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Forse vero non è; ma un giorno è fama
che fur gli uomini eguali,
e ignoti nomi fûr plebe e nobiltade. (Parini, Il mezzogiorno, 250-52, da Il giorno) |
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Biografia Gli uomini eguali Rassegna stampa Acquista il libro Maurice Bignami |
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Roma, Rebibbia 23 maggio 1987 Lettera inviata ai quotidiani "il manifesto" e "Il Popolo" il 23 maggio 1987 in merito alla "risposta" di Rossana Rossanda. Questa lettera non è mai stata pubblicata da "il manifesto" Abbiamo rotto decisamente con la lotta armata, con la violenza come forma di azione politica, e ancor più decisamente ci siamo allontanati dalla visione del mondo, dalla filosofia e dalle categorie politiche che legittimavano e nobilitavano il nostro agire. Al crepuscolo della modernità, abbiamo visto decadere nelle metropoli occidentali un procedimento ideologico incardinato sul mito della Rivoluzione. Una rivoluzione come esito necessario e ineludibile dello sviluppo economico giunto ormai all`ultimo stadio prima del Paradiso in Terra, prima del Comunismo come Regno dell'Uomo non alienato. Un'ansia di assoluto, una dottrina forte che per necessità teorica e dinamica delle cose pretendeva di trasformare scientificamente la natura dell'uomo e cambiare violentemente faccia all'esistente. In questi ultimi tempi, abbiamo invece assistito alla paradossale e clamorosa metamorfosi della società industriale nel mondo dell'automazione e dell'informazione, senza che si manifestasse alcuno dei segni messianici così a lungo attesi, preludio all'apoteosi finale, della definitiva liberazione dell'uomo dalla fatica. A Occidente come a Oriente, la profezia marxiana ha definitivamente consumato se stessa. Restano solamente un'ideologia totalitaria e una tecnica del potere laddove i profeti marxisti hanno avuto politicamente successo; un'ideologia totalitaria e basta laddove questo successo non vi è stato. Ed ecco allora la qualità della vita risolversi nella politica dei sacrifici, la vita delle qualità ridursi all'uniformità del trattamento - una razione uguale e obbligatoria per tutti -, la giustizia piegarsi alla ragion di stato, la società politica esprimersi nei rapporti di forza e nella compromissione. Sacrifici, egualitarismi, rapporti di forza... metodi e tattiche, nient'altro che metodi e tattiche; della dottrina è rimasta soltanto la forza e dell'assoluto l'ansia. In ogni caso, sempre e soltanto mezzi; mezzi a dirla tutta sul fine. Animati dall'idea di rivoluzione e mossi dal demone della Verifica, con l'atto violento che realizza la verità che lo guida, abbiamo portato a compimento il procedimento ideologico. Siamo andati a vedere e dell'immaginario rivoluzionario - frutto delle varie prove del ventesimo secolo e alimento di sempre nuovi tentativi - non è rimasto più nulla. La lotta armata in Italia ha frantumato con terribile passione e ingenuità autentica le immaginette sacre e tutta la chincaglieria cumulata nel negozio della Rivoluzione. Abbiamo rotto decisamente con la lotta armata, con la violenza come forma di azione politica, e ancor più decisamente rinunciamo a dottrine e idee precedentemente professate. "Abiura" ci sembra perciò il termine etimologicamente più appropriato, politicamente più corretto e moralmente più giusto per definire questo drastico allontanamento. Così, il termine "abiura" coglie nel migliore dei modi il senso della dissociazione politica, vale a dire il radicale distacco da una concezione totalitaria del mondo. Sennonché, a dirla tutta sulle nostre intenzioni, dobbiamo confessare di aver usato il termine "abiura" anche in senso provocatorio, ossia per suscitare nell'altro una reazione che si vorrebbe... o non si vorrebbe avvenisse. Volevamo partecipare a un dibattito che ci riguarda direttamente facendo e provocando nel contempo un po' di chiarezza su alcuni luoghi comuni della sinistra. Abbiamo inviato ai giornali "Il Manifesto" e "Il Popolo" un nostro intervento in merito ai temi contenuti nella lettera di Curcio e compagni e sulla discussione che ne è derivata. Ci duole che Rossana Rossanda, sulle pagine de "Il Manifesto", abbia risposto a un documento politico con una cartella clinica. In pratica l'invito a isolarci nelle corsie di un ospedale psichiatrico e a controllarci attivamente, perché chi ha cambiato idea una volta potrebbe cambiarla di nuovo. Ci duole che a un punto di vista politico si risponda con attacchi personali, riducendo ogni cosa all'affermazione che gli autori del testo incriminato hanno la personalità di un bicchiere di carta. Ci duole che qualcuno consigli di non esser troppo precipitosi, di riflettere, di tacere - soprattutto tacere! - e poi, con fatica, con dolore, senza ironia né impudenza, di ammettere i propri errori preservando le necessità e le prospettive della Storia. Ascendere quindi all'autocritica e salvare così l'integrità della persona... e l'unità della sinistra. Ci duole che Rossana Rossanda riproponga l'autocritica come metodo terapeutico per guarire dalla devianza politica e dimostrare così di esistere come persona. In tutti i casi ci dispiace, ma questi discorsi non ci convincono più. In realtà non ci hanno mai convinto, soprattutto l'autocritica in quanto categoria comunista. Ci ricorda cose terribili, i processi staliniani; o, più modestamente, i processi brigatisti in carcere. Non ci interessa un'autocritica che rafforzi il dogma, e come un "atto della fede" condanni l'errore convalidando la dottrina. Non ci interessa un'autocritica che collabori a schiacciare le diversità, oppure - ed è la stessa cosa - a valorizzarle ma in rapporto al contesto ideologico. E così facendo, consideri inesistente chi è stato comunista e non lo è più; oppure, se ha l'ardire di esistere e di parlare, lo bolli come un rinnegato o meglio ancora come un pazzo. Per questo non abbiamo il minimo dubbio che l'abiura sia atto nobile e coraggioso quant'altri mai nel campo di vita dei totalitarismi. È un passaggio necessario, che noi abbiamo attraversato con gioia ed entusiasmo, per approdare alla democrazia, il luogo dove un tollerante senso della libertà consente il viaggiare, dove un liberale senso dell'accoglienza favorisce la dimora. A differenza di altri mondi, dove tale è lo stupore nel vederti arrivare che non ti consentono di circolare liberamente, dove talmente fondato è il sospetto che si possa stare meglio altrove che non ti permettono di partire. È quel che succede ai dissidenti e agli ebrei sovietici, privati della libertà di essere ciò che sono, di manifestare le proprie idee e di decidere della propria vita. Uomini con i quali siamo fraternamente solidali, perché viviamo circondati da un muro e sappiamo quel che si prova, perché abbandonando l'intolleranza e scegliendo la democrazia siamo diventati infinitamente più ricchi di libertà. Prigionieri, ma liberi di cambiare e di lottare, liberi di vivere, abbiamo acquisito una ricchezza che vogliamo condividere. Una ricchezza che non si può condividere è un bene privo di valore. Allora è giusto, doveroso e necessario anche per noi muoversi per chi non può. È ciò che stiamo facendo col digiuno di questi giorni per testimoniare la nostra solidarietà agli ebrei sovietici, per affermare il loro diritto all'emigrazione in Israele. Ci pare questo un buon modo per manifestare il senso del nostro scegliere la democrazia. Non vogliamo tacere, non ci sembra giusto; non vogliamo abbandonarci alla rassegnazione. Vale più un voto all'impegno, tanto più se vi è una volontà di riscatto. Abbiamo scelto un luogo dove i non indifferenti possono affermare il diritto alla vita, rispettare la vita del diritto, coltivare la nonviolenza ed esercitare la speranza. Senza porre limiti ai paradossi e alle buone intenzioni, un luogo dove è consentito inviare a un giornale che ha ancora come sottotitolo "quotidiano comunista" un documento politico ritenuto di segno opposto. Non ci autocensuriamo, né operiamo censure preventive per conto terzi. Non saremo noi a negare il diritto a chicchessia di essere e mostrare ciò che è o non è.
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