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Forse vero non è; ma un giorno è fama che fur gli uomini eguali,
e ignoti nomi fûr plebe e nobiltade.
(Parini, Il mezzogiorno, 250-52, da Il giorno)
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    Maurice Bignami

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    Roma, Primo maggio 1987
    «Questa lettera: non ne discuteremo un'altra volta»
    Risposta al documento «Sulla nobiltà dell'abiura» pubblicata dal quotidiano "Il manifesto" con il titolo: "E noi invece abiuriamo"

    di Rossana Rossanda

    Per l'esattezza questa lettera, inviataci con la consueta energia dal Partito radicale, aveva un titolo: Nobiltà dell'abiura. Ma un giornale risponde dei suoi titoli, e questo non apparirà sul Manifesto né oggi, né in seguito. Ai compagni radicali (intendo del Partito radicale) diciamo subito che ci sono dei limiti anche ai paradossi. Ai firmatari della lettera, semplicemente che se oggi la pubblichiamo, é per una assai liberale consuetudine: ammetteranno infatti che chiedere, anzi esigere, ospitalità ad un giornale che ha ancora come sottotitolo "quotidiano comunista", quando si assimila il comunismo alla ferocia pura e semplice, è bizzarro. Da ora in poi meglio rivolgersi ad altre testate quando si tratta di sviluppare simili argomenti.
    Non ne facciamo soltanto né in primo luogo una questione morale. Ne facciamo una questione di credibilità. Alcuni irriducibili, ammesso che ci siano, molti giudici e giornalisti, e adesso qualche frangia di detenuti diversamente collocata crede di poter assimilare l'abiura a un esame autocritico di sé, delle proprie analisi, scelte ed azioni. Nella autocritica - non a caso praticata, anche al di fuori di questa denominazione, da chiunque guardi al passato per raffrontare le previsioni sul presente, e quindi ricollocarle con senso della prospettiva e della storia - è rispettato il nesso della persona.
    La quale è costretta a vivere le sue parzialità, e può accadere che debba viverle tragicamente quando viene meno l'analisi e la motivazione, che un certo momento era apparsa assoluta fine all'irrimediabilità della morte, propria e altrui. Meno tragicamente, avviene a chiunque voglia interrogarsi sul suo essere e stare al mondo, rivisitando il proprio percorso e avvertendo come esso, nel tempo e negli esiti, sempre si problematizzi. Chi questo fa, testimonia di sé nella complessità dell'io, ogni giorno ricostruito e ridimensionato (forse si invecchia di questo); ma parla senza scherno, senza arroganza, con fatica e dolore.
    Non é il caso per l'abiura. Chi abiura non condanna i propri errori, nega preliminarmente l'unità di sé, si definisce inesistente o folle quando faceva ciò che adesso rinnega, ma così facendo nega anche ogni radicamento della sua attuale convinzione. Pensa sempre in assoluto: ieri sparava per scarsa informazione sul comunismo a quanto pare, oggi inneggia alla democrazia, anche la più malata, forse per la stessa scarsa informazione. E domani, quale altra certezza lo attraverserà con la medesima perentorietà? L'abiurante non è una figura riprovevole sul piano morale; è una figura inesistente sul piano della persona.
    Questo ha reso sempre l'abiura un gesto, prima che umiliante, vessatorio e distruttivo, quanto inutile; chi ha abiurato, non abiurerà di nuovo? Di sé infatti non dice nulla, se non che è fragilissimo. E perciò non saprà mai dar ragione di quel che è stato e ha fatto, che poi è il profilo sul quale diventa credibile quel che sarà e farà. Sempre sarà stato ingannato o lusingato da qualcuno, sempre cederà a qualcuno parte di sé e del proprio libero ragionare. Chi abiura si contenta di poco per guardarsi in viso ed essere sicuro di esistere.
    Non mi è mai accaduto di giudicare aspramente chi è detenuto, e quindi in qualche modo ridotto, mutilato nella sua coscienza/responsabilità. Forse anche nel caso di Maurice Bignami e dei suoi amici, quel che è avvenuto in questi mesi non è un passaggio, come in ogni storia reale di vita "libera", ma una frattura, come in chi ha traversato ed è stato traversato da troppe coazioni. E tuttavia anche a lui e ai suoi compagni, e al Partito radicale, va chiesta più attenzione, più pietà verso l'integrità della persona, del suo pensare e pronunciarsi, se si vuole che quel che è detto o scritto abbia un peso, faccia riflettere. Tanto più quando ci si pronuncia ammannendo all'universo mondo certezze ferree oggi, come ieri. Forse conviene darsi più tempo, riflettere, tacere,verificarsi, verificare.
    Bignami e i suoi amici non verificano nulla. Prendo soltanto, di questa lettera, l'identificazione di Maksimov, Bukovskij e Pljusc con la dissidenza sovietica: identificazione che la maggior parte della dissidenza sovietica non accetta più. Specie i primi due non hanno davvero più frontiere: chi ha detto che stanno dalla parte della democrazia? Non si peritano di firmare cause comuni con il Sudafrica. Rendono impossibile scrivere accanto al loro nome sulla rivista Kontinent, nata altrimenti. Percorrono il mondo, a predicare quel che hanno predicato all'area omogenea di Rebibbia. Perché non ascoltarli e riflettere? E invece subito una dichiarazione a Repubblica. Questo non è protagonismo, è mimare un protagonismo inesistente.
    Perché non verificare le parole di questi nuovi amici, che devono considerare con ben scarso rispetto l'area omogenea se hanno detto davvero, sull'Urss e le opzioni interne del dissenso, le dieci stoltissime righe che nella lettera motiverebbero la "scelta democratica" della loro azione? Nessuna delle condizioni là indicate corrisponde, infatti, alla realtà; la quale può essere anche peggiore, ma non è quella. Comprese le personali posizioni dei tre, l'ultimo e più degno dei quali, Pljusc, era stato internato in un ospedale psichiatrico appena aveva apertamente espresso una posizione politica, che era più o meno simile a quella di Sacharov. Se mai, un problema è perché nell'Urss e nei paesi dell'est non si producono da decenni le cosiddette condizioni oggettive e soggettive di una rivolta.
    Ma una discussione ha senso con chi vuole studiare, analizzare, capire il passato e il presente - faccia parte o no della detenzione politica. Ma chi lo vuole davvero? Gente come me deve ammettere che quella dissociazione che avevamo creduto di capire, ben pochi la praticano, si contano sulle dita delle mani. Per gli altri, o é il "parla tu per primo", o il patteggiamento, o la cantata al magistrato, con nomi in caso di pentitismo attivo, senza nomi in caso di pentitismo passivo: per cui si forma una sorta di irriducibilismo da silenzio, per non essere confusi in questa pratica, anche da parte di chi potrebbe e forse vorrebbe realmente parlare.
    È vero che fuori gli interlocutori sono mancati, ma questo giustifica che tutta una leva politica affondi nel silenzio o nella rimozione, nel patteggiamento o, adesso, nell'abiura? A ognuno di questi scivolamenti, la richiesta di dialogo alla società politica e civile diventa più difficile: con chi esse sono chiamate a discutere, da chi? Con chi vuole dimenticare? Con chi vuole patteggiare? Con chi cambia armi e idee con la stessa ferrea certezza? E dall'altra parte con chi non sa come rimettere pulitamente in discussione niente?

    Certo, sono la società politica e civile che hanno svuotato quello che era nato come un importante e "libero" movimento nelle carceri. Diamo pure tutte le responsabilità a chi competono. Sta di fatto che arrivano dal carcere alcuni segnali sconcertanti, come questo sopra riportato, a dichiararsi "dibattito" con i quattro "leader storici" delle Br. Rinnegate tutto! Buon consiglio; utile speclalmente. E non parliamo degli ex compagni che, come Morucci, si affrettano a dire che con lui si, ma con i Br storici no, non bisogna parlare, perché gli altri sono "come prima". Preziosa informazione.
    Bene, la lettera è passata, l'informazione è data. Ma Il Manifesto non esce, con grande fatica di chi lo fa, per ospitare il dibattito sulle bellezze del rinnegamento, proprio e altrui. Se possiamo contribuire a sanare con serietà e decenza una frattura che ha attraversato un decennio di storia, siamo qui. Se per questo occorre andare in fondo, anche in modo lacerante, a scelte non solo del decennio ma del secolo, siamo qui. Per le abiure e i reciproci processi alle intenzioni, da oggi in poi rivolgersi ad altri (r.r.)
     
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