![]() |
6 novembre 2006 Sui fondamentali |
Lungi da noi il politicamente corretto, la malattia senile del tardo socialismo, ma salvare la pelle a Saddam riguarda i fondamentali. In pace, la condanna a morte è segno di fede carente nell'essere umano e sulla possibilità che possa cambiare in meglio, oltre che in peggio. È il marchio indelebile di una società che non ha fiducia in sé e nei suoi mezzi, ivi compreso quelli inerenti alla coercizione. In guerra, la condanna a morte di un nemico imprigionato che non hai ucciso in combattimento - per caso, per scelta o per necessità - è una bestemmia. Se vinci, è roba da aguzzini; se perdi, è un comportamento spregevole da barbaro in fuga. Comunque la metti, sbagli. Come sempre, ci sono i fautori delle eccezioni, quelle singolarità che confermerebbero le regole: nessuna clemenza per i genocidi, i criminali di guerra, i terroristi stragisti, i violentatori di bambini. Peccato che una lista del genere sia per definizione aperta. Nel buio della propria cameretta, ognuno si sente in diritto di aggiungere alla sequela delle carogne la propria bestia nera e, di conseguenza, una corda al patibolo. Perciò, è saggio attenersi ai fondamentali. Sui capisaldi non si tratta, mai. (m.b.) Salvare la pelle a Saddam e la privacy alle soubrette Editoriale del 1° luglio 2006 |
|