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8 aprile 2006

Sui vivi



Avrei voluto scrivere un altro editoriale sulla linea del primo. Che so, su quanto l'esperienza di Prima Linea sia stata un'altra cosa da quella delle Brigate Rosse. E a questo proposito il brano scelto da Miccia Corta di Sergio Segio (in Altri libri) è illuminante, così come la mia intervista a Paola Tavella (Il Foglio, Quanto pesa un anno di piombo, in Rassegna stampa).
Mi sarebbe piaciuto anche accennare a come ci si possa sentire, vent'anni dopo, ancora più isolato, ai margini, non rappresentato, fuori casta, ché non basta allontanarsi dal comunismo per farsi piacere lo stato presente delle cose.
E ancora, svelare, se a qualcuno interessa, quale partito voterei, se mai potessi. Infatti, molti di noi ex sono privi di diritti politici, pur avendo espiato pena, lavorato anni e pagato regolarmente le tasse.

Però, proprio tutto questo parlare di imposizioni fiscali al limitare della campagna elettorale mi ha fatto pensare, oltre che fare i conti come ogni comune mortale.
Quali sono i miei veri interessi; dico proprio quelli veri, autentici, essenziali, al di là del tornaconto legato al portafoglio (che la buona sorte me lo conservi comunque sempre carico quanto basta)?

Ha fatto la sua parte anche un libro che Paola mi ha passato quando ha dato un'occhiata a quelli degli amici buttati lì sul sito.
Questo, devi mettere, mi ha detto, allungandomi un tomo accuratamente protetto da una copertina traslucida.
Già lo sapevo, ho risposto, slumandone il titolo.
Trattasi di Quintessenza di Mary Daly. Non c'entra, direttamente, ma fa parte del gioco, del conflitto molto molto più sconfinato del Grande Gioco a cui ci siamo dedicati a suo tempo.
Non vale, bara che non sei altro, mi sono detto; già Madri Selvagge ha sufficientemente contribuito alla causa.

Vorrei che ci mobilitassimo in tanti perché l'adozione di minori - orfani o abbandonati - si trasformasse in una pratica sociale agevole, tutelata e incentivata.
Vorrei che la legge non rendesse l'adozione impraticabile ai più, oltre che un lungo, costosissimo e straziante calvario, come sanno i pochi che l'hanno realizzata.
Vorrei togliere i fondi devoluti dallo stato, cioè da noi, alla tecnoscienza clonizzatrice e dirottarli a chi adotta bambini.
Vorrei che ci preoccupassimo dei bambini reali più che di quelli ancora nella virtualità dei sogni.
Vorrei che considerassimo l'adozione il primo passo sulla strada della giustizia, della salvaguardia del pianeta e dell'amore per tutti gli esseri viventi. Se ti angusti innanzitutto per il bambino rinchiuso in istituto o per quello con le mosche che gli defecano sul grugno, forse avrai anche la forza e il tempo di pensare al precario, all'Antartide e all'amico più fedele dell'uomo. Viceversa, mi sa che non funzioni.

L'adozione, tanto per dirne una di quelle col botto, non mi sembra una problematica del menga, così come occuparsene non mi pare un modo idiota di fare politica. E nemmeno credo di essere l'unico coglione a prediligere soluzioni semplici, ai margini della banalità, vale a dire nei pressi di ciò che è la nostra comune appartenenza.

Ho sempre più l'intima certezza, invece, che siamo in tanti a frequentare quei paraggi e che varrebbe proprio la pena di ritrovarci e di metterci in società.






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