www.mauricebignami.it            Gli uomini eguali
www.mauricebignami.it            Gli uomini eguali
Forse vero non è; ma un giorno è fama che fur gli uomini eguali,
e ignoti nomi fûr plebe e nobiltade.
(Parini, Il mezzogiorno, 250-52, da Il giorno)
Gli uomini eguali
©Edizioni Bietti 2005
 
  • Abstract
  • Il testo / indice
  • Biografia di Maurice
  • Biografia di Nino
  • I protagonisti


  • Rassegna stampa

    Acquista il libro




    Maurice Bignami

    [Home] [Archivio] [Altri libri] [Documenti] [Immagini] [Contatti]

    Ha novant’anni e sta morendo in un letto d’ospedale. Un’età ragguardevole, ma negli ultimi tempi mio padre si è messo in testa di arrivare fino ai cento e il fatto di dover andarsene dieci anni prima indubbiamente non gli garba. Non tanto per la morte in sé. Morire è il prezzo del biglietto e la vita, si sa, è un viaggio di sola andata. E nemmeno per il timore di doverla guardare in faccia, la morte. Non ha mai avuto paura di niente, forse soltanto dei propri sentimenti. Mio padre, poi, è ontologicamente ateo e non credere in una aspetta nessun premio e nessun castigo, è una modalità fondamentale del suo essere. Non gli va giù, ne sono certo, di non potersela giocare ancora, la vita. Mi ha sempre detto che l’importante è avere fortuna nella sfiga e lui l’ha sempre avuta. E ha sempre compianto chi ha sfiga nella fortuna. Alla lunga, è diventato un motto di famiglia. Ha un enfisema polmonare; fra i tanti, un modo di crepare di merda. Ho sentito Sandra al telefono. Era con lui fino a pochi istanti fa. All’infermiera del Sant’Orsola che gli chiedeva come stesse ha risposto sto bene. Le fa male? No, sto meglio. Mio padre è convinto che sia, più che altro, una questione di carattere o di volontà; e per lui è la medesima cosa. Ha sempre creduto nella scienza, nel progresso, nel domani che è meglio di oggi e di ieri. Ama la meccanica, la tecnica e se invidia qualcuno è l’ingegnere. È affascinato dall’ingordigia con la quale le città divorano la campagna. Guardando fuori dal finestrino mentre attraversiamo in auto le periferie, dove gli ultimi campi di grano si fanno svincoli stradali, rotonde, fondamenta, sorridendo si domanda ad alta voce come faranno mai a inventare qualcosa che dia da mangiare a tutta quella gente. Ultimamente, è entusiasta delle biotecnologie. Non vede l’ora di assaggiare cibo geneticamente modificato e lo cerca invano alla Coop sotto casa. Anche della bioingegneria è infatuato. Vorrebbe perdere una gamba per sostituirla con un arto artificiale, in sé strutturalmente preferibile a uno naturale. Se fosse costretto sulla sedia a rotelle, acquisterebbe il modello tecnologicamente più evoluto e ne sperimenterebbe ogni risvolto sportivo. Quando verso gli ottantacinque gli tolsero la patente, si procurò una specie di furgoncino Ape rinforzato col quale ha scorrazzato fino a ieri. Ogni giorno esce, si trascina fino al mezzo, lancia sul cassone le stampelle che è costretto a portare da quando cadde da una scala a pioli e parte a busso. Guarda che ti ribalti un’altra volta, gli dico, quando mia cugina mi telefona per perorare la causa dei pedoni. C’è il roll-bar apposta, mi risponde. Sta morendo e non posso fare niente; non posso neanche andare all’ospedale, sedere vicino al letto e tenergli la mano. Ben che vada, i permessi arriveranno domani. Sarei partito lo stesso, ma da Roma a Bologna sono almeno tre ore di macchina e l’infermiera è stata categorica: se ce la fa ad arrivare entro un paio d’ore, si sbrighi; in caso contrario, può anche venire con calma. Da quando mi hanno telefonato, ho sempre la stessa scena davanti agli occhi. Ho tre anni e sono affidato a quella vecchia in campagna. Mi dà da mangiare pane, burro e marmellata e non mi piace. Devo tocciare il pane nel caffelatte e pulirmi la bocca con un tovagliolo che puzza. Non ricordo nessun altro, solo io e la vecchia, e forse un cane, di quelli pulciosi con la coda più lunga del necessario; e un campo dietro casa che degrada fino a perdersi in un fiumiciattolo melmoso, nascosto in un groviglio d’alberi e di cespugli disseccati. È inverno, fa freddo, c’è quel cielo azzurro ghiaccio che fa il paio coi geloni, ma non sento niente. Sono triste, credo, perché sono qui da chi sa quanto e mia madre sta male e mi hanno mandato dalla vecchia. Dentro e fuori non sento niente, fino a quando mio padre arriva, scende dalla Citroën traction avant, si tira indietro il cappello e, sorridendo, mi guarda e allarga le braccia. Non l’ho più amato tanto quanto quella mattina del ’54. E forse non ho più amato nessuno di un amore così bruciante, dolente ed esaustivo. Però, come tutte le promesse esasperate di amore assoluto, alla prova dei fatti anche la sua si dimostrò fatalmente vana. Mi aveva liberato dal bagno penale, ma non poteva tenermi con sé. Il padre, allora, elaborò un progetto a suo avviso esemplare: con la moglie ricoverata in clinica psichiatrica, affidò il figlio a una signora gentile, la cui casa, questa volta, dava nello stesso cortile dell’officina nella quale egli lavorava. Così, padre e figlio potevano vedersi. Purtroppo, ciò che un adulto giudica ragionevole, spesso a un bambino appare mostruoso. Mio padre era felice di giocare con me tutti i giorni; ogni giorno, io morivo nel vederlo andare via lasciandomi lì. I nostri rapporti diventarono pertanto burrascosi come quelli che sovente si instaurano tra due innamorati mal assortiti. Più ci davamo l’uno all’altro e meno il nostro amore pareva corrisposto. Col tempo e il ritorno di mia madre, la nostra relazione si normalizzò e, com’è consuetudine nei rapporti tra padre e figlio, vi furono infinite occasioni, poi, per complicare ogni cosa. Quando mia madre morì, otto anni fa, e al funerale ci abbracciammo, c’era una sconfinata tenerezza tra noi, ma nessuno dei due seppe dire all’altro ti voglio bene. Ora che sta morendo, il mio amore per lui travolge tutti gli ostacoli. Ho solo un nodo alla gola che mi soffoca ogni qualvolta la mente si rifiuta di farsi prendere per il culo e torna dritto all’argomento del giorno. Ho aperto il cassetto della scrivania dove tengo una copia del suo manoscritto. Ne esiste anche una versione fotostatica a cura di Paolo, l’ex marito di Sandra. Da vent’anni, mio padre lavora a mettere in ordine i pezzi della sua giovinezza, a raccontare come è nato agli uomini, alla politica, alla guerra e all’amore. È una vita bella, la sua, una storia spesa senza risparmio. Addolora, a volte, ma fa anche ridere come tutte le avventure vere, quelle prive del tamburino che fa taratatà mentre marci in bocca all’ignoto. Sono anni che me ne devo occupare. Ne abbiamo discusso in mille occasioni e sempre ho trovato il modo di rimandare. Dovrei fare i conti con lui e con tante di quelle cose e l’impresa mi sembra ogni volta troppo penosa. E poi, siamo così attigui, talmente somiglianti e discordi! In maniera inquietante, la vita dell’uno riflette il meglio e il peggio di quella dell’altro. Tuttavia, quando mi diranno che è morto, so già che prenderò il manoscritto e inizierò a darmi da fare.


    [Home] [Archivio] [Altri libri] [Documenti] [Immagini] [Contatti]