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5 febbraio 2007

Tolleranza zero




Doveva morire un poliziotto perché si interrompessero alcune partite di calcio. Era doveroso, per la famiglia e i colleghi, e anche per tutta la gente comune, quella che ieri, domenica, si è sentita orfana di qualcosa e forse anche di qualcuno. Che serva ad alcunché, però, ho i miei dubbi.

Ora - ma sono almeno vent'anni che va avanti, con alti e bassi, morti e feriti - si parla di misure straordinarie. Occorre fermezza, bisogna fare sul serio, si grida! Ma è proprio lì che casca l'asino. Allora, facciamo un esempio, raccontiamo una storia, e neanche tanto assurda tenendo conto della materia del contendere. Adesso, con una decina di amici scendo per strada e, al grido di "Viva la Standa, a morte l'Upim", ci do dentro alla boscaiola con gli atti vandalici: brucio un paio di cassonetti della monnezza, spacco una vetrina, tiro in mezzo alla strada quattro o cinque macchine e imbratto tutti i muri del circondario con scritte razziste e coglione. Risultato certo: arriva la polizia, mi dà una giusta ripassata, mi porta in questura, poi in tribunale per aver messo su un casino inenarrabile per futili motivi, dopo di che vado in galera. Si spera. Perché questo non succede se al posto di urlare viva l'Upim e a morte la Standa - ecc. ecc. - si nominano delle squadre di calcio? Perché, in questo Paese, bisogna sempre ricorrere a leggi eccezionali, a misure d'emergenza?

La risposta alla prima domanda è presto detta: chi più chi meno, siamo tutti mezzi conniventi. Vale per la violenza negli stadi e per quel che capita, per fare un altro esempio, sulle consolari romane: si strilla mea culpa, stracciandosi le vesti e cospargendosi di cenere il capo, ma sotto sotto quelli dell'Inter sono stronzi per davvero e qualche bella figliola sul marciapiede non ha mai fatto deragliare i treni. E questo vale da nord a sud, dal ragazzino al vegliardo, dal parlamentare al fattorino. Se la vendita di carne umana e l'uso dell'accetta allo stadio ci sembrassero veramente fuori luogo, se ne provassimo seriamente vergogna, se non volessimo avere, per nessuno motivo e ad ogni costo, niente a che fare con quegli obbrobri, da un pezzo si sarebbe creata quella volontà generale che impone il fare. Si va sulla luna, si spacca l'atomo in due, si riforma (a fatica, date le rendite di posizione) il mercato del lavoro, vuoi vedere che non si possa mettere a norma gli stadi, che non si riesca a fare i conti con qualche centinaia di scalmanati rissaioli e altrettanti papponi?! Va da sé che la responsabilità è personale, ci mancherebbe, sta di fatto però che la copertura ideologica, l'andazzo lassista, la marea buonista e le smanie sociologiche - è sempre colpa della società, della famiglia e degli hamburger - contribuiscono a creare la situazione, ad alimentare l'acqua in cui sguazzano i pesci e a far sì che non si riesca mai a mettere in pratica per più di cinque minuti le leggi che già ci sono.

E così abbiamo risposto anche alla seconda domanda: se si applicassero le leggi ordinarie non servirebbero quelle straordinarie. A dire il vero, bastava Monsieur de la Palisse. Siamo sempre lì a piangere su bancarotta economica, sfascio istituzionale, degrado ambientale e resa dei valori, ma mai che si riesca ad applicare normalmente una legge. Arriviamo a quel che ci pare il limite del baratro, e subito ne promulghiamo una nuova, più rifilata della precedente. E poi ricominciamo ad attendere, a fare gli sbadati, a disquisire sulle colpe, a condannare il mondo intero, a salvare capre e cavoli. (m.b.)


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