Gli uomini eguali
© Edizioni Bietti 2005
 

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Autonomia e soggezione
di Maurice Bignami

Dopo anni di battaglie mirate, di necessarie mediazioni politiche, crediamo sia finalmente il caso di azzardare alcuni primi giudizi di ordine generale.
Vorremmo, infatti, riassaporare il gusto di dire esplicitamente la nostra.
Come tutte le cose chiare, nude e crude, i nostri giudizi avranno un sapore estremo, al palato di chi, per consuetudine e prudenza, ha ormai preso l’abitudine ai cibi edulcorati. Chiediamo, pertanto, venia – siamo tutti incarcerati; ci si consideri, quindi, dei bambini un tantino intolleranti – ma precisiamo che il nostro apparente estremismo è più un’esigenza di chiarezza che una recrudescenza dell’antica malattia.
Dopo di che, perché non si dica che passiamo armi e bagagli al nemico di classe, cercheremo di dire cose nuove usando in parte le vecchie categorie. Anche con loro si può ragionare diversamente. Poi, una volta per tutte, passeremo ad altro, per altri mezzi e differenti pensieri.
Il gruppo di lavoro, che si è impegnato assieme ad altri in questa fatica pre-seminariale, è formato da uomini provenienti da percorsi politici assai diversi. La sola cosa che, negli stessi anni del nostro agire sovversivo, ci faceva l’un l’altro uguali era il rifiuto di qualsivoglia integralismo. Ora, dissociatici politicamente dal terrorismo, ci unisce il rifiuto a delegare ad altri riflessione, analisi e proposte, a introitare valori preformati. Non vogliamo rimuovere il buono della nostra storia passata e, soprattutto, siamo del tutto consapevoli che è impossibile una forma di rappresentazione univoca della complessità sociale.
Le ideologie, i sistemi di pensiero totalizzanti, ci terrorizzano almeno quanto le loro esplicitazioni storiche.
Da questo punto di vista, siamo talmente vaccinati che potremmo attraversare un intero continente culturale letteralmente devastato da tutti i virus immaginabili senza beccarci una sola infezione.
Gli uomini, le comunità, le istituzioni, le forze con le quali interagiamo sono solo una determinazione, una faccia per altro in crisi, del sistema delle relazioni sociali; scambiarle per il tutto è prettamente illusorio.
La nostra scelta di pensiero e il nostro agire politico vogliono essere una scelta di trasversalità.
Attenzione: non ci interessa l’eclettismo culturale e tanto meno il ramingo viaggiare degli accattoni, che tutto chiedono, qualsiasi cosa, perché nulla hanno. La nostra è una scelta trasversale come consapevolezza metodologica, come pluralità dei referenti e degli approcci, degli strumenti di analisi, degli stessi orizzonti di progetto. È trasversalità come consapevolezza della crisi dei sistemi culturali nati per ordinare la riflessione sul sociale e come crisi pratica dei sistemi di governo dei conflitti e della trasformazione.
Nel caso italiano, vi è poi un peccato originario, un dramma che mortifica ogni slancio, dato dalla marginalità e dall’inconsistenza di una cultura riformista. Vi è un’egemonia, un doppio vincolo dato dall’arroganza leninista di minoranza informata dal populismo cattolico, che costituisce un orrendo connubio: il cattocomunismo.
Possiamo analizzare brutalmente il suo paradigma in questi termini:
  • Gli elementi fondativi, etici, derivati da una visione antropologica contadina – il lavoro come sacrificio, come condanna divina – coniugata con l’ideologia socialista che azzera una concezione del lavoro come attività sociale di trasformazione della natura e di liberazione dai bisogni.
  • Lo statalismo pontificio e sovietista, che vede nello Stato uno instrumentum diaboli da piegare alla propria volontà, da distruggere e riplasmare, contro un uso agile e spregiudicato – ovvero senza pregiudizi – dello Stato come sedimentazione fruibile di una cooperazione sociale data.
  • La politica vista, o come attività puramente illusoria, o come occasione di palingenesi, spirituale o materiale, che degenera la trattativa, la mediazione tra culture, esigenze e bisogni diversi in colpevolizzante pratica di compromesso.
  • La dottrina sociale della Chiesa e il socialismo scientifico come gestione della miseria, che rimuovono le intuizioni, anche marxiane, sul comunismo come luogo e occasione di ricchezza e di libertà possibili.
Il populismo massimalista, l’alternativa offerta dal Pci, è il tentativo di transustanziare questo piombo greve nell’oro di un progetto moderno di trasformazione sociale, facendo fulcro sull’unica teoria, o meglio sulla sua versione italiana, che ha governato lo sviluppo – e la riflessione su di esso – nelle società industrializzate: il nesso crisi-trasformazione-classe operaia.
Tutto lo sviluppo post-bellico è letto attraverso questo modello: a) inevitabile, prossimo, momento di crisi generale; b) come occasione per affermare l’egemonia; c) di un soggetto univoco: la classe operaia; d) per realizzare, attraverso il governo dei produttori, la pianificazione del mercato e dell’intera società.
Ma – è storia di questi anni – questo paradigma viene falsato dalle lotte dell’operaio-massa, ultimo soggetto univoco, ultima possibilità di ricomposizione sociale semplice, il cui punto di massima espressione coincide col suo punto di catastrofe in mille soggetti differenti.
Il simulacro riformista italiano è il tentativo debole di offrire un’alternativa culturale al cattocomunismo, contrabbandando però le cianfrusaglie del vecchio riformismo classico: l’alchimia del mercato senza capitale, dello sviluppo senza i suoi costi, della società senza conflitti. Ma, totalmente sprovvisto com’è di una cultura della mediazione adeguata a una società complessa, di una forte tradizione laica, il suo pensiero è senza fondamento, la sua pratica è priva di forza, la sua stessa identità è sempre stuprata dalla prepotenza avversaria.
Il solo tentativo riformista serio, la sola vera e storica alternativa alle togliattiane riforme di struttura, fu l’accesso alla “stanza dei bottoni”, il centro-sinistra. Esso espresse, al suo nascere, un insieme di idee e progettualità straordinarie, tant’è che ancora oggi il meglio del pensiero riformista vi si alimenta e quella stagione è ricordata con commozione e rimpianto da coloro che vi giocarono un ruolo. Ma esso venne schiacciato quando era ancora in fasce proprio dal mortale abbraccio cattocomunista, dalla mamma troppo affettuosa e dal papà che non vuole mai stare in casa. Evaporò, come grande occasione, per mancanza di forza politica, non per mancanza di idee.
A questo proposito, prima ancora della nascita formale di un governo di centro-sinistra, prima ancora che si mettesse in moto la politica di programmazione e di riforma, la rottura del frontismo e della subordinazione ideologica e politica ai residui terzinternazionalisti creò le condizioni per una critica moderna.
Essa nacque contro la mummificazione togliattiana, contro il socialismo reale; nacque contro la riduzione socialdemocratica stile Rft. Poteva essere una terza via, un percorso possibile di trasformazione moderna e articolata della società, senza massimalismi e senza riformismi in sedicesimo, rompendo il patto di sangue col Pcus e i partiti fratelli, sfuggendo al ridicolo del povero Sancho Panza che per tre giorni si illuse di governare e trasformare un’isola inesistente. Soltanto chi non si sentiva un bolscevico provvisoriamente in esilio o un americano in una provincia dell’impero poteva seriamente impegnarsi hic et nunc a un progetto non appaltato di trasformazione sociale. Ciò che si realizzò, tuttavia, fu solamente un laboratorio politico, un brain-trust, schiacciato e calunniato dal cattocomunismo, che non riuscì a divenire forza di direzione. Da questa occasione perduta, negli spazi che comunque seppe mantenere, si alimentò quella critica di sinistra al Movimento Operaio e alla società capitalistica, quella riscoperta e quel rinnovamento del marxismo che più tardi venne chiamato operaismo e che offrì i migliori strumenti di analisi ai movimenti degli anni successivi.
La debolezza di pensiero e l’inconsistenza della pratica del nostro riformismo evidenziano la forma italiana dello Stato-sociale come Stato-assistenziale.
La crisi generale dello Stato keynesiano, a partire dai suoi limiti storici, non genera in Italia gli elementi di una possibile sua trasformazione. La creazione dello Stato-assistenziale nel nostro Paese è all’origine il passaggio mancato alla forma compiuta dello Stato-piano. I germi di questa forma-stato, coltivati tra le due guerre, giungono a maturità quando il ceppo originario è già sterile, quando le condizioni della sua riproduzione non si danno più.
Sviluppare compiutamente lo Stato-piano – senza le condizioni storiche, materiali e culturali, della sua esistenza – è una specificità italiana degli anni della ricostruzione post-bellica e soprattutto di quelli successivi.
Vi si tenta di organizzare e controllare le condizioni puramente formali della valorizzazione capitalistica, quando dappertutto lo Stato è chiamato a organizzare concretamente la cooperazione sociale.
Vi si tenta di rendere socialmente dominante la legge del valore, il tempo di lavoro immediato come misura del valore delle merci e come architrave dell’organizzazione societaria, quando la sussunzione della scienza al processo produttivo ha reso obsoleto tale vincolo.
Si creano le condizioni per anticipare le dinamiche di una composizione operaia – la sua ideologia, le forme di organizzazione, il mestiere e la professionalità come punti forti – quando l’operaio-massa ne è già il soggetto maggioritario e l’ideologia, i comportamenti e l’organizzazione che gli sono propri sono tutta un’altra storia.
Vi si tenta di utilizzare la spesa pubblica come regolatore della domanda sociale, quando la pressione delle lotte è in procinto di provocare la crisi fiscale.
Ci si fonda su di uno scambio ineguale metropoli/periferia, energie e materie prime a basso costo, quando le guerre di liberazione nei Paesi del Terzo mondo stanno già modificando il quadro
Di fronte all’esigenza di un intervento in grado di regolare il mercato, lo sviluppo scientifico, i flussi monetari, ecc., in funzione di governo dell’intera cooperazione capitalistica, gli spettacoli offerti sulle scene in Italia sono due:
  • L’impiego dello Stato come apparato privato di un’estesa nomenklatura, che amministra, attraverso il clientelismo come autofinanziamento del ceto politico e del sistema dei partiti, lo scambio politico reddito/consenso.
  • Il compromesso storico come velleitario progetto di dittatura dei produttori sull’intera società complessa, della classe operaia che si fa Stato.
Sulla prima recita non occorre sprecare alcuna parola: la si replica da anni, come Trappola per topi di Agatha Christie.
Invece, la seconda merita se non altro un breve accenno.
L’occupazione dei cancelli Fiat nella primavera del 1973 viene scambiata dal Pci per l’insurrezione sovietista alla Putilov del 1917; quel che è l’ultimo atto del ciclo di lotte dell’operaio-massa, della sua centralità tecnica e dominanza politica, viene letto come una replica del biennio rosso. È una farsa orchestrata da chi non aveva mai capito le dinamiche di questa particolare composizione di classe e ne scopre l’esistenza soltanto al suo acme politico. È una farsa replicata con incredibile ostinazione con i cosiddetti “35 giorni”, sempre alla Fiat, e dulcis in fundo col referendum sul punto unico di contingenza.
L’abbaglio è gigantesco.
Si scambia l’estraneità al lavoro salariato, elemento forte espresso da questa composizione, per un’identità ancora legata all’essere forza-lavoro. Non solo. Si confonde ancora una forza-lavoro dequalificata, la cui identità è tutta fuori e contro il processo produttivo, di fatto per la figura dell’operaio professionalizzato.
Si scambia l’antagonismo al processo produttivo, al lavoro, alla società del capitale, per la volontà a candidarsi a organizzazione e direzione dei rapporti sociali in quelle condizioni date, a farsi Stato.
Più tardi, la ricomposizione politica che l’operaio-massa aveva determinato negli anni precedenti verrà scambiata per estraneità ai nuovi soggetti, che inizieranno a muoversi nella società e che saranno il frutto della sua ricomposizione. La perdita della sua centralità politica e del suo essere maggioranza sociale, negli anni della ristrutturazione, verrà rovesciata in iattanza contro ogni minoranza. I nuovi protagonisti sociali saranno equiparati ai ceti parassitari e i loro comportamenti visti come fenomeni da Jacquerie, come seconda società che minaccia la prima.
La difesa a oltranza di questa composizione di classe fraintesa si concluderà, sul finire degli anni ’70, nel governo di unità nazionale, con una società bloccata, con la fine di una qualsiasi possibilità progressiva di governo dei conflitti, col fallimento stesso dell’ipotesi politica del compromesso storico che si ridurrà di nuovo al solito vecchio massimalismo minoritario in difesa delle ultime lotte di resistenza nelle cittadelle operaie.
Le condizioni strutturali, la cultura, i progetti politici in Italia rendono il riformismo una scommessa ancor più azzardata della rivoluzione:
  • La classe di governo è priva di una coscienza della cosa pubblica, si autolegittima come formazione dominante che deve legare a sé le parti del corpo sociale, che usa lo Stato come patrimonio di casta.
  • Il Pci non è affatto diverso, stretto com’è nel suo leninismo massimalista. La sinistra in generale è incapace, anche quando è maggioranza sociale, di proporre un’alternativa concreta.
  • La Dc è un sistema ben lieto di lasciare ai suoi partner e avversari le loro illusioni, mentre conserva un governo pieno e incontrollato, esteso su tutte le strutture chiavi e sulle anime, ed è forte proprio per il suo essere il perfetto rappresentante della via italiana allo Stato-sociale.

A questo punto della nostra vita, crediamo non sia un caso che tutti noi, al di là della passata appartenenza o meno a una formazione armata, si abbia una comune matrice culturale del tutto particolare. L’autonomia operaia fu il fondamento dei nostri ragionamenti più lucidi e l’orizzonte del nostro agire politico; come appare evidente, d’altronde, dalle chiavi di lettura impiegate poc’anzi per forzare l’analisi. Possiamo anche asserire che per certuni la crisi delle forme specifiche assunte da questo contesto fu la ragione prima del loro aderire alla lotta armata; una ragione ottenebrata dallo sgomento per gli esiti fallimentari delle loro battaglie politiche e umane.
L’autonomia come movimento fu, in generale, quella manifestazione complessa che indicò nello stesso tempo l’incapacità di governo dei conflitti sociali da parte di una forma-stato in crisi e il tentativo infantile di esprimere delle dinamiche trasformative non lottizzate.
L’autonomia fu la legittimazione delle diverse storie, dei diversi attori, delle diverse culture e linguaggi, che vivevano nei conflitti. Questa sua apparente debolezza fu la sua sola forza, l’elemento che ancora oggi ci pare di un’attualità mostruosa se confrontato con il bisogno di statolatria, di statalismo fatto culto e orizzonte etico e fondamento scientifico, che impregna molte forze politiche e istituzioni italiane.
L’autonomia espresse una prima risposta alla fine del soggetto univoco della ricomposizione sociale, della rivoluzione, della trasformazione radicale in epoca post-rivoluzionaria. Essa espresse la fine del paradigma fragile riformismo/rivoluzione, di ogni cultura e ipotesi politica costruita su questo presupposto.
L’autonomia fu una forma di trasversalismo sociale sconfitto dalla propria incapacità di mediare libertà e liberazione, tensione al superamento del quadro complessivo e spazi concreti di libertà fruibili.
L’autonomia mette in crisi la forma italiana dello Stato keynesiano: il compromesso storico tra classe operaia e capitale, su cui si fondava tanto lo sviluppo quanto la governabilità, è sconvolto dall’agire di attori sociali non previsti, non rappresentati dal sistema dei partiti, out lawers sullo scenario sociale. La stessa costituzione, formalizzazione giuridica di questo compromesso, diventa strumento obsoleto: non è attrezzata, non fornisce gli strumenti atti a rinnovare il patto estendendo ai nuovi soggetti le condizioni di soggetti legali e le garanzie. Il diritto non può inseguire, informare e organizzare la complessità dei bisogni che le lotte dei nuovi soggetti esprimono.
D’altronde, la forma specifica italiana di questa forma statuale, pregna com’è di una cultura cattocomunista e organizzata come Stato-assistenziale, è letteralmente incapace di elaborare nuove regole del gioco, di adeguamento della costituzione formale alla costituzione materiale.
In Italia, si coniuga una crisi generale di una forma-stato e una tutta specifica. È la crisi di un’ipotesi generale e della sua caricatura.
Alla crisi di governabilità, che attraversa tutte le società occidentali, si somma una crisi di prospettive di rinnovamento. È crisi della governabilità e crisi della sinistra e di tutti i suoi modelli e di tutte le sue ipotesi. È crisi della capacità di rappresentanza dello schieramento progressista e delle sue stesse ipotesi di possibile rappresentazione.
Quando il soggetto univoco si smembra in mille rivoli, in mille conflitti periferici, la politica cessa di essere l’unico medium capace di governare l’ambiente sociale. La politica non riesce a tematizzare la complessità dei bisogni, non riesce a predeterminare il conflitto. La politica si estingue come progetto e come possibilità di sviluppo, in seguito alle lotte dell’autonomia operaia prima e proletaria poi. Il carattere di queste lotte, il loro essere economiche e politiche insieme, la massificazione dell’antagonismo che producono e veicolano, estinguono la politica come attività libera del cittadino contrapposta all’attività comandata del produttore.
Questo fenomeno è fuori dal potere di risoluzione ottica delle obsolete e deformanti lenti cattoliche e comuniste; è altrettanto invisibile ai vetero-riformisti.
L’estinzione tendenziale della politica è anche perdita di senso dello Stato in quanto rappresentazione totalizzante delle comunità a cui il suo ordinamento si sovrappone, del monopolio della violenza che esso esercita. È una perdita di senso della delega alla rappresentazione astratta dei bisogni delle singole comunità ed è allusione potente di una capacità matura di esprimere questi bisogni come “nuovi diritti”, come capacità di autogoverno: diritto alla pace, alla riproduzione di un ambiente naturale e umano equilibrato, alla partecipazione come protagonista dello scenario sociale, al libero sviluppo della propria personalità, individuale e collettiva, all’accesso e alla produzione di conoscenza e di informazione, alla comunicazione della propria esperienza, per un suo dispiegarsi locale contro ogni logica di sopraffazione globale.
Assistiamo a un processo di autonomizzazione dei sottosistemi e dei soggetti che compongono l’intero sistema sociale.
I nuovi soggetti e le stesse istituzioni, formali e informali, acquistano dinamiche sempre più automotivate e prive di riferimento esterno, esogeno. Questo processo assume le caratteristiche dell’autovalorizzazione per i soggetti sociali e dell’autoreferenzialità per i sottosistemi istituzionali.
La perdita di senso dello Stato, la devalorizzazione del centro a cui è imputata l’organizzazione e la regolazione generale della società, produce e sviluppa in ogni sottosistema la necessità di garantire da sé – quasi come istinto di sopravvivenza – la propria autoconservazione.
Se analizziamo questo fenomeno sullo scenario sociale, esso ci appare con i caratteri hobbesiani del bellum omnium contra omnia.
In mancanza di un Leviathan in grado di piegare a sé, a una finalità generale, gli scopi specifici che ogni sottosistema persegue, questi ultimi si scontrano, concorrenziali e avversari, per la massimizzazione dei propri scopi particolari, per la minimizzazione delle loro dipendenze reciproche, per l’instaurazione di una paradossale autarchia… come se l’intero sistema si potesse permettere il lusso di essere tutto sanitario, penitenziario o sportivo!
Sullo sfondo di questo scenario di crisi, dietro alle quinte, si possono leggere le dinamiche di transizione della società industriale a una post-industriale. Una società nella quale la sintesi sociale è fornita non più dalla produzione di merci, ma dalla produzione di modelli di identità e di comportamento, fondata non sul lavoro diretto, ma sulla scienza come forza produttiva, sulla potenza del general intellect. Una società nella quale il posto della grande fabbrica è preso dalle banche dati, vero cuore, cervello e memoria, il cui nuovo medium è l’informazione come capacità di ridurre a elementi astratti, a unità elementari, i caratteri concreti della complessità sociale, di combinarli e di differenziarli secondo una finalità generale.
Una società nella quale le possibilità di trasformazione si giocano, a dispetto di qualsivoglia teoria della crisi, a partire dalla capacità di mettere in comunicazione i vari soggetti, comunità, territori e culture, mantenendo e arricchendo le specifiche esperienze e identità.
La funzione di regolazione sistemica generale, necessaria a evitare l’autodistruzione, è stata letta invece da alcuni come un obiettivo perseguibile soltanto dal sottosistema politico, resosi pienamente autonomo e autoreferenziale: l’autonomia del politico.
Nella pratica, però, l’autonomia del politico, questo vero e proprio escamotage, viene espresso non dal giacobinismo trontiano, ma dalle inchieste-monstre della magistratura. È il sottosistema giuridico che appare come il più legittimato a rappresentare e a difendere, in questa fase di transizione, un interesse generale, ma soprattutto che si conferma come il più adatto alla sopravvivenza in un simile ambiente.
Negli Usa, il sottosistema che si afferma, esprimendo meglio il suo interesse come interesse generale e mostrandosi il più vitale, è quello economico. La crisi di governabilità è risolta rilanciando la centralità dell’impresa, rinnovando la politica con la supply-side-economics, con le Guerre stellari.
In Italia, invece, per l’incapacità del sistema dei partiti di offrire strumenti di rinnovamento alla politica, per la debolezza dell’economico, ci si dovrebbe accontentare della Guerra alla mafia.
È il giuridico che esprime il massimo di autonomia del politico, assieme al Partito armato, al terrorismo, che sul versante opposto riproduce lo stesso tema.
Evidentemente, quando parliamo di terrorismo come espressione dell’autonomia del politico non intendiamo accennare a una sua possibile internità alle problematiche sopra esposte, alla crisi di governabilità del sistema, ma alludere ai suoi caratteri e alle sue velleità di potenza.
Il terrorismo è indifferente alle lotte sociali, ai movimenti di trasformazione, ai suoi tempi e alle loro scadenze.
Il terrorismo è sovradeterminazione, attento com’è a calibrare l’iniziativa su due parametri estremi: la propria curva di sviluppo e organizzazione e l’efficacia nell’aggredire le soglie di tollerabilità del sistema. Esso sostituisce le valenze dell’iniziativa di trasformazione con l’efficienza militaristica del proprio agire separato.
Il giuridico, allora, sperimenta il suo vicariato nella lotta contro il terrorismo.
È un danzare assieme, un paso doble che scandisce i tempi politici a cavallo degli ultimi due decenni.
Definendo una metodologia, un algoritmo, imparando a usare gli altri sottosistemi, informandone lo sviluppo, il giuridico crea le condizioni di riproducibilità del suo intervento.
Paradossalmente, i caratteri più moderni dei movimenti sociali post-comunisti – il loro organizzarsi per tematiche specifiche, senza proporsi come soggetto di un progetto generale; il loro costituirsi in maniera pragmatica, fuori da un contesto ideologico; il nomadismo sociale, che permette loro di attraversare l’intero scenario sociale – si ritrovano in qualche modo nella struttura dell’emergenza, il prodotto finito di questa attività.
Per questi caratteri – umiliati, ridotti a bianche, fredde, asettiche maschere mortuarie –, per il suo essere “mediazione e governo” di un primo passaggio nella transizione alla società post-industriale, l’emergenza è un fenomeno moderno niente affatto casuale. È un fenomeno inevitabile, una conseguenza della carenza di alternativa.
L’emergenza funziona aggredendo sistematicamente, uno dopo l’altro, i punti di crisi della società, riversando su ognuno la forza della cooperazione da essa organizzata e diretta. L’emergenza come difesa dell’ordinamento costituzionale diventa, a prescindere da qualsivoglia coscienza ideologica dei suoi singoli protagonisti, una macchina che agisce con prepotente  e iattante pragmatismo.
L’asse amico/nemico, su cui si ordinava il campo politico, rimosso dalle dinamiche di sviluppo della società, ritrova un senso all’interno del campo prettamente giuridico prima e nella pratica emergenziale poi. Ogni punto di crisi, ogni conflitto, viene affrontato come momento catastrofico, come possibile elemento di crisi generale.
Terrorismo e reazione – reazione nella sua accezione moderna di bonapartismo senza baionette – seppur impegnati in un duello mortale, trovano due nemici comuni e deboli: il garantismo nelle forze istituzionali e l’autonomia nei movimenti sociali di trasformazione. Questi due poli, su versanti diversi, esprimono il rifiuto dell’autonomia del politico, della logica amico/nemico, si propongono al contrario come istanza di mediazioni. Ma queste istanze sono di un’estrema debolezza, per l’inadeguata semplicità delle forme con le quali vorrebbero comprendere e governare la complessità sociale e opporsi alle forme date dell’autonomia del politico.
Un polo si aggrappa alla difesa dello Stato di diritto, l’altro – incapace di rompere l’incomunicabilità dei singoli movimenti, frammentati e ridotti a esprimere il proprio rifiuto della politica come politica semplice – è innamorato delle forme transitorie e dell’estremismo minoritario che in questi ultimi ogni volta riconosce e brama.
Non è un caso che il terrorismo privilegi come obiettivi gli uomini della mediazione.
Non è un caso che i magistrati dell’emergenza antiterrorismo vedano con scarsissima simpatia la dissociazione politica, ispirandosi, riconoscendo, alimentando invece il suo polo bifronte: l’irriducibilismo e il pentitismo.
Non è un caso che l’emergenza aggredisca ogni attività di autogoverno, a prescindere dal segno che possiede. Qualsiasi attività che non si mostri sottomessa all’interesse generale manifestatosi come Behemoth, come gigantesco organismo nelle cui vene scorrono gli interessi costituiti e il cui unico fine è vigilare su quel precario equilibrio che è la sua unica legittimazione reale, viene percepita come minaccia.
La definizione del reato politico subisce una drastica modificazione applicandosi non più solamente alle attività che si pongono come finalità il rovesciamento delle istituzioni e l’instaurazione della dittatura di una classe sociale sulle altre, ma a qualsivoglia attività non informata dal modello di cooperazione emergenziale, vista immediatamente come eversivo dell’ordinamento costituzionale.
L’arco d’azione di questo potere di interdizione a ogni attività autonoma si dispiega sull’intera società complessa, tant’è che la figura del pentito, il tipico prodotto di scarto di questo impatto, fiorisce rigoglioso in ogni pizzo: abbiamo, infatti, il banchiere pentito, l’amministratore pubblico pentito, l’assenteista pentito e, come chicca finale, a dimostrazione che la sfiga non viene mai sola, il gay pentito per timore dell’Aids.
Se questa pratica ci preoccupa, francamente ci terrorizza una sua possibile stabilizzazione come forma compiuta di democrazia autoritaria.
L’emergenza non può continuare a svolgere sul lungo periodo la sua funzione vicaria – una funzione che abbiamo visto espressa dal giuridico nei processi per terrorismo con arroganza, spregiudicatezza e indifferenza a ogni ragione che non fosse la difesa dello Stato; che vediamo oggi evidenziata nell’agire disinvolto dei mass-media quando producono allarme sociale –; temiamo, però, che essa si autoalimenti praticamente all’infinito.
Nonostante sia il prodotto di una fase particolare, sappiamo quanto il suo potere di informare, di essere modello di sviluppo, rappresenti un’ipoteca a ogni volontà di trasformazione, o anche semplicemente a una alternativa di governabilità e mediazione dei conflitti che ne metta in discussione le ragioni d’esistenza.
Siamo consapevoli che le nostre chiavi di lettura, volutamente estreme e, come già detto, “antiche” – non per il gusto dell’estremismo, lo ripetiamo, che ci è costato già caro abbastanza –, sono una sorta di provocazione intellettuale, il solo lusso a noi rimasto.
Consegniamo quest’ultima nelle mani di tutti coloro che dibattono e affrontano nelle loro pratiche politiche i temi da noi sfiorati. Soltanto da un confronto esplicito e irriverente verso ogni dogma e certezza solitamente si cristallizzano elementi innovativi.
Abbiamo una modesta speranza: vorremmo che la nostra memoria e la nostra ostinata volontà di riflessione potesse contribuire in un qualche modo all’agire oggi.
Per questo, ci ricordiamo e narriamo con un certo orgoglio – perché no? – ciò che di buono e di bello abbiamo combinato un tempo.


Appendice

A – Simmetria e complementarietà

Usiamo per comodità lo schema categoriale di Bateson per definire due classi di relazione possibili tra gli uomini.
Per simmetria intendiamo la modalità di relazione data da una reazione uguale, ma di segno contrario, a un’azione precedente. La contrapposizione simmetrica è integrale, totalizzante, non ammette mediazioni. È soggetta a un processo d’escalation. È una schismogenesi, un processo inarrestabile a spirale. La simmetria si caratterizza come una divaricazione tra due poli della relazione che esalta la concorrenzialità, l’estraneità e l’inimicizia.
L’esempio classico è la corsa agli armamenti. Un altro esempio ci è offerto dalla nostra tesi, poc’anzi illustrata, sull’autoreferenzialità dei sottosistemi.
Infine, lo stesso paradigma comunista mostra con evidenza questi caratteri di contrapposizione globale, di reazione uguale e contraria: lo Stato dei soviet e lo Stato borghese, il diritto proletario, la letteratura o l’arte socialiste e le stesse forme capitalistiche.
Attenzione: non solo i fini, ma anche i mezzi (le forme della cooperazione finalizzata) sono speculari, macchine appropriabili: la guerra giusta e quella ingiusta, lo stacanovismo e l’etica del lavoro, ecc.
L’altra modalità di relazione, quella complementare, è caratterizzata, al contrario, da una risposta alla mossa dell’avversario che sfugge alla necessità del rifiuto globale. Mentre nella relazione simmetrica i due poli si vivono come uguali e “altri”, in quella complementare è evidente la sproporzione (l’asimmetria) tra i due soggetti. Ad entrambi sono chiari tanto i rapporti di forza quanto le differenti posizioni strutturali. È lo schema dei rapporti di dipendenza e di subordinazione: all’azione dell’uno – del soggetto predominante – corrisponde una reazione dell’altro – del soggetto subordinato – che fa suo e rafforza il meccanismo di sopraffazione.
I rapporti familiari, la loro introiezione e riproduzione sociale, sono un esempio a noi tutti conosciuto. La stessa cosa si può dire per l’istituzione carceraria e i processi di prisonizzazione, di spersonalizzazione e di identificazione col ruolo proposto dal sistema della pena e dell’espiazione.
Questo schema categoriale ci può essere utile per capire al volo la rottura rivoluzionaria e la realtà del dominio.
Gli avvenimenti di questi anni si possono leggere in buona parte – con l’esclusione parziale di un’eccezione che vedremo dopo – attraverso questo doppio vincolo: risposta rivoluzionaria simmetrica e/o integrazione complementare nel sistema.
Abbandoniamo ora la semplicità elementare offerta da questi due modelli ed esaminiamoli come momenti diversi di un unico processo.
Ogni sistema sociale può essere considerato come un complesso sistema integrato di relazioni complementari che genera continuamente al suo interno microrelazioni di tipo simmetrico.
Il simmetrico è il meccanismo fondamentale della sua riproduzione allargata:
  • La presenza simmetrica evita il proseguimento della schismogenesi complementare che, lasciata a sé stessa, porterebbe il sistema all’autodistruzione.
  • Il simmetrico permette al sistema di rilevare i punti di conflittualità, di massimizzare il dominio esercitando efficacemente comando e controllo.
  • Il simmetrico garantisce la rigenerazione del sistema (il cambiare tutto per non cambiare niente) attraverso una ridefinizione generale degli elementi costitutivi e riproponendosi, finito il ciclo, come nuova stabilità.
Il complementare è la forma della conservazione, il simmetrico quella della trasformazione e del rinnovamento.
È evidente da quanto detto poc’anzi che non diamo nessun valore particolarmente innovativo alla contrapposizione simmetrica come leva per una trasformazione radicale della società. E non soltanto perché abbiamo perso!
Avendo fino in fondo consumato questo tipo di relazione ed essendo refrattari per natura, convinzione e collocazione al secondo, dovremmo sentirci piuttosto sradicati. Tuttavia, crediamo vi sia una via di fuga tra l’irriducibilismo simmetrico e il pentitismo complementare. Crediamo che essa si dia necessariamente all’interno delle regole di questo gioco complesso, nella piena consapevolezza delle sue dinamiche, eppure come possibilità di una sua radicale trasformazione.
Mantenendoci a questo livello di astrattezza, pensiamo a una modalità di relazione che non possiamo definire altrimenti che “paradossale”. Pensiamo a una relazione assolutamente consapevole della sproporzione tra sistema delle relazioni sociali e soggetti e istanze della trasformazione; una relazione, però, in grado di fare di questa sproporzione un elemento di forza.
Pensiamo a un uso limpidamente spregiudicato delle condizioni date, un uso inflazionistico che rompa di per sé stesso la stabilità mortifera del sistema. Le regole del gioco accettate e portate alle massime conseguenze come arma efficace per una radicale sottrazione dalle innovazione del sistema.
L’eccezioni di cui si diceva poco fa a proposito di questi ultimi anni si riferisce alle caratteristiche positive che l’autonomia ebbe nel suo rapporto con la società capitalistica (vedi spesa pubblica).
Alla base dell’attività di autonomia non vi era né uno schema relazionale di tipo simmetrico, né tanto meno una dinamica di integrazione.
Il suo punto di partenza era il riconoscersi come soggetto interno a uno scenario dato; non si poneva il fine della rivoluzione e della costruzione di un’intera nuova società alternativa (dal punto di vista delle sue dinamiche oggettive, dei suoi comportamenti, non evidentemente da quello ideologico e dell’immaginario). L’operaio sociale non era il soggetto storico di nessuna rottura epocale, non era la nuova figura della classe operaia.
L’autonomia accettava i limiti della sua identità e faceva leva su questa apparente debolezza per forzare gli equilibri e le compatibilità dei rapporti sociali. L’operaio sociale, soggetto multiforme tutto interno a questo sistema, pretendeva di fruire della ricchezza sociale in tutte le sue forme; non si poneva il problema di spezzare i limiti, ma li dilatava; voleva rendere concreti i diritti formalmente garantiti e i nuovi diritti che egli sentiva di poter legittimamente pretendere.
Questo, a ben vedere, è l’ambito dinamico in cui si dà autovalorizzazione.
Ma questa pratica è eminentemente destrutturante per quanto riguarda gli equilibri di potere; è destabilizzante (e successivamente eversiva) per quanto riguarda l’intero sistema.
Questa dinamica, proprio perché dinamica trasformativa, è conflittuale e non lineare: va governata.
Continuando con l’esempio storico di autonomia, possiamo individuare alcune caratteristiche negative:
  • amore per la forma estremistica (violenza, forza, modellistica, organizzazione);
  • amore per il particolare fatto generale (settarismo, “stiamo bene solo con noi”;
  • vecchio sindacalismo (chiedere cento per ottenere dieci);
  • assenza di priorità (si incalza il sistema su ogni punto di attrito, costringendo la conflittualità sociale complessiva nel cul-de-sac simmetrico).
Queste caratteristiche negative producono – e sono nello stesso tempo il prodotto di – un’assenza di cultura e di pratica della mediazione conflittuale, tanto nel ceto politico interno ai movimenti quanto in quello interno alle istituzioni.
Questi sono i fondamenti che ridurranno le potenzialità ricche dei movimenti degli anni ’70 a politica semplice.


B – Movimenti e istituzioni

Caratteristiche fenomeniche dei movimenti post-comunisti, alluse da autonomia nei momenti di massima espansione dinamica:
  • si organizzano per tematiche specifiche, senza proporsi come soggetti di un progetto generale;
  • si costituiscono in maniera pragmatica, fuori da un contesto ideologico;
  • sono nomadi e attraversano l’intero scenario sociale.

Caratteristiche strutturali:

Organizzazione:
  • Non vi è doppio livello, tipo organizzazione di massa/partito; non vi è subordinazione delle une all’altro; non esiste nessuna differenziazione tra forma organizzativa specifica e forma/medium.
  • L’organizzazione è un puro valore d’uso, un semplice attrezzo: è un nodo di una rete di comunicazione complessa.

Tematiche:
  • Non vi sono temi economici e temi politici, gli uni particolari e gli altri generali, ma ogni tematica è la tematica generale del singolo movimento, su cui ci si organizza senza essere l’organizzazione di quella singola tematica.
  • Ogni singola tematica è comunicabile ad altri, è riproducibile e cumulabile.
(cfr.: una volta, c’era l’organizzazione di chi occupava le case: finita l’occupazione, finita l’organizzazione e viceversa. Poi, gli occupanti di case non capivano un tubo, per esempio, dei circoli del cosiddetto proletariato giovanile, o potevano “capirli” solo se cooptati in un gruppo politico. Non si comunicava, pur stando sullo stesso pianerottolo. E gli occupanti erano essenzialmente occupanti e basta, magari picchiavano la moglie femminista, e il figlio autonomo, e manco lavoravano in fabbrica e quindi delle Assemblee non gliene fotteva un accidenti, ecc.)
  • Ogni tematica è nodo di una rete di tematiche.

Progetto:
  • Non vi è altro progetto che l’estensione della rete, delle autovalorizzazione cumulabili.

Pragmatismo/ideologia:
  • È evidente che manca ai movimenti una coscienza ideologica tipo “coscienza di classe”, una super-coscienza diversa dalla consapevolezza tutta concreta e sensibile, intreccio di emozioni, affetti e godimenti.
  • L’agire è eminentemente pragmatico, ma la sensibilità è complessiva: faccio una cosa, ma partecipo, sono attento e ricco di tutto ciò che avviene e si cumula nell’intera rete.

Nomadismo:
  • È evidente l’estrema mobilità dei soggetti, la possibilità di impattare uno dopo l’altro i punti di attrito senza fissarvisi. Poi, il soggetto di una cosa può benissimo essere il soggetto di un’altra e di un’altra cosa ancora.
  • È nomade (perché non è stanziale), ovvero la sua identità non è legata né al processo produttivo in cui è inserito, né alla singola cosa, ma è fondata sulla rete di comunicazione in cui vive e si riproduce.

Caratteristiche delle istituzioni: vedi tutti i discorsi fatti a proposito dell’autoreferenzialità.


Interazione tra movimenti e istituzioni:

È classico il duplice agire delle istituzioni rispetto ai movimenti: repressione e/o integrazione e espropriazione dei loro temi.
Facciamo due esempi: l’autonomia e il movimento delle donne.
L’autonomia, come movimenti giovanili metropolitani, è di fatto messa fuori legge, senza tener conto in alcun modo delle sue istanza. Il movimento delle donne viene svuotato dei suoi contenuti e della sua carica di trasformazione, viene integrato e fissato in alcuni istituti periferici (consultori, leggi sull’aborto e la violenza sessuale, ecc.).
L’alternativa è, banalmente, solo apparente: ciò che va in ogni modo perduto è la dinamica trasformativa; si fissano i nodi e si distrugge la rete e i flussi di comunicazione che l’attraversano.
Il vecchio riformismo, quando e se funzionava, è tutto interno a questi due poli.
La mediazione conflittuale a cui ci riferiamo è tutta focalizzata, invece, sul nesso libertà/liberazione.
Consideriamo la nostra esperienza, quella della dissociazione politica: aver rifiutato fin dall’inizio l’antagonismo simmetrico (la scelta della desolidarizzazione) ha evitato l’annientamento; l’agire consapevole nella dimensione complementare ha forzato l’apparato a prendere atto, a fissare, a istituzionalizzare, le nostre domande e i nostri strumenti (le nostre domande sono diventate “circolari ministeriali”; i nostri strumenti, istituzioni: aree omogenee nelle carceri). Tuttavia, mediazione conflittuale non può che significare sfuggire (come alla peste) al processo di integrazione, valorizzando al massimo la dialettica movimenti/istituzioni. Non ci sentiamo, infatti, soggetti integrati nelle istituzioni carcerarie e nemmeno ci interessa istituzionalizzare un qualsivoglia “movimento dei carcerati”. Il nostro privilegiare i rapporti e le relazioni più che gli obiettivi e le forme ci consente quell’autonomia necessaria sia dalle istituzioni in generale sia dai risultati particolari ottenuti e istituzionalizzati. Ci permette, però, nello stesso tempo, di non prescindere da questi risultati, di non tornare indietro, ma di usarli spregiudicamene come valori d’uso, come strumenti, accettando le forme di libertà maggiori che riusciamo a ottenere senza perdere l’attenzione alla liberazione.
Il processo è governato (ed è governato nel buco del culo più nero che si possa immaginare!).


C – Cooperazione sociale e comunicazione

Il punto di partenza delle nostre personali riflessioni non può che essere quell’”eccezione” che ha attraversato gli anni ’70, alcune delle cui caratteristiche ritroviamo, nel bene e nel male, nei movimenti oggi (dai verdi a Brixton/Frankfürt).
Vi sono quasi esattamente tutti gli stessi difetti: estremismo sui contenuti e/o sulle forme, politica semplice, mancanza di priorità, arroccamento su di sé, ecc.
Vi sono però anche le stesse potenti allusioni; e la qualcosa ci rallegra, perché dimostra che non siamo gli unici fessi:
  • Capacità di creare cooperazione sociale sottratta all’immediato processo di integrazione.
  • Identità personali (individuali e collettive) e agire politico strettamente interagente.
  • Capacità di trascendere le condizioni date, accettando il rischio della trasformazione radicale, la consapevolezza fisica della sola risorsa che sposta le montagne: sfuggi alla dimensione complementare, perché i suoi “ricatti” non fanno più presa su di te, sei libero – magari soltanto per un attimo – dal cinismo oggettivo e soggettivo che ti incatena e ti riduce ad appendice viva, ma indifferente, di un orrendo macchinario. Vedi e senti gli uomini per ciò che effettivamente sono e li ami. C’è il gusto dell’avventura, l’entusiasmo, la mancanza di scrupoli. Finché dura.
Malgrado loro, malgrado ingenuità, ideologie, ecc., pare che il contagio si diffonda. Non sanno come avviene, ma è bello, e le loro esperienze si sommano.
Spesso, però, si sommano senza arricchirsi: non c’è acquisizione di una nuova dimensione che potrebbe nascere dal confronto di percezioni della realtà differenti: si riducono tutti di nuovo alla stessa identica cosa, la più facile, la più semplice e stereotipata (l’antifascismo, l’antirazismo, ecc… o il 2° principio della termodinamica!).
E attenzione: gli stessi elementi grezzi li ritroviamo totalmente stravolti in altre esperienze di cooperazione e di trascendenza (Cl, per esempio), che trasformano questi elementi dinamici in forme e ragioni reazionarie, integraliste, indecenti.
Tuttavia (pura fortuna), mentre nella società industriale la tua capacità di godere di diritti, libertà, socializzazione, passa attraverso il lavoro, la partecipazione alla produzione di beni socialmente necessari (di merci), in questi movimenti (come forse in ogni fase di transizione da una forma sociale a un’altra) l’elemento fondamentale, la risorsa che ti dà reale autonomia come movimento ed è parametro di acquisizione di ricchezza, è la comunicazione. Quanto più comunichi e quanto più sei in grado di liberarti dai vincoli, di dare soddisfazione ai bisogni, di fondare nuovi diritti, d’essere vivo. E questa caratteristica è rilevabile oggi in maniera ancora più forte, perché quel che sta avvenendo è il passaggio a una società fondata non più sulla produzione di merci, ma sulla produzione e circolazione di informazione.
Forse si apre un nuovo scenario. Vale di nuovo la pena di giocarsi ogni (eventuale) sicurezza.
Roma, Rebibbia primavera 1985


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