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Forse vero non è; ma un giorno è fama che fur gli uomini eguali,
e ignoti nomi fûr plebe e nobiltade.
(Parini, Il mezzogiorno, 250-52, da Il giorno)
Biografia

Gli uomini eguali
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    Maurice Bignami

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    "Area", Dicembre 2003 L'ex leader di Prima linea va oltre le parole del suo ex compagno di lotta, Sergio Segio.
    "Il brigatismo? Il male minore"
    di Gian Paolo Pelizzaro

    Sommario
    «Le Br di oggi sono la copia in miniatura di quelle di ieri. Il vero pericolo è un altro, ed è duplice: che si bruci per l'ennesima volta una generazione alla politica e che s'inneschino processi di radicalizzazione politico-militari a livello di massa».


    «Il gruppo dirigente delle Br storiche - i vari Curcio, Moretti e Franceschini - ha abbandonato quell'organizzazione come non si fa nemmeno con una vecchia automobile: con il motore acceso, le chiavi nel cruscotto e il serbatoio pieno».
    Parla con quel suo inconfondibile e aristocratico accento francese Maurice Bignami, uno dei fondatori di Prima linea. Il primo incontro ravvicinato con la polizia lo ebbe il 26 marzo 1977, quando venne fermato a casa di Toni Negri, all'epoca "guru" dell'Autonomia. La sua lunga militanza nella sinistra estrema risale alla fine degli anni Sessanta, come tanti altri giovani della sua generazione. Stando alla pubblicistica di settore, Bignami diventa comandante militare di Prima linea alla fine del 1979 e, assieme a Sergio Segio e ad altri compagni provenienti da Potere Operaio e da Lotta Continua, la dirige fino al suo scioglimento. Oggi, Bignami è un uomo che non ha perso l'abitudine di ragionare, di osservare con occhio critico la realtà che lo circonda.
    «Al contrario delle Brigate rosse, Prima linea si è sciolta dopo un convegno durato mesi, svoltosi in diversi carceri speciali e che ha coinvolto tutti i membri dell'organizzazione. E valutata l'infondatezza politica di quell'esperienza, la sua tragicità, l'allora gruppo dirigente si è assunto la responsabilità di governare l'intera fase di chiusura e di riportare "tutti a casa". Lo scioglimento di Prima linea fu annunciato pubblicamente da Sergio e da me nel giugno del 1983, vent'anni fa, durante un'udienza in corte d'Assise a Torino. Tutte le armi furono consegnate, tutta l'attività politico-militare dell'organizzazione venne meticolosamente ricostruita in sede processuale. Poi, iniziammo una lunga e difficile fase di riflessione, di dibattito e di elaborazione che coinvolse trasversalmente molti esponenti del ceto politico, dal Msi al Pci. Alla fine, la stragrande maggioranza dei militanti incarcerati per fatti di lotta armata - non solo di Pl, ma di tutto l'arcipelago della lotta armata, compreso gran parte dei brigatisti - si dissociò dal terrorismo e fu varata una legge che gradualmente scarcerò gli ex militanti e li riportò alla democrazia. Infine" e un mezzo sorriso gli illumina il viso, "i comandanti di Pl, i primi a dare il via a questo processo, furono gli ultimi ad uscire dalla galera. Una bella differenza con il ceto dirigente brigatista, fatto di comandanti che si difendono sostenendo d'essere solo degli ideologi e di aver mandato altri a sparare al posto loro!».
    Bignami prende spunto dalle dichiarazioni di Sergio Segio, il quale, in un'intervista rilasciata a Repubblica (il 29 ottobre), ha avuto il coraggio e l'onestà intellettuale di dire che le Brigate rosse, sebbene siano una componente ultra minoritaria, sono e coabitano nel movimento. Segio afferma, fra l'altro, che le Br di oggi, come quelle di ieri, «sono interne ai loro luoghi, alle loro sedi, al loro dibattito politico». Sono e coabitano nel movimento dei no global, dei disobbedienti, del sindacalismo di base e non solo.
    «Sergio ha detto bene e ammiro il suo coraggio. Cogliendo l'occasione degli ultimi arresti Br, da uomo di sinistra ha messo il dito nella piaga e ha fatto scoppiare un annoso bubbone. A mio parere, Sergio ha usato la generica categoria "brigatismo" ficcandoci dentro tutte le attuali forme di violenze politiche per parlare alla nuora affinché suocera intenda. Tuttavia, se esaminiamo con una scala minore il panorama politico dell'uso della forza e della violenza politica, il "brigatismo" si frantuma e dà vita a soggetti radicalmente differenti gli uni dagli altri».
    Secondo Bignami, anche in questo caso è una questione di responsabilità. Ed oggi è possibile e necessario osservare la realtà con strumenti meno grezzi di quelli adoperati negli anni di piombo.
    «Per sconfiggere la lotta armata in Italia, venticinque anni fa, ogni forma di antagonismo e di uso della forza in politica fu schiacciata nella categoria "terrorismo", sinonimo di "brigatismo". Dato il contesto politico e culturale di allora, fu probabilmente un'opzione obbligata. Sicuramente, fu una scelta vincente. La lotta armata venne debellata militarmente dagli apparati dello Stato e noi fummo costretti, per tornare alla democrazia, a rompere radicalmente con i presupposti ideologici che ci avevano condotti a combattere con le armi. Purtroppo, questo assetto emergenziale, istituzionale e ideologico insieme, ha alterato in profondità gli equilibri tra le varie istituzioni dello Stato, si è come "costituzionalizzato", è divenuto il punto di forza a partire dal quale la Repubblica da prima si è fatta seconda ed oggi grava sull'universo politico italiano come un macigno. Le difficoltà a far sorgere un sistema bipolare compiuto basato sull'alternanza, e quindi sul pieno riconoscimento della controparte, deriva da questo presupposto emergenzialista, così come la sovraesposizione della Magistratura e l'incapacità di valorizzare politicamente le istanza delle nuove generazioni; di garantire, in altri termini, il ricambio funzionale del ceto politico».
    E per Bignami è questo il punto dolente messo a nudo da Sergio Segio e purtroppo scansato dai protagonisti del dibattito che si è scatenato dopo le sue scandalose affermazioni.
    «Brigatismo, anarcoinsurrezionalismo, black blok, uso della forza e della violenza di massa sono tutte forme di "violenza politica", ma radicalmente differenti le une dalle altre. La peste e la sifilide sono malattie entrambe mortali, possono anche esprimersi con alcuni sintomi identici, spesso hanno gli stessi effetti collaterali, ma richiedono rimedi differenti. Curarle nello stesso identico modo definendole genericamente come una "pestilenza" non salva gli ammalati e non aiuta gli altri ad evitare il contagio. Le Br sono sempre state esterne al movimento. Anche quando sono in dieci, com'era già successo nel 1976, si ritengono il Partito che elabora la strategia rivoluzionaria per un movimento in sé incapace di andare oltre le proprie istanze di trasformazione. La loro modalità è da sempre governata da una logica d'infiltrazione parassitaria. Sono un'infezione patogena e la loro forza è inversamente proporzionale a quella dei movimenti su cui si innervano: più il movimento è forte, più debole è la loro presenza; più debole e deluso è il movimento, più numerosi sono i brigatisti. Era così negli anni '70, così è oggi. Le persone arrestate in questi giorni hanno dai quaranta anni in su, sono vecchi ragazzi frustrati che hanno tardivamente raccolto il testimone e ripropongono in modo ossessivo lo stesso copione. Gli anarcoinsurrezionalisti, invece, coi loro anonimi pacchi bomba, sono purtroppo una tragica degenerazione di quella propensione al giustizialismo che permea frange consistenti del movimento. Così come negli anni '70 qualcuno metteva in atto lo slogan "uccidere un fascista non è reato", lasciando sul marciapiedi ragazzini sprangati a sangue o, peggio ancora, morti ammazzati come cani mentre uscivano da una sezione, per certuni oggi vale ancora la vecchia battuta "carabiniere, sbirro maledetto, te l'accendiamo noi la fiamma sul berretto". Facevano schifo allora, anche a noi che praticavamo la lotta armata; tanto più lo fanno oggi che di lotta armata non se ne parla nemmeno. E non c'è veramente altro da dire, se non sperare che vengano presto assicurati alla giustizia. Tutt'altra cosa ancora sono i ragazzi coinvolti in episodi di uso della forza e della violenza politica, così come è successo in occasione del G8 a Genova. Questi sono i nostri figli, i figli di tutti. Come diceva Winston Churchill "non essere di sinistra a vent'anni significa non avere cuore", intendendo l'essere di sinistra nella sua accezione meno organizzata e più emotiva; "de core", appunto, come si dice a Roma. Gli episodi di violenza che hanno coinvolto persone, provocando centinaia di feriti e la morte di un giovane che aveva la sola colpa di fare esattamente come tutti gli altri, sono stati scontri di massa tra forze dell'ordine e migliaia di manifestanti, la maggioranza dei quali non organizzata, ma - e qui sta il nodo che va sciolto - ideologicamente motivata». Ora il tono della voce si fa più duro.
    «La logica che muove la politica di questo Paese è troppo spesso quella amico-nemico, figlia dell'opzione emergenzialista della fine degli anni '70 e nipote del secondo dopoguerra, quando gli italiani vennero suddivisi tra i buoni che hanno vinto e i cattivi che hanno perso. E' una logica che destabilizza e radicalizza lo scontro e tronca sul nascere qualsivoglia possibilità di mediazione. Inoltre, l'antiamericanismo, che ha sostituito l'antifascismo come collante di massa e chiave giustificatoria, coagula attorno a se intere legioni di buoni sentimenti, di facili semplificazioni e di analisi manichee; e diventa il brodo di coltura in cui migliaia di giovani si esercitano allo scontro duro. Qui, la Sinistra ha una grave responsabilità. Non basta discutere a che punto dello scontro occorra innalzare lo steccato oltre il quale una pratica di lotta viene delegittimata - se al punto in cui, tanto per fare un esempio, ci si sdraia sui binari per fermare coi propri corpi i "treni della morte", come vengono chiamati i convogli militari che trasportavano la logistica e le armi per la guerra in Afganistan e in Iraq, o a quello eventuale in cui si fa saltare un tratto del binario, o a quello altrettanto ipotetico in cui si spara contro il locomotore. E' definirli i "treni della morte" il casus belli, in un quadro catastrofico in cui l'intero pianeta è martoriato, l'intera popolazione affamata, assetata o trasformata in automi consumatori privi di anima, il tutto a causa di una Unica Causa a più facce: gli americani, gli israeliani, la Destra, Berlusconi, e altri demoni similari. E' così che si consegna un'intera generazione di giovani all'estremismo e alla non-politica, si priva il Paese delle loro energie e si lascia spazio a possibili processi di radicalizzazione politico-militare a livello di massa. Così nacque a suo tempo Prima linea, organizzazione cresciuta dentro il movimento».
    E i Black Blok?
    «Utili idioti, che tra l'altro se la prendono solo con le cose. Specchietti per le allodole strumentalizzati dalla Sinistra per non affrontare il vero problema: la violenza insita nell'agire di massa. D'altra parte, per chiuderla col vecchio Churchill: "essere di sinistra a quaranta anni significa non avere cervello"».

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