Avrei voluto scrivere un altro
editoriale sulla linea del primo. Che so, su quanto
l'esperienza di Prima Linea sia stata un'altra cosa da
quella delle Brigate Rosse. E a questo proposito il brano
scelto da Miccia Corta di Sergio Segio (in Altri libri) è
illuminante, così come la mia intervista a Paola Tavella
(Il Foglio, Quanto pesa un anno di piombo, in Rassegna stampa).
Mi sarebbe piaciuto anche accennare a come ci si possa
sentire, vent'anni dopo, ancora più isolato, ai margini,
non rappresentato, fuori casta, ché non basta allontanarsi
dal comunismo per farsi piacere lo stato presente delle
cose.
E ancora, svelare, se a qualcuno interessa, quale partito
voterei, se mai potessi. Infatti, molti di noi ex sono
privi di diritti politici, pur avendo espiato pena,
lavorato anni e pagato regolarmente le tasse.
Però, proprio tutto questo parlare di imposizioni
fiscali al limitare della campagna elettorale mi ha fatto
pensare, oltre che fare i conti come ogni comune mortale.
Quali sono i miei veri interessi; dico proprio quelli veri,
autentici, essenziali, al di là del tornaconto legato al
portafoglio (che la buona sorte me lo conservi comunque
sempre carico quanto basta)?
Ha fatto la sua parte anche un libro che Paola mi ha
passato quando ha dato un'occhiata a quelli degli amici
buttati lì sul sito.
Questo, devi mettere, mi ha detto, allungandomi un tomo
accuratamente protetto da una copertina traslucida.
Già lo sapevo, ho risposto, slumandone il titolo.
Trattasi di Quintessenza di Mary Daly. Non c'entra,
direttamente, ma fa parte del gioco, del conflitto molto
molto più sconfinato del Grande Gioco a cui ci siamo
dedicati a suo tempo.
Non vale, bara che non sei altro, mi sono detto; già Madri
Selvagge ha sufficientemente contribuito alla causa.
Vorrei che ci mobilitassimo in tanti perché l'adozione
di minori - orfani o abbandonati - si trasformasse in una
pratica sociale agevole, tutelata e incentivata.
Vorrei che la legge non rendesse l'adozione impraticabile
ai più, oltre che un lungo, costosissimo e straziante
calvario, come sanno i pochi che l'hanno realizzata.
Vorrei togliere i fondi devoluti dallo stato, cioè da noi,
alla tecnoscienza clonizzatrice e dirottarli a chi adotta
bambini.
Vorrei che ci preoccupassimo dei bambini reali più che di
quelli ancora nella virtualità dei sogni.
Vorrei che considerassimo l'adozione il primo passo sulla
strada della giustizia, della salvaguardia del pianeta e
dell'amore per tutti gli esseri viventi. Se ti angusti
innanzitutto per il bambino rinchiuso in istituto o per
quello con le mosche che gli defecano sul grugno, forse
avrai anche la forza e il tempo di pensare al precario,
all'Antartide e all'amico più fedele dell'uomo. Viceversa,
mi sa che non funzioni.
L'adozione, tanto per dirne una di quelle col botto,
non mi sembra una problematica del menga, così come
occuparsene non mi pare un modo idiota di fare politica.
E nemmeno credo di essere l'unico coglione a prediligere
soluzioni semplici, ai margini della banalità, vale a dire
nei pressi di ciò che è la nostra comune appartenenza.
Ho sempre più l'intima certezza, invece, che siamo in
tanti a frequentare quei paraggi e che varrebbe proprio la
pena di ritrovarci e di metterci in società.