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Forse vero non è; ma un giorno è fama che fur gli uomini eguali,
e ignoti nomi fûr plebe e nobiltade.
(Parini, Il mezzogiorno, 250-52, da Il giorno)
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    Maurice Bignami

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    "La Stampa", 20 novembre 2003
    Maurice Bignami rimarca le differenze tra i terroristi degli anni Settanta e lancia un allarme
    «Le Br tornano perché nessuno le ha sciolte»
    Parla uno dei leader di Prima linea condannato a più ergastoli
    «Alla fine noi consegnammo le armi, loro non l'hanno fatto»

    di Guido Ruotolo

    Roma
    Maurice Bignami i conti con la sua storia li ha fatti, e da tempo. Oggi sembra un uomo pacificato che guarda con distacco a quell'altra vita che non gli appartiene più. È stato uno dei leader storici della sanguinaria Prima linea, l'organizzazione terroristica «alternativa» alle Brigate rosse nata dalle costole di Lotta continua, di Potere operaio, del movimento del '77. È stato accusato di svariati omicidi e per questo condannato a diversi ergastoli. Si è fatto promotore insieme all'altro leader di Pl, Sergio Segio, dello «scioglimento» e della ricostruzione della vita dell'organizzazione terroristica - 923 indagati, 15 omicidi, svariate rapine e attentati -, anche in termini di memoriale giudiziario, dando infine vita a quel processo di revisione e di presa di distanza da sé che è la dissociazione. E oggi Bignami avverte: «Attenzione, il vuoto lasciato dalle nuove Brigate rosse può essere occupato velocemente da nuovi brigatisti perché quell'organizzazione non è mai stata sciolta; o, quel che temo di più, può essere occupato da una rete diffusa di gruppi armati plasmata sul modello di Prima linea».
    Colpisce sentire da un ex terrorista (oggi Bignami lavora alla Caritas di Roma) le identiche preoccupazioni diffuse a livello degli investigatori o dei magistrati impegnati nelle inchieste sulle Br. Lo stesso ministro dell'Interno, Beppe Pisanu, ha lanciato l'allarme per il fatto che «sradicate le Br», l'eversione dell'anarcoinsurrezionalismo può diventare la minaccia incombente per i prossimi mesi. Forse ancora più «provocatorio» del suo ex compagno do Pl, Sergio Segio, Bignami punta il dito contro il «ceto politico» reticente e immobile: «Questo ceto politico della sinistra ha grosse responsabilità - dice Bignami - quando non stigmatizza, non condanna, non prende le distanze dalle iniziative di settori del movimento. Lo striscione contro i carabinieri dopo Nassiriya, il coro della curva del Livorno contro i nostri soldati, quel sentimento di massa contro gli israeliani, la non censura, ai tempi della guerra in Iraq, di quelle iniziative di boicottaggio dei "Treni della morte". Ecco, tutto questo - tira il fiato Bignami - rappresenta il segnale di un pericolo, del riproporsi, in termini ovviamente diversi, di quel clima degli anni '70, quando nei cortei si gridava che uccidere un fascista non era un reato, che bisognava sparare contro il punto nero, ovvero i carabinieri…».
    Per far capire i suoi timori per il presente, Maurice Bignami fa un tuffo nel passato. Ma prima di ricordare, ci tiene a dire: «Per me l'immagine delle Brigate rosse è quella di un'auto con metà serbatoio pieno e sempre con il motore acceso. Noi, la nostra auto a un certo punto della storia abbiamo deciso di rottamarla, attenti a che non rimanesse indenne nessuna sua parte. Abbiamo ritirato le targhe, discusso con tutti i passeggeri, fatto ritrovare pure gli accessori, le armi per intenderci. Loro, le Brigate rosse, questo non l'hanno fatto. E la macchina è sempre in moto, sempre con il serbatoio mezzo pieno. Ogni tanto, qualcuno sale a bordo ed è legittimato a guidarla».
    Fin qui, una immagine suggestiva, per rendere l'idea. Soltanto dopo il pranzo, rileggendo gli appunti della conversazione con l'ex terrorista di Prima linea, appare chiaro che il passato che rievoca in realtà è soltanto un pretesto per parlare del presente. «La storia delle Brigate rosse è una storia di destra, di un'organizzazione antiestremista e contro il movimento. La nostra, invece, è una storia pubblica di militanti del movimento, ed è forse per questo che Prima linea non è mai stata infiltrata. Ognuno di noi veniva da dieci anni di lotte, ci conoscevamo tutti». C'è un momento in cui Bignami parla di sé, in prima persona: «Io venivo da Bologna, dal movimento. Mi ritrovo a "Rosso". Finisco dentro con Toni Negri, a Padova, nel 1977. Esco, penso di ritirarmi nel privato. Poi le Br sequestrano Moro e con Moro cambio idea. Le Br sono inversamente proporzionali al movimento, nel senso che trovano una loro capacità espansiva di organizzazione nel momento in cui non c'è il movimento. Prima linea, dal punto di vista teorico-politico, intende l'organizzazione come uno strumento tattico e le Br, per noi, sono pericolose quanto lo Stato».
    Maurice Bignami nell'estate del 1980 decide di uscire da Prima linea: «È la strage di Bologna la molla. Subito penso che si sia trattato di un incidente, di un trasporto di esplosivo che ha preso fuoco. Non siamo stati noi, non sono state le Br, ma so che nella realtà ci sono decine di gruppi armati che non controlliamo più». Il salto ad oggi è repentino: «Il pericolo di oggi - riflette Bignami - è che ci bruciamo una generazione. Il pericolo grosso è che sull'onda di una serie di sentimenti comuni, ieri era l'antifascismo oggi l'antiamericanismo, l'odio per Israele e per la globalizzazione, la soglia critica, quel confine molto labile dell'illegalità e della violenza di massa, venga superata. E allora saranno guai. Non c'è molto tempo a disposizione. Bisogna agire in fretta».
     

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