A sei mani, stiamo lavorando a un
nuovo progetto editoriale, da scodellare entro l'autunno:
due si mettono sotto pressione a vicenda, il terzo prende
nota. I primi furono etichettati a suo tempo uno di
destra e l'altro di sinistra; l'ultimo sono fatti suoi,
ma fa la carogna e pungola, fino a costringerli a
mostrare il meglio e il peggio. Dovrebbe venirne fuori
un ritratto degli anni Settanta così com'erano, da un
lato e dall'altro della collina. Con qualche accenno
al prima, al dopo e ai giorni nostri. In fatto di
perfidia, il compilatore non conosce lo scherzo, è
un professionista, pertanto mi ha subito chiesto
quattromila battute su di un argomento a suo avviso
(e anche al mio) da affrontare in primis: le vittime.
Non c'è modo di scantonare, è la pietra d'inciampo,
il macigno.
Tuttavia, ogni volta che mi sono posto il compito di
parlarne ad altri, ho riscontrato che, comunque la metti,
sbagli. È che non ci si può inventare alcun espediente:
il fatto permane, sempre, con tutta la sua mancanza di
soluzione. Per non parlare della quota di sofferenza,
che non può mai essere soppesata. Forse, la sola maniera
di affrontare questo dilemma è discuterne con chi ha
commesso la medesima colpa, e fare in modo che gli
altri stiano ad ascoltare e si facciano un'opinione.
Nel febbraio dell'87 scrissi assieme ad altri un
appello ai "compagni assassini" che avevano ucciso due
agenti di polizia durante l'assalto a un furgone postale
a Roma. Lo scrivemmo vent'anni fa, ma è ancora - come è
facile intendere - straordinariamente attuale.
"Non possiamo tacere.
Non possiamo salvare la nostra coscienza nel silenzio,
nella distinzione e nella lontananza. (…)
Dobbiamo parlare, dobbiamo dire la nostra, perché siamo
e vogliamo restare parte in causa, perché abbiamo pensato
e sentito le stesse cose, perché sono figli nostri, di
quell'idea di rivoluzione che ci ha mossi tanto tempo fa,
e della quale siamo stati figli.
Dobbiamo intervenire, dobbiamo essere presenti,
perché siamo e vogliamo essere coinvolti, perché siamo e
vogliamo essere responsabili, perché abbiamo agito al
tempo nostro portando alle conseguenze estreme pensiero
e sentimento, con tragica coerenza e oscura passione.
Nella storia della Repubblica, noi attuammo di nuovo
l'omicidio politico. Abbiamo infranto lo specchio,
consumato l'immaginario rivoluzionario disatteso e
sempre attendibile, inattendibile e sempre atteso.
Nella nuova creazione seguita all'ultima guerra mondiale,
noi abbiamo commesso un peccato originario.
Questo terrorismo è veramente privo di qualsivoglia
causalità ed eredità; non ha sue proprie ragioni
politiche, sociali, economiche, tanto meno finalità da
conservare e tramandare. Non è nemmeno spiegabile con il
servizio a qualcosa o qualcuno, o con la mostruosa
sacralità di un gesto che nessuno avrebbe mai osato
compiere. Questo terrorismo è essenzialmente privo di
ogni ombra di principio di legittimità, vale a dire di
realtà e attuabilità civili.
Eppure, alcuni epigoni sembrano manifestare una
sconvolgente continuità con la parte peggiore di noi,
la pura ideologia, l'atto puro che scaturisce da una
semplice idea. In quel che di loro appare, sperimentiamo
di nuovo il peggio che portiamo in noi.
Dobbiamo allora presumere, sperare, volere che la parte
nascosta della loro umanità racchiuda anche il meglio
del nostro cuore e della nostra anima, e che sia
possibile farlo vivere anch'esso. (…)
Non vi sono progetti futuri, umanità, speranze, che
valgano una vita, la vita di chiunque, oltre che quella
nostra o vostra, di compagni assassini.
È insopportabile e insostenibile scambiare carne
e sangue per un'astrazione, sopprimere quello che c'è
per quello che non c'è ancora, sacrificare nel nome di
altri, qui, per quello che succede altrove.
Uccidere è veramente primitivo, alienante, fuori tempo e
fuori luogo. La violenza non salva, accelera la corsa
verso la morte, uccide anche quando innova. Chi uccide
oggi, chi usa la forza per conquistare un potere, si
condanna a uccidere e a usare la forza per conservarlo,
posto che lo conquisti (e nulla - per fortuna - fa
pensare che accada).
La qualità della vita oggi, delle relazioni tra gli uomini,
dell'operare quotidiano impone il suo marchio alle qualità del
domani. È bene educarsi a questa attualità. E se proprio si
deve scommettere, la scommessa è la vita, una vita, anche una
sola, la prima che incontriamo, che si può o non si può salvare,
che si vuole o non si vuole salvare.
A volere vivere bene e a volere sperare, e poi a volere agire,
la vita è sempre all'ordine del giorno.
Non uccidere. Uccidere è sempre una perdita. (…)".
Vi sono molte altre cose da dire, ma da qualche parte
bisogna pur cominciare e se l'avvio coincide con una
considerazione ormai ventennale forse significa che non si è fin qui abbastanza ragionato.