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10 luglio 2006 Che la soluzione sia nel pallone? |
Ieri notte, tutti in piazza. Ma proprio tutti. E tutti a festeggiare l'Italia e con l'Italia tutti gli Italiani (compreso quelli all'estero, per buona pace di Lanfranco del giorno innanzi, perché il giorno appresso credo proprio che non gliene possa fregare di meno). Tre considerazioni e una nota personale. Ieri notte, dov'era il Paese spaccato a metà? Nessuno a parlar male di Berlusconi o a temere nel segreto del proprio cuore il ritorno dei comunisti. Non c'era una sola bandiera della pace, una maglietta del Che, una kefiyeh. Sulla Salaria, nell'avanti indietro fino a Porta Pinciana, ho visto solo una ragazzina felice avvolta in una croce celtica. Però, non ci faceva caso nessuno. Credo che ci dorma avvolta, in quel vessillo, e che l'abbia portato a spasso come fa Linus con la coperta. Gli identitari a spese del prossimo stavano a casa o erano colpiti da santa amnesia. Tutti Italiani e felici di esserlo. Mai visto una manifestazione, un'adunanza, un affollamento, uno stare insieme così inclusivo, festoso e privo di rancore. Solo all'Israele Day ho provato qualcosa del genere, ma alla lontana; un accenno, una speranza. E solo all'interno, che fuori s'innalzavano invalicabili muri d'odio. Tutti rispettosi delle regole, gentili e in preda alla tenerezza. Ma a centinaia di migliaia, a milioni! A parte un'infima percentuale di coglioni (che personalmente non ho incontrato in nessuna parte di Roma e di cui vengo a sapere dai giornali), tutti a farti passare per primo, anche i motorini, gli scooteroni, a cercarti e a guardarti negli occhi. A sorriderti. Ieri notte, la madre degli imbecilli è rimasta a stecchetto. Nella baraonda, mai vista una compostezza così spontanea e benvenuta. Quando, nel pomeriggio, spezzando l'ultimo tabù, sono andato a comprare la bandiera assieme a mia moglie, ho chiesto a un tizio con la faccia da Albanese che stava nei pressi di un groviglio di stendardi agitati dal vento : "Che, mi vendi una bandiera?". "Non la vendo, la compro". Era più italiano lui di mille intellettuali teste di cazzo asserragliati nelle loro ville in Versilia. Dopo, ne ho visti a bizzeffe di Indiani, Cinesi, Latinoamericani, Somali e Marocchini sventolare il tricolore, schiettamente felici. Per una volta appagati nel loro desiderio d'essere insieme a noi. D'essere noi, d'essere la stessa cosa. Mai vista una così toccante italianità in azione, a dispetto dei salottieri barricati con la cittadinanza garantita dal diritto di sangue. Ventiquattro anni fa ero a Nuoro, ingabbiato in una cella del carcere speciale. Era il 1982 e festeggiai come potei la vittoria della Nazionale. Fanculo alla galera, mi dissi. E poi mi domandai: "Chi sa dove sarò, la prossima volta… ". Mi picco di credere che il cambiamento di clima che ci portò pochi mesi dopo allo scioglimento di Prima linea, alla battaglia politica per chiudere con la lotta armata e le utopie del Novecento, alla legge sulla dissociazione in un qualche modo parta anche da lì. Stare in casa ieri sera sarebbe stato come sputare sulla fede, sulla speranza e sulla misericordia. (m.b.) |
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