio politico. Abbiamo infranto lo specchio, consumato l'immaginario rivoluzionario disatteso e sempre attendibile, inattendibile e sempre atteso. Nella nuova creazione seguita all'ultima guerra mondiale, noi abbiamo commesso un peccato originario. Questo terrorismo è veramente privo di qualsivoglia causalità ed eredità; non ha sue proprie ragioni politiche, sociali, economiche, tanto meno finalità da conservare e tramandare. Non è nemmeno spiegabile con il servizio a qualcosa o qualcuno, o con la mostruosa sacralità di un gesto che nessuno avrebbe mai osato compiere. Questo terrorismo è essenzialmente privo di ogni ombra di principio di legittimità, vale a dire di realtà e attuabilità civili. Eppure, alcuni epigoni sembrano manifestare una sconvolgente continuità con la parte peggiore di noi, la pura ideologia, l'atto puro che scaturisce da una semplice idea. In quel che di loro appare, sperimentiamo di nuovo il peggio che portiamo in noi. Dobbiamo allora presumere, sperare, volere che la parte nascosta della loro umanità racchiuda anche il meglio del nostro cuore e della nostra anima, e che sia possibile farlo vivere anch'esso. A coloro che si qualificano come Partito comunista combattente o Brigate Rosse o altro vogliamo dire che la parte nobile e disinteressata - l'idea, l'avvenire, l'uomo - che sembrava offrire al nostro agire una giustificazione, ci appare oggi insostenibile e insopportabile. Non vi sono progetti futuri, umanità, speranze, che valgano una vita, la vita di chiunque, oltre che quellanostra o vostra, di compagni assassini. È insopportabile e insostenibile scambiare carne e sangue per un'astrazione, sopprimere quello che c'è per quello che non c'è ancora, sacrificare nel nome di altri, qui, per quello che succede altrove. Uccidere è veramente primitivo, alienante, fuori tempo e fuori luogo. La violenza non salva, accelera la corsa verso la morte, uccide anche quando innova. Chi uccide oggi, chi usa la forza per conquistare un potere, si condanna a uccidere e a usare la forza per conservarlo, posto che lo conquisti (e nulla - per fortuna - fa pensare che accada). La qualità della vita oggi, delle relazioni tra gli uomini, dell'operare quotidiano impone il suo marchio alle qualità del domani. È bene educarsi a questa attualità. E se proprio si deve scommettere, la scommessa è la vita, una vita, anche una sola, la prima che incontriamo, che si può o non si può salvare, che si vuole o non si vuole salvare. A volere vivere bene e a volere sperare, e poi a volere agire, la vita è sempre all'ordine del giorno. Non uccidere. Uccidere è sempre una perdita. Non v'è storia della salvezza, compagni assassini, che possa proseguire se spezza una vita.
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