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14 dicembre 2006 Alienazione tre, la fatwa |
Con la pubblicazione di Una vita in Prima linea, l'ultimo libro di Sergio Segio, in questi giorni si è di nuovo parlato assai degli anni Settanta. Ed è un bene, anche se fa male, anche se fa incazzare. Sono dieci anni della nostra storia e fare finta che non siano mai accaduti è impresa impossibile, irragionevole e soprattutto indegna verso chi ha perso la vita, sofferto o anche, semplicemente, demolito la propria esistenza. Lasciarli lì a opprimere le nostre anime senza provare a renderne conto non può che aumentare un fardello già di per se gravoso e intralciante. Ma se parlarne bisogna, allora è bene sgombrare ancora una volta il campo. Leggendo qua e là i vari giudizi in merito, mi sono reso conto di essere completamente d'accordo con Pierluigi Battista [segnalazioni]: degli anni Settanta, non c'è proprio nulla da salvare. Anzi, da testimone particolarmente coinvolto nei fatti aggiungerei al suo già lungo elenco alcune nefandezze in più. Aggiungerei la fatwa, tanto per dirne una, perché, con la fatwa, non ci siamo catapultati lontani da casa. Negli ultimi tempi e nella sua versione al cus-cus, questa consuetudine è divenuta tristemente alla moda. C'è gente a due passi da noi che dorme in caserma perché degli islamo-fascisti fuori di testa hanno decretato la loro esecuzione. Ma guai a pensare che la fatwa sia una pratica esotica, che sia un'usanza che non ci appartenga. Basta avere un briciolo di memoria per ricordarsi che gli anni Settanta ne erano pieni. Dalla madre di tutte le fatwa, quella lanciata contro il commissario Calabresi, ne arrivarono poi a migliaia sul groppone di un sacco di povera gente. Bastava essere un po' fascista e ne cuccavi addirittura una all'ingrosso, una senza nominativo, una buona per tutte le occasioni. Gran brutti anni, gli anni Settanta. D'altra parte, capito l'antifona, con la dissociazione politica - dal terrorismo prima, dal comunismo poi - alcuni di noi provarono a ridurne i danni, ed è forse una delle poche cose meritevoli di quel periodo che valga ancora la pena ricordare. Anche se, a ben vedere, quest'appendice ha già a che fare con gli anni Ottanta e sottolinearne la diversa natura non fa che confermare la pessima nomea di quel decennio infame. Personalmente, ho deciso di scriverne solo di sbieco, passando per il cortile di dietro, mandando un emissario in avanscoperta. Ho scelto la via sciamanica, ché non riesco più a sfilare per altri cammini. E, badate bene, non è né un merito né una sfiga, ma solamente un dato di fatto. Tuttavia, quando sento che un disgraziato, in Francia, in Olanda, si è beccato una condanna a morte sul groppone, e deve cambiare casa tutte le sere, muoversi sotto sorveglianza, nell'indifferenza della gente o peggio ancora nel mugugno generale, quando mi accorgo che tanti non esprimono pubblicamente le proprie opinioni perché intimoriti dalla rabbia di pochi, non posso fare a meno di ricordare l'epoca mia e di provare somma vergogna. |
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