www.mauricebignami.it            Gli uomini eguali
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Forse vero non è; ma un giorno è fama che fur gli uomini eguali,
e ignoti nomi fûr plebe e nobiltade.
(Parini, Il mezzogiorno, 250-52, da Il giorno)
Gli uomini eguali
©Edizioni Bietti 2005
 
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    Maurice Bignami

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    Cani e lupi
    prede e cacciatori tra Modena e Bologna

    Per tutto il mese di agosto, l’iniziativa partigiana era stata alquanto scarsa. In tutto, avevamo compiuto tre azioni offensive, due delle quali effettuate da unità della vecchia IV Divisione.
    A Fanano, il 5 agosto, uno scontro con un distaccamento tedesco aveva provocato la morte di alcuni soldati, uno dei quali era stato acciuffato e subito fucilato. Nel pomeriggio, erano stati ammazzati anche tre uomini della San Marco, sopraggiunti a bordo di un automezzo e presi subito a fucilate. Per rappresaglia, i Tedeschi avevano occupato il paese e impiccato quattro innocenti. Il 12, a Ospitaletto, avevamo intercettato una ventina di militi a caccia di partigiani e di civili compromessi. Provenienti da Vignola, erano guidati dal fiuto di una nota spia, un certo Belverdi. Avvistati e attaccati, i fascisti si erano barricati nella prima abitazione alla quale avevano avuto la forza di abbattere l’uscio, ma prima che potessimo investire la cuccia di quella muta di cani era sopravvenuto in loro aiuto un reparto tedesco. Dopo un duro scontro, il nemico aveva ripiegato, lasciando cinque morti sul terreno. Anche in quel caso, la rappresaglia non si era fatta attendere. Il giorno appresso, alcune case del paese erano state incendiate e trenta persone, tra cui una ragazza di sedici anni e nove ostaggi detenuti a Villa Santi, erano state massacrate, impiccate una in fila all’altra come poveri stracci appesi con le mollette al filo da stendere e lasciate lì, a penzolare per due giorni interi affinché il messaggio fosse chiaro e netto.
    Erano tempi brutti, tempi barbini; solo dopo un pezzo, li avremmo considerati nobili ed eroici. Nel frattempo, tutti avevano accesso alla loro dose di straziante dolore.
    Non avevo più avuto notizie di mia moglie, sapevo solo che era stata scaricata assieme alle altre donne e lasciata andare alla deriva, ma qualche giorno dopo avere raggiunto Rocchetta mi fu detto che due partigiane erano state arrestate dai Tedeschi e che probabilmente una di loro era Rina.
    Erano tempi in cui si moriva facile e malamente; in quel particolare momento, addirittura di merda. Incontravi uno e non sapevi se l’avresti rivisto di lì a poco e, se fosse stato possibile scegliere, avevi ben chiaro che era senz’altro meglio crepare al volo piuttosto che a spizzichi e bocconi. Non se ne parlava spesso, ma quando capitava su di una cosa eravamo tutti d’accordo: schiattare, anche mettendoci del tempo, era comunque niente rispetto all’essere fatti prigionieri. D’altra parte, si muore sempre come se ci fosse una specie di interruttore che all’improvviso chiude il circuito e interrompe il flusso di corrente. Prima ci sei; poi, non ci sei più e la disgiunzione è puramente concettuale, del tutto accademica, così come il passaggio è istantaneo e quindi insussistente. Quel che importa è il percorso che ti conduce alla morte; la morte in sé è decisamente qualcosa che non ti riguarda.
    Senza dubbio, lo status di predatore braccato, che era la condizione standard alla quale eravamo inchiodati in quel glorificato periodo, acuiva la nostra sensibilità in merito al trapasso e al modo di arrivarci.
    Così, passai le ore peggiori della mia vita, augurandomi che Rina fosse morta in fretta, come all’uomo pare non abbia fatto il cane quando ne rinviene la carcassa sul ciglio della strada; che non avesse avuto il tempo di pensare e di soffrire, che avesse reclinato la testolina bionda, abbandonandosi alla morte come l’uccellino quando lo afferri con la mano e il cuore si spacca.
    Rina fu rinvenuta alcuni giorni più tardi da Ivo Casagrande, il ragazzo che lavorava come garzone dagli Ori ed era giunto all’appuntamento per salire su in montagna assieme a Pantelleria e a Filippo Papa. Adesso, era comandante di battaglione e l’aveva scorta per caso, allungata in un fosso, stremata dalla fatica, dalla paura e dalle botte.
    Sulle prime, Ivo non la riconobbe; aveva il cranio talmente gonfio e deforme che gli sembrò un’altra, una di quelle senza nome che ogni tanto ritrovavi riversa sul bordo di un viottolo, la gonna tirata su a coprire il viso e a mostrare le ragioni della sua pena. L’avevano seviziata più volte – per sport, per tenersi in allenamento, ché non sapevano, in quelle ore, cosa chiederle di preciso, se non sputarle in faccia la futile domanda: «I banditi?! Dove cazzo sono i banditi?!» – ma quando era stata rinchiusa assieme alla sua compagna di prigionia nel fetido gabinetto della casa colonica che era diventata il luogo di divertimento dei suoi aguzzini e gettata mezza svenuta sul pavimento sporco di escrementi, Rina si era tirata su a fatica e con le unghie aveva smosso alcuni mattoni che inquadravano malamente una buia finestrella. Era riuscita, così, ad aprirsi uno spazio sufficiente per tentare la fuga. Magra come una mannequin anoressica, si era intrufolata nel pertugio e lasciata cadere in mezzo ai rovi che avevano invaso il cortiletto dietro casa.
    L’amica, invece, sfinita dalle percosse, terrorizzata dall’informe vociare che ogni tanto perveniva dallo stanzone in cui i suoi torturatori, quegli splendidi esemplari della razza padrona, si riposavano tra una ripresa e l’altra, non aveva trovato le risorse necessarie per alzarsi e tentare la sorte. La poverina fu in seguito fucilata e il fatto che potesse reggersi in piedi è già di per sé liberatorio; in un qualche pietoso modo, rasserenante.
    Districatasi dai rovi che non volevano lasciarla andare e rialzatasi a fatica, Rina si era trascinata il più lontano possibile da quell’orrore, nascondendosi a ogni rumore e riprendendo la fuga appena il cuore smetteva di battere all’impazzata. Non sapeva dove dirigersi, arrancò a casaccio e fu per puro culo che si lasciò cadere, infine, in quel fosso nelle vicinanze del quale, qualche ora appresso, sarebbe passata la pattuglia partigiana.
    Davide, che era andato da Ivo per una riunione, riconobbe Rina dietro al volto deforme di quella sventurata ancora senza voce. Allora, requisì una BMW, la ficcò nel sidecar, si mise a tracolla uno Sten con due caricatori accoppiati l’uno all’incontrario dell’altro e legati con un po’ di fil di ferro, ché di colpi non ce ne sono mai abbastanza, e seduta stante la portò a Rocchetta. Così, quando me la ritrovai tra le braccia, seppi che non avevo più nient’altro da chiedere alla fortuna e a quell’accozzaglia di eventi che rispondono alle leggi della causalità e del fato.

    Appena seppi della mia nomina a Commissario della Antonio Ferrari, andai subito a trovare Claudio. Ero curioso di osservare all’opera una formazione democristiana e impaziente di conoscerne meglio il Comandante.
    Durante la battaglia di Montefiorino, Claudio e i suoi si erano comportati alla grande sul fronte nord – avevano picchiato duro come fabbri ferrai – ma non potevo fare a meno di immaginarli simili a seminaristi in vacanza guidati da un sacerdote intraprendente e dal fare gesuitico. Quest’ultima, va da sé, era l’impressione che mi aveva fatto Claudio le poche volte che c’eravamo incontrati al Comando. Non era per niente strano, intendiamoci; anzi, era un giovanotto che dimostrava poco più di vent’anni, ben piazzato e dalla folta e scura capigliatura, di primo acchito simpatico e alla mano, se non dovevi scontrarti con lui per motivi politici. In quel caso, diventava un mastino che non molla la presa, ma sempre cortese, il che lo rendeva, in mezzo a noi tangheri, una specie di marziano. Un prete.
    Per niente gradasso, Claudio mi accolse con gentilezza, presentandomi a uno a uno tutti gli uomini che in quel momento erano al campo. Bravo ragazzo e astuto democristiano, fu talmente disponibile e garbato che non mi riuscì mai più di considerarlo tout court un avversario politico!
    D’altra parte, gli ordini del CUMER erano espliciti:
    «Se vi sono dei gruppi o dei reparti, che intendono avere una loro fisionomia propria per tendenza politica, essi debbono essere rispettati, anzi debbono essere aiutati. L’essenziale è che essi combattano. Si deve essere intolleranti solo verso gli ignavi, cioè verso coloro che aspettano gli alleati, vagabondando, facendo bagordi e piantando grane e disunione».
    E se c’era gente che non pellegrinava in attesa degli Americani e che non potevi nemmeno immaginare nell’atto di gozzovigliare e litigare erano proprio i ragazzotti della DC! In maggioranza studenti, nel campo facevano regnare l’ordine e la pulizia meglio di una casalinga sessualmente frustrata. Mai una baruffa – che dico? – un alterco; mai una parola di troppo, per non dire una parolaccia. Quant’erano diversi dai tanti scavezzacolli analfabeti che avevo frequentato per tutta la vita; animali, per giunta, assai poco propensi nella stagione di caccia a mettere mano all’igiene personale. Per certi versi, ne ero perfino contento.
    Presto, entrai in confidenza con molti di quei giovani – tutti pieni di talento e a modo loro sempre pronti alla pugna – ma dopo il primo momento in cui c’eravamo scambiati baci e abbracci, sentii che le cose, specialmente con Claudio, si mettevano man mano in attesa. Credo che anche per lui il nostro primo incontro fosse stato una mezza sorpresa. Il commissario Guido non era poi quel sicario di professione che ti potevi aspettare, inviato dal satrapo moscovita a fare la parte del cinghiale nella Vigna del Signore, ma sospetto che mi considerasse, per lo meno, un gran figlio di puttana, mandato dal Comando di divisione per ripetere anche lì la stessa operazione andata a buon fine a casa di Marcello. Inoltre, e malgrado una naturale gentilezza e un’affabilità nei modi che non veniva mai meno, ogni volta che discutevamo percepivo tra una parola e l’altra una nota costante di rimprovero implicito. Il nostro modo di giudicare gli uomini e le cose era profondamente diverso; noi comunisti eravamo, a suo avviso, troppo duri e indifferenti oltremisura alle sofferenze che la resistenza armata procurava alla popolazione civile.
    Suppongo – per la verità – che avesse anche ragione. Come ho già detto, i patimenti subiti durante il ventennio e una certa predisposizione al ragionamento schematico facevano sì che molti di noi si credessero i soli depositari della verità. E il fatto che quasi tutti i partigiani si dicessero comunisti contribuiva a rinsaldare questa nostra sicurezza. La lotta di liberazione esigeva sacrifici, che eravamo i primi a sopportare e a infliggere ai compagni più stretti; pertanto, il nostro modo di agire teso alla massima efficacia poteva legittimamente essere interpretato, da chi non faceva di mestiere la levatrice della storia, come noncuranza per le sofferenze altrui.
    In ogni caso, il criterio chiave a partire dal quale avevamo impostato la riorganizzazione delle forze partigiane era altrettanto chiaro delle raccomandazioni del CUMER: i posti di comando andavano affidati a persone che godessero della piena fiducia degli uomini. Un concetto semplice e schietto come una partitina a scopa tra amici. Per quanto fossimo preoccupati di estendere la nostra egemonia politica, qualsiasi altro principio guida era di fatto irrealistico e non avrebbe portato che a una maggiore disorganizzazione. Seguendo con puntiglio la regola della stima e della credibilità, invece, avevamo rintuzzato ogni tentativo di scissione e conservato il massimo grado di centralizzazione fattibile. Tutti i gruppi superstiti, provenienti da precedenti formazioni sbandate, erano stati riacciuffati per la coda, rafforzati con altri contingenti oppure unificati a reparti che avevano mantenuto una maggiore consistenza, ma sempre attenendoci alla nostra linea di comportamento, l’unica garanzia certa affinché gli ordini fossero poi eseguiti e la linea di comando risultasse sicura. Solo ai vertici, c’era toccato sottostare alla richiesta del CLN, che pretendeva rappresentanti di tutti i partiti nel Comando di divisione, anche se eravamo consapevoli di quanto ciò fosse foriero di ogni possibile malinteso. L’arte del governo, difatti, è cosa troppo seria per lasciarla in mano ai politici.
    Claudio non aveva proprio nulla di cui preoccuparsi. Rimasi qualche giorno ancora con lui; dopo di che, non sentendomi a mio agio e valutando che entrambi avremmo lavorato meglio ognuno per conto proprio, raggiunsi la formazione del Toscano, dove potevo contare su Pierò, colà commissario.

    Per quanto riguardava gli approvvigionamenti, il Comando di divisione aveva deliberato che la XXXIV si appoggiasse esclusivamente alle aree a valle dell’enclave partigiana. Finiti i bei tempi della Repubblica, bisognava scovare al più presto luoghi ancora non sfruttati da segnalare agli Alleati, affinché ci paracadutassero i rifornimenti necessari – sopratutto munizioni, che di armi, per la forte diminuzione di uomini dopo la battaglia di Montefiorino, ne avevamo anche troppe – ma più che altro dovevamo allontanarci da quei territori che mesi di presenza partigiana avevano depauperato. La decisione di non pesare esclusivamente sulla popolazione delle valli montane era giusta, oltre che inevitabile, ma ci costringeva a scendere in zone controllate più strettamente dal nemico e assai meno favorevoli alla guerriglia. D’altra parte, la presenza di grossi ammassi di generi alimentari, anche se presidiati, ci offriva succulente occasioni di prendere a mano armata il nostro pane quotidiano.
    Il dramma della guerra irregolare è che la sussistenza non segue mai, devi sempre andarla a scovare a casa della gente o alla mensa del nemico; e niente e nessuno sbafa quanto un esercito di giovani guerrieri, per di più costretti a scorrazzare all’aria aperta nella corroborante atmosfera montana! Dopo le armi – spesso, prima delle armi – la sbobba per la truppa è la preoccupazione principale del comandante.
    Ci dividemmo, allora, in tre colonne, guidate da Claudio, da Angelo – in rappresentanza del Comando – e dal Toscano, con un servizio di staffette a garantire un contatto quotidiano.
    Aggregato alla terza schiera, giunsi nei pressi di Serramazzoni, dove incontrai il Postino, un partigiano di Modena col quale avevo collaborato ai tempi di Casa Picciniera e che risaliva la valle per tornare con Marcello a menare nuovamente le mani. Era in banda con altri uomini e la sera avanti si era intrufolato nella villa di Tito Schipa, sommo tenore e gran simpatizzante della causa germanica. Sperava di catturare un paio di ufficiali tedeschi, per i quali il cantante organizzava – così disse – amene seratine danzanti. Purtroppo, Schipa non era in casa, anche i Tedeschi erano altrove e non poté che prelevare alcuni sacchi di vettovaglie e un calesse tirato da una splendida cavallina. Era dai giorni del Pratello e delle scampagnate con Pinên e Bruno Monti che non accarezzavo un quadrupede così dolce e bello! Il ronzino che avevo provato a cavalcare tempo addietro, villano e mordace, non sembrava nemmeno un esemplare della medesima specie.
    Subito, colsi al volo l’occasione. Chiesi al Postino se fosse disposto ad accompagnare mia moglie a Spilamberto sul calesse del cantante. Rina, aggregata anche lei alla colonna del Toscano, risentiva ancora dei postumi del suo brutto incidente. E poi, mi occorreva una persona di fiducia che fungesse da collegamento tra città e montagna. Era un compito arrischiato, in pieno territorio nemico, che richiedeva una costante attenzione, ma appropriato al suo temperamento. Rina si adattava bene al lavoro cospirativo, che si poteva esercitare nella sia pure apparente sicurezza di una casa di civile abitazione, mentre mal sopportava i rigori – tuttavia, assai meno pericolosi – della guerra in montagna. Il rumore delle armi, poi, le lacerava i nervi e, costituzionalmente pacifista, piuttosto che sparare a qualcuno si sarebbe fatta ammazzare come un animale da cortile.
    Il Postino accettò l’incombenza e la vettura, talmente di lusso che era difficile subodorarne il contenuto illecito, prese la via della pianura e in poco tempo raggiunse felicemente la meta.
    Pervenuti alla Selva, con nostra grande sorpresa ci accorgemmo che le colonne guidate da Claudio e da Angelo erano partite per destinazione ignota senza che ne fossimo stati avvertiti. Allora, riunii in assemblea tutti i comandanti e i commissari. Tornare indietro aveva poco senso, così come portarci a est della via Giardini, spezzando in due la XXXIV senza peraltro alcuna garanzia di poterci ricongiungere con la LXIV di cui non conoscevamo l’esatta dislocazione. Scendere a valle, penetrando ulteriormente in territorio nemico senza collegamenti con le altre forze partigiane, era addirittura impensabile. Per sapere come dovessimo comportarci, decidemmo che io mi recassi a Modena e prendessi contatto col CUMER. Pertanto, senza perdere tempo, mi incamminai, accompagnato da alcuni partigiani, tra i quali Poldo e Carlino, quest’ultimo con ancora un paio di schegge di mortaio addosso che sperava di potersi togliere in pianura tramite qualche medico compiacente. Toccammo Vignola e lì ci separammo; dopo di che, da solo, proseguii per Spilamberto, raggiungendo mia moglie e i Preti prima di sera.
    Da quelle parti, la situazione – mi avvertì Rina – si era fatta assai critica; anzi, del tutto instabile, peggio della dinamite quando per il caldo i candelotti trasudano nitroglicerina e sembrano buffi favi ricolmi di miele. I compagni, ormai, lavoravano con l’attitudine dello sminatore, uno stato d’animo oscillante tra lucida attenzione e serafico fatalismo. Grazie alla costanza dei gappisti, le fila fasciste si erano assottigliate e i più carogna, adesso, si contavano sulle dita di una mano. Gli smargiassoni erano scomparsi una notte dopo l’altra, anche i militi meno compromessi, e nessuno sapeva dove fossero andati a finire. «Ora mi fanno la buca» era il pensiero che ronzava maligno in ogni capoccia fascista. Diffidavano di chiunque e sparavano al primo sospetto.
    [...]
     
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