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13 novembre 2006 Alienazione |
Siamo tutti alienati. Tutti noi contribuiamo a produrre una realtà che ci estrania e ci trasforma in oggetti, in vuoti a perdere. Per capirci, prendiamo i Coreani. Quelli del nord. Sono venti milioni, tutti affamati e umiliati, meno una percentuale così esigua - peraltro, totalmente alienata anch'essa - che non fa la differenza. Da cinquantacinque anni, che non sono sei mesi, quei venti milioni di persone, che non sono quattro gatti, tutti tirati su come polli da allevamento ma smunti come cani abbandonati, sono la roba più vicina alla Fattoria degli Animali che si possa immaginare. Ebbene, tutti sono incitati a credere che il loro Paese sia il paradiso e che il resto del mondo, ormai ridotto alla miseria più nera - e non voglio nemmeno pensare a cosa quei disgraziati siano costretti a immaginare, con quel termine, dato il punto di partenza della fantasticheria - non veda l'ora di emularlo. Crepano di fame e sono il più gigantesco tentativo di segregazione e produzione del falso mai sperimentato sulla terra. Uno smisurato e pezzente Truman Show all'incontrario, con solo Kim Jong-il a sapere la verità e tutti gli altri, chi più chi meno, a credere che l'erba del vicino faccia più schifo della loro. Per giunta, oggi, nell'epoca della globalizzazione, quand'anche un Indio marginale, uno di quegli antropologicamente parlando fossili viventi costretti a rintanarsi nel fitto più fitto della selva amazzonica da cercatori d'oro e coltivatori di soia, sa chi ha vinto il campionato mondiale di calcio. Quelli, invece, non sanno niente, ma proprio niente. Sono tagliati fuori da tutto. Per loro, il mondo così com'è non esiste ed è vera, invece, ma vera veramente, la favola del lupo. Così, però, siamo anche noi; grazie a Dio, incapsulati in una serie di giochini assai più vari, sofisticati e divertenti. Lasciamo stare, per ora, la condizione umana in generale, l'impossibilità - e l'inutilità, peraltro - per il vero sé di conoscere la realtà vera, vale a dire se stesso, studiata dal Vedanta in poi, e da chi sa quanto tempo prima. Parliamo, piuttosto, del cosiddetto popolo di sinistra. Lasciamo perdere che sia ancora convinto che l'attuale governo, prima o poi, farà sul serio le riforme di struttura. Facciamo finta di non vedere che, alla fin fine, si accontenti e goda di aver sfrattato l'innominabile, ancora oggi costantemente ricordato e inveito; ma, forse, già appena appena rimpianto per mancanza d'altro argomento su cui fondare la propria comunanza. E veniamo ai grandi miti dietrologici, la sola cosmogonia di sinistra rimasta in piedi dopo la fine dei sogni e la caduta dei muri. (m.b.) Continua... |
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