![]() |
Secolo d’Italia dell'11 marzo 2007 «PENSAVAMO CHE I FASCISTI NON FOSSERO ESSERI UMANI» |
ROMA. Rompe un lungo e silenzio e alcuni tabù, Maurice Bignami. Intervistato dall’Avvenire, quello che fu fra i fondatori di Prima Linea e oggi è dirigente di una casa famiglia della Caritas, ripercorre il ’77 e lo condanna come di un annus horribilis, ricorda che «anche il Pci aveva un’organizzazione parallela», ma soprattutto spiega dove affonda la violenza della lotta armata a sinistra, ammettendo che «c’era la convinzione che i fascisti non appartenessero al genere umano, che non fosse reato ucciderli. Come nei genocidi ». Una parola così per indicare cosa avvenne in quegli anni forse non l’ha mai usata nessuno. Neppure chi maggiormente è stato impegnato nell’elaborazione e nel superamento. Bignami questo percorso l’ha fatto durante la lunga permanenza in carcere e anche dopo quando, fra l’altro, ha partecipato a un progetto di “pacificazione” generazionale insieme a Marcello De Angelis, scrivendo sulla Spina nel fianco. «Non c’è stato periodo più buio degli anni ’70, non hanno lasciato niente. Riconoscerlo – dice Bignami – vuol dire che hai fallito e devi ricostruire. Perciò è stato fondamentale finire in galera, essere costretto a riflettere». All’aver mancato quest’esperienza Bignami attribuisce anche le velleità rivoluzionarie che resistono in alcuni protagonisti di allora: «Scalzone non ha sopportato il carcere, si è ammalato, è uscito ed è scappato. Ed è ancora in preda al sortilegio». Lo stesso Scalzone ha offerto diverse pezze d’appoggio a questa valutazione. Anche, l’altro ieri, nello stesso giorno di Bignami, l’ex dirigente di Potop ha offerto le sue riflessioni sul ’77, in un dibattito al centro sociale Askatasuna di Torino: «Non mi sento in diritto di dire che se adesso uno vuole dare inizio a qualcosa di nuovo lo condanno. Non posso dire a nessuno di non reagire quando ha preso uno schiaffo e magari di non darne due. Il cervello non può sopportare tutta questa promessa di paradiso in questo che poi è un inferno». Il «sortilegio» di cui parla Bignami è quello che porta a diventare terroristi: «Non lo si diventa per caso, ci devi mettere del tuo, ci arrivi passaggio dopo passaggio. Ti senti come in uno scivolo dettato dalla storia: la Resistenza, l’ottobre russo, la rivoluzione francese. Vivi un tempo mitico e pensi “stavolta tocca a noi”. Poi le cose diventano pesanti, ti accorgi che i giochi sono finiti: il ’77 è questo». Bignami era a Bologna nel marzo di quell’anno, quando Lotta continua decise di interrompere un’assemblea di Cl all’università, dando il là agli scontri durante i quali morì il militante di Lc Francesco Lorusso. Quello fu il momento in cui «sparare tutte le munizioni. Teorizzavamo da anni – ricorda – la presenza delle armi nelle organizzazioni di massa, ne avevamo già alcune. Anche il Pci aveva un’organizzazione parallela, a scopo difensivo: le “case pulite” da usare i caso di colpo di stato». A 30 anni di distanza Bignami confessa di vedere delle analogie nella volontà prevaricatrice di alcuni e nello schematismo cieco del «bene tutto da una parte»: «Portare avanti in ceri ambiti culturali o accademici – rileva – un punto di vista cattolico, sui Dico o sulla fecondazione, incontra lo stesso ostracismo, anche se non armato». |
|