www.mauricebignami.it Gli uomini eguali
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Forse vero non è; ma un giorno è fama
che fur gli uomini eguali, e ignoti nomi fûr plebe e nobiltade. (Parini, Il mezzogiorno, 250-52, da Il giorno) |
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Gli uomini eguali ©Edizioni Bietti 2005 Rassegna stampa Acquista il libro Maurice Bignami |
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Calibri a forchetta
come la Spagna muore e la Germania arraffa mezza EuropaLe industrie
capitalistiche ristagnavano, quelle sovietiche cambiavano i rapporti
di forza tra le grandi nazioni. Il secondo piano quinquennale aveva
inaugurato più di quattromilacinquecento nuovi grandi
complessi industriali, tra cui quelli giganteschi di Uralmas e di
Kramatorsk, che sfornavano a man bassa attrezzature per l’industria
pesante. Rispetto al ‘32, la produzione era cresciuta del 120
%. L’industrializzazione forzata stava trasformando la vecchia
Russia nella maggiore e più moderna potenza mondiale.
Mentre ci rallegravamo per la crescita esponenziale dell’industria sovietica, nelle riunioni di cellula accennavamo spesso a quanto sarebbe stato importante – e anche divertente – organizzare un efficace sabotaggio della produzione bellica fascista. Tuttavia, era assai più facile discuterne nel segreto di una stanza piuttosto che metterlo in atto per davvero in una fabbrica. Anche a livello personale, lavorare per la guerra mi disgustava. Mi resi subito conto che alla Calzoni non era praticabile nessuna operazione di danneggiamento. Tutt’al più, avrei potuto rallentare la produzione, ma era un po’ come tirala per le lunghe quando sai che la storia è già finita. Bisognava cambiare officina, approfittando del fatto che la crescita dell’impegno bellico e delle necessarie forniture militari aveva imposto alla grande industria, sempre più bisognosa di maestranze specializzate, di farsi assai meno esigente di prima nella selezione del personale. Allora, mi licenziai dalla Calzoni e mi feci assumere alla Sabiem, per giunta con una paga superiore alla tariffa sindacale. Pochi giorni appresso, però, seppi che alcuni Bolognesi erano andati a lavorare a Reggio Emilia nel reparto aviazione delle Officine Reggiane in cui si fabbricava il famoso motore a stella. Il tutto per la favolosa paga oraria di £ 4,20, più 0,95 di trasferta. Perché non provarci anch’io? Ne parlai alla prima riunione settimanale e con mia somma meraviglia Peloni e Fontana non si opposero. Pretesero, soltanto, che scovassi un compagno in grado di sostituirmi nel lavoro politico di quartiere. La scelta cadde su Umberto Bassini, uno dei ragazzi che mi avevano dato una mano quando insegnavo il francese a mezzo Pratello. Forse non era il compagno più preparato, ma aveva coraggio da vendere, qualità che ritenevo prioritaria. Umberto accettò l’incarico e io partii per le Reggiane. Colà, trovai una situazione che non avevo mai conosciuto in nessun’altra officina prima di allora. Per certi versi, mi sembrava di essere tornato all’epoca del servizio militare. Nel reparto in cui lavoravo, regnava una disciplina da caserma. I fascisti dichiarati, zelanti e invadenti, facevano a gara tutte le volte che se ne presentava l’occasione per esaltare il regime, attribuendogli ogni merito e, specialmente, la capacità di schiacciare qualsivoglia avversario. Questa continua tiritera mi dava proprio sui nervi! La logistica, bisogna ammetterlo, era impeccabile. Ogni macchinario era nuovo di zecca e il reparto saggiamente organizzato per categorie, coi tornitori, i fresatori, i rettificatori e via cantando accorpati con criterio. Inoltre, per stimolare i lavoratori ad avere cura delle attrezzature loro affidate, la direzione aveva istituito uno spiritoso premio settimanale al più solerte e fidato operaio. Nel corso di un’amena cerimonia, il capo officina rizzava un gagliardetto in miniatura sulla macchina del fortunato vincitore, per la soddisfazione sua e l’invidia di tutti gli altri. Che i fascisti applicassero i metodi dell’emulazione socialista mi stava sui marroni come poche altre cose al mondo! La paga era buona, ma l’orario duro e le condizioni lavorative pressoché impossibili. Si sgobbava su due turni di dodici ore ciascuno, dalle sei alle diciotto e viceversa, con un’ora di intervallo pagata per mandar giù un boccone. Al cambio, incontravo il mio alter ego solo per pochi minuti e non si parlava d’altro che di lavoro. Un semplice passaggio di consegne. Per la strettissima sorveglianza cui eravamo tutti assoggettati, inoltre, comunicare con altri operai era praticamente impossibile. Dopo due mesi, non avevo ancora allacciato nessun contatto con i comunisti locali né scoperto un solo antifascista in officina. Con i Bolognesi che lavoravano con me e che ogni mattina incocciavo sul treno per Reggio, poi, non c’era verso di imbastire uno straccio di discussione politica. Pensavano solo al football, alle carte da gioco e alle donne, in rigoroso ordine di preferenza. Decisi, allora, di affittare una stanza in città e trasferirmici. Avrei avuto più tempo a disposizione per guardarmi attorno. Quando glielo dissi, una mattina che ero appena tornato dalla stazione, Rina non mi guardò neanche in faccia. Si alzò da tavola e andò a chiudersi in gabinetto. In dieci giorni, avevo già cambiato indirizzo e in venti fatto amicizia con alcuni ragazzi, ma non andai mai oltre i soliti vaghi preamboli barzellettieri, ché non mi fidavo abbastanza per superarli con discorsi mirati. E così, dopo un po’, i rapporti si raffreddarono e poi si inaridirono. Ero privo di contatti con l’organizzazione comunista reggiana, non riuscivo a stabilire relazioni personali durevoli, ma finalmente ebbi modo di conoscere gli antifascisti presenti in officina. Per puro caso, il Primo Maggio mi toccò il turno di notte e dalle chiacchiere sommesse dei colleghi durante l’ora di pausa seppi che alle sei di quella mattina, all’ingresso del turno precedente, gli antifascisti noti alla direzione erano stati sistematicamente impattati, schiaffeggiati e purgati con olio di ricino. Un accenno di trattamento era stato offerto anche ad alcuni sciagurati che si erano presentati al lavoro con qualche indumento di colore rossastro. Le squadre fasciste avevano poi abbandonato il campo e, probabilmente sazie, non si erano presentate al turno successivo. Nei giorni seguenti, cercai di attaccare discorso con gli aggrediti, ma tra di loro serpeggiava un cupo terrore. Erano talmente impauriti che non osavano parlare con nessuno, tantomeno con uno sconosciuto. Stanco di attendere un ormai improbabile aggancio che mi consentisse di metter su una rete operativa, cominciai a guardarmi attorno per realizzare, almeno, un sabotaggio individuale; poi, dopo aver agito, di farla finita e di tornare a casa da mia moglie. Dovevo tenermi sul chi vive, però, come un soldato paracadutato al di là delle linee nemiche, non commettere alcun errore e, individuato il punto dove affondare la lama, colpire a botta sicura, garantendomi la via di fuga. Sabotare le macchine era impossibile, se ne sarebbero accorti tutti prima ancora di avere ottenuto qualche risultato. Non mi restava che attaccare la produzione. Il mio collega e io eravamo addetti alla tornitura dei bulloni di fissaggio del motore, una lavorazione delicata che richiedeva una precisione al centesimo. Così, la daga da conficcare in pancia alla bestia mi si presentò sotto forma di un calibro. Bastava alterarne di un soffio la capacità di misurazione per compromettere la produzione fino alla scoperta del fattaccio. La sera in cui decisi di colpire a tradimento, presi il calibro a forchetta, inserii un tondino – che avevo precedentemente tornito di un diametro di alcuni centesimi inferiore a quello dei bulloni regolamentari – e, nascosto dietro al tornio, lo appoggiai a terra appioppandogli, poi, due o tre colpi con un mazzuolo di legno. Al mattino, consegnai più di duecento pezzi, salutai allegramente il collega che mi dava il cambio e che avrebbe contribuito anche lui, grazie al nostro calibro in comune, alla causa della pace nel mondo, dopo di che me ne tornai alla mia stanzetta in affitto a pregustarmi i risultati. Al mio ritorno in fabbrica, il giorno appresso, ero atteso da tutto lo stato maggiore delle Reggiane. «Pezzo d’imbecille!», esclamò l’ingegnere capo, appena mi intravide in mezzo al flusso degli operai che a passo lento e con la faccia ingrugnita entravano in officina. «Hai rovinato un’intera partita di bulloni!». Gesticolava come uno spiritato, mentre gli altri dello staff stavano sulle loro. Guardavano basso e pareva quasi che la mia presenza offendesse il loro senso del pudore. «Due centesimi! Il diametro è sbagliato di due centesimi!». Allibito, offeso, inalberando anch’io la faccia di uno che ha visto una merda e serra le nari per non sentirne la puzza, risposi che sapevo fare il mio lavoro come si deve, io. Mica ero un pivello che spara cazzate senza manco rendersene conto! E lo scrutai apertamente. «Non avete che da prendere la forchetta e controllare, se non mi credete». Provò con un bullone, con un altro e ognuno risultò perfetto. Così, di fronte alla mia indiscutibile buona fede non c’era nulla da dire e tutti – l’ingegnere capo, i sottopanza e i tre scagnozzi in divisa nera che mi avevano squadrato a brutto muso per tutto il tempo con una chiave inglese in mano – si ritirarono in buon ordine, domandandosi l’un l’altro come fosse potuta accadere una simile sciagura. Non avevo arrecato un danno irreparabile all’apparato bellico fascista, ma se tutti quelli che la pensavano come me avessero fatto la stessa cosa, gli Etiopi si sarebbero ritrovati con alcuni aerei in meno sulla zucca. Avevo fatto la mia parte. Il giorno appresso, mi accorsi subito di essere sotto stretta sorveglianza e, non avendo più alcun motivo per restare a Reggio, mi licenziai e tornai immediatamente a Bologna. In quei giorni, peraltro, si era liberato un posto nell’officina del mio amico Busi detto Dulfên, antifascista da sempre, gran frequentatore del bar Romolo e delle scampagnate fuori porta. Allora, andai da lui, in San Felice, e fui subito assunto. Nel novembre del ‘37, Halifax – futuro ministro degli Esteri e in quel tempo Lord President of the Council, la seconda carica del governo inglese – si complimentò durante un colloquio con Hitler per i servigi resi alla causa della libertà con l’annientamento dei comunisti tedeschi. Hitler poteva considerarsi a buon diritto la fortezza dell’Occidente contro il comune nemico bolscevico. In maniera esplicita, Halifax fece inoltre capire che per la Germania le porte verso est erano spalancate e mantenute tali da una Gran Bretagna pienamente consapevole delle naturali esigenze tedesche. Col beneplacito delle potenze occidentali, che il Lebensraum, lo spazio vitale, la Germania se l’andasse pure a cercare a oriente! D’altra parte, come si sarebbe potuta negare a un amico tanto sincero una così giusta rivendicazione? Hitler non se lo sarebbe fatto dire due volte, ma prima di dare il via alla rincorsa era opportuno che risolvesse alcuni problemini sotto casa. Nel maggio di quello stesso anno, l’ambasciatore inglese a Berlino aveva già dichiarato che la Gran Bretagna comprendeva perfettamente la necessità della Germania di includere l’Austria nell’ambito del proprio territorio nazionale. Ufficialmente, la Francia non si era ancora impegnata, ma in colloqui non ufficiali ministri e parlamentari avevano espresso un parere favorevole all’annessione. Così, l’11 febbraio del ‘38, Hitler convocò l’anziano cancelliere austriaco von Schuschnigg e gli intimò, pena l’immediata occupazione del Paese, di prendere come ministro dell’interno il nazista Seys-Inquart, di amnistiare i congiurati arrestati e condannati in seguito al colpo di stato del ‘34 e di autorizzare il ritorno dei trentamila legionari che avevano trovato rifugio in Germania. Il 20 febbraio, il Führer pronunciò un discorso al Reichstag nel quale, dopo i soliti deliri contro la democrazia, la Francia e i bolscevichi, affermò di sapere come difendere gli interessi culturali e nazionali dei tedeschi nel mondo. E c’era proprio da credergli. Il 7 marzo, durante una conferenza dei fiduciari degli stabilimenti di Vienna, gli operai chiesero la proclamazione dello sciopero generale e la distribuzione delle armi al popolo. La pressione delle masse indusse von Schuschnigg a proclamare un plebiscito pro o contro l’Anschluss per il 13 di quello stesso mese, ma, l’11, Hitler impose la rinuncia alla consultazione e la nomina a cancelliere di Seys-Inquart. Dopo di che, il giorno seguente ordinò l’occupazione militare dell’Austria. E Mussolini, che tanto si era dato da fare nel ’34 per salvaguardare l’indipendenza di quel paese? La prospettiva di doversi muovere in Africa aveva già, in quello stesso anno, saggiamente consigliato al Duce di non esagerare col Führer. L’anno seguente, l’aggressione all’Etiopia e l’adozione delle sanzioni internazionali che avevano messo l’Italia nell’angolino dei cattivi avvicinarono ulteriormente Roma a Berlino. A Mussolini occorreva un aiuto economico e diplomatico che solo Hitler era in grado di offrire. Ma questi, pur considerando il fondatore del fascismo un maestro, fece come sempre e fino in fondo i propri interessi. Appoggiò gli Italiani con grande moderazione, soprattutto tenendo conto che prima del conflitto gli Etiopi erano stati riforniti militarmente dagli stessi Tedeschi per più di un milione di marchi. A Hitler, occorreva un’Italia in guerra per lungo tempo, isolata e sempre più bisognosa dell’appoggio tedesco. Un’Italia inchiodata in Africa, lontano dal bacino danubiano e priva di quei margini di manovra internazionali che tradizionalmente le avevano consentito di flirtare a turno con gli uni e con gli altri. Perciò, quando nel marzo del ’36 Hitler rimilitarizzò unilateralmente la Renania, Mussolini girò la testa altrove. E dopo l’impegno italiano in Spagna caldamente incoraggiato dai Tedeschi, la collocazione di Mussolini a fianco di Hitler si fece sempre più evidente e inevitabile. Peraltro, il Ministro degli Esteri Ciano aveva già firmato, nell’ottobre del ’36, un accordo segreto di piena collaborazione, che portò Mussolini in un discorso a Milano, il primo novembre di quello stesso anno, a definire la verticale Berlino-Roma come un asse. Il più era fatto. Quando i Tedeschi entrarono in Austria, l’Anschluss era già considerato dal Duce un evento ineluttabile, che avrebbe consolidato un’alleanza ormai fatale, foriera di grandi traguardi. Il 12 marzo del ‘38, la violenza nazista contro gli oppositori austriaci si scatenò come un uragano, quando il vortice d’aria e di orrore acchiappa ogni cosa, risucchia e poi stritola. Marxisti, dirigenti sindacali, militanti operai, tutti coloro che potevano rappresentare un ostacolo alla piena nazificazione dell’Austria furono immediatamente arrestati. Dopo di che, il massacro incominciò. A Londra, a Parigi, a New York, a Mosca, milioni di lavoratori protestarono per le strade. C’era da aspettarsi che l’ingordigia tedesca non si limitasse a Vienna e dintorni. Inutilmente, l’Unione Sovietica propose una conferenza internazionale che esaminasse la nuova situazione. Come sempre, Francia e Gran Bretagna sabotarono l’iniziativa di pace. Gli Stati Uniti non risposero nemmeno all’invito. Di fatto, le grandi potenze avevano riconosciuto l’annessione. [...]
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