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1° aprile 2006

Sui vivi e sui morti



A sei mani, stiamo lavorando a un nuovo progetto editoriale, da scodellare entro l'autunno: due si mettono sotto pressione a vicenda, il terzo prende nota. I primi furono etichettati a suo tempo uno di destra e l'altro di sinistra; l'ultimo sono fatti suoi, ma fa la carogna e pungola, fino a costringerli a mostrare il meglio e il peggio. Dovrebbe venirne fuori un ritratto degli anni Settanta così com'erano, da un lato e dall'altro della collina. Con qualche accenno al prima, al dopo e ai giorni nostri. In fatto di perfidia, il compilatore non conosce lo scherzo, è un professionista, pertanto mi ha subito chiesto quattromila battute su di un argomento a suo avviso (e anche al mio) da affrontare in primis: le vittime. Non c'è modo di scantonare, è la pietra d'inciampo, il macigno.

Tuttavia, ogni volta che mi sono posto il compito di parlarne ad altri, ho riscontrato che, comunque la metti, sbagli. È che non ci si può inventare alcun espediente: il fatto permane, sempre, con tutta la sua mancanza di soluzione. Per non parlare della quota di sofferenza, che non può mai essere soppesata. Forse, la sola maniera di affrontare questo dilemma è discuterne con chi ha commesso la medesima colpa, e fare in modo che gli altri stiano ad ascoltare e si facciano un'opinione.

Nel febbraio dell'87 scrissi assieme ad altri un appello ai "compagni assassini" che avevano ucciso due agenti di polizia durante l'assalto a un furgone postale a Roma. Lo scrivemmo vent'anni fa, ma è ancora - come è facile intendere - straordinariamente attuale.

"Non possiamo tacere.
Non possiamo salvare la nostra coscienza nel silenzio, nella distinzione e nella lontananza. (…)
Dobbiamo parlare, dobbiamo dire la nostra, perché siamo e vogliamo restare parte in causa, perché abbiamo pensato e sentito le stesse cose, perché sono figli nostri, di quell'idea di rivoluzione che ci ha mossi tanto tempo fa, e della quale siamo stati figli.
Dobbiamo intervenire, dobbiamo essere presenti, perché siamo e vogliamo essere coinvolti, perché siamo e vogliamo essere responsabili, perché abbiamo agito al tempo nostro portando alle conseguenze estreme pensiero e sentimento, con tragica coerenza e oscura passione.
Nella storia della Repubblica, noi attuammo di nuovo l'omicidio politico. Abbiamo infranto lo specchio, consumato l'immaginario rivoluzionario disatteso e sempre attendibile, inattendibile e sempre atteso. Nella nuova creazione seguita all'ultima guerra mondiale, noi abbiamo commesso un peccato originario.
Questo terrorismo è veramente privo di qualsivoglia causalità ed eredità; non ha sue proprie ragioni politiche, sociali, economiche, tanto meno finalità da conservare e tramandare. Non è nemmeno spiegabile con il servizio a qualcosa o qualcuno, o con la mostruosa sacralità di un gesto che nessuno avrebbe mai osato compiere. Questo terrorismo è essenzialmente privo di ogni ombra di principio di legittimità, vale a dire di realtà e attuabilità civili.
Eppure, alcuni epigoni sembrano manifestare una sconvolgente continuità con la parte peggiore di noi, la pura ideologia, l'atto puro che scaturisce da una semplice idea. In quel che di loro appare, sperimentiamo di nuovo il peggio che portiamo in noi.
Dobbiamo allora presumere, sperare, volere che la parte nascosta della loro umanità racchiuda anche il meglio del nostro cuore e della nostra anima, e che sia possibile farlo vivere anch'esso. (…)
Non vi sono progetti futuri, umanità, speranze, che valgano una vita, la vita di chiunque, oltre che quella nostra o vostra, di compagni assassini.
È insopportabile e insostenibile scambiare carne e sangue per un'astrazione, sopprimere quello che c'è per quello che non c'è ancora, sacrificare nel nome di altri, qui, per quello che succede altrove.
Uccidere è veramente primitivo, alienante, fuori tempo e fuori luogo. La violenza non salva, accelera la corsa verso la morte, uccide anche quando innova. Chi uccide oggi, chi usa la forza per conquistare un potere, si condanna a uccidere e a usare la forza per conservarlo, posto che lo conquisti (e nulla - per fortuna - fa pensare che accada). La qualità della vita oggi, delle relazioni tra gli uomini, dell'operare quotidiano impone il suo marchio alle qualità del domani. È bene educarsi a questa attualità. E se proprio si deve scommettere, la scommessa è la vita, una vita, anche una sola, la prima che incontriamo, che si può o non si può salvare, che si vuole o non si vuole salvare.
A volere vivere bene e a volere sperare, e poi a volere agire, la vita è sempre all'ordine del giorno.
Non uccidere. Uccidere è sempre una perdita. (…)".

Vi sono molte altre cose da dire, ma da qualche parte bisogna pur cominciare e se l'avvio coincide con una considerazione ormai ventennale forse significa che non si è fin qui abbastanza ragionato.






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