www.mauricebignami.it Gli uomini eguali
www.mauricebignami.it Gli uomini eguali
Forse vero non è; ma un giorno è fama
che fur gli uomini eguali, e ignoti nomi fûr plebe e nobiltade. (Parini, Il mezzogiorno, 250-52, da Il giorno) |
|||
Gli uomini eguali ©Edizioni Bietti 2005 Rassegna stampa Acquista il libro Maurice Bignami |
|
||
|
Carri
a occidente
senza trascurare l’Africa, la Grecia e la voglia di metter su famiglia L’ouverture
fu affidata a un pugno di solisti. I paracadutisti, che avevano così
ben figurato a Oslo, aprirono le danze anche sul fronte occidentale.
La Germania disponeva, allora, di quattromilacinquecento parà. Quattromila furono impiegati in Olanda, appoggiati da una divisione di fanteria leggera aviotrasportata. Gli ultimi cinquecento forzarono la porta del Belgio. Il 10 maggio, mentre la Luftwaffe garantiva una totale copertura aerea, i ponti di Rotterdam, Dordrecht e Moerdijk, sui quali passava la principale strada proveniente da sud, furono catturati prima che gli Olandesi li facessero saltare. Contemporaneamente, la IX Divisione corazzata irruppe, si aprì un varco e grazie ai ponti conquistati e tenuti dai reparti aviotrasportati raggiunse Rotterdam il terzo giorno dell’attacco. Il quinto, l’Olanda capitolò. Il mezzo migliaio di paracadutisti che dovevano scassinare la saracinesca belga si divisero, invece, l’arduo compito di conquistare due ponti sul canale Alberto e il forte che li proteggeva. D’altra parte, l’uso di truppe aviotrasportate era l’unico modo per superare di getto i 25 km della cosiddetta appendice di Maastricht, la stretta fascia di territorio olandese per la quale passava obbligatoriamente la direttrice di avvicinamento al Belgio, e prendere i ponti prima che saltassero in aria. Il forte fu conquistato da un pugno di uomini che vi arrivarono dall’alto tramite alianti da trasporto e tennero a bada l’intera guarnigione fino all’arrivo dei rinforzi. Due divisioni corazzate fecero poi il resto, spezzando le difese belghe e avventandosi sul Paese. Lo sfondamento in Belgio indusse i Francesi a proiettare in quel settore la spalla sinistra del proprio schieramento e tutte le forze mobili alleate. Così, il 13 maggio, quando la più grossa concentrazione di carri armati mai vista in precedenza forzò la frontiera francese e raggiunse la Mosa, dopo avere attraversato di slancio le Ardenne, non trovò a fronteggiarla che poche e deboli divisioni, praticamente prive di cannoni anticarro e contraerei. I Tedeschi avevano osato l’inimmaginabile: sviluppare con sette divisioni corazzate l’attacco principale in un’area collinare e boscosa molto accidentata, fino ad allora ritenuta inadatta ai carri armati. Il successo dell’intera operazione dipendeva dalla rapidità con la quale le forze corazzate avrebbero attraversato la Mosa, la prima linea di difesa francese, l’ultimo ostacolo prima di disporre di tutto lo spazio necessario per manovrare a proprio agio. Quando l’avanguardia comandata dal generale Guderian toccò le rive del fiume, a ovest di Sedan, dodici squadriglie di bombardieri costrinsero i Francesi a rintanarsi sotto terra. La Mosa fu attraversata da granatieri su gommoni; poi, furono traghettati i primi veicoli leggeri. Infine, allestito un ponte a Glaire, tra Sedan e St. Menges, cominciarono a passare i carri armati. Il 14, tre divisioni scorrazzavano già al di là della Mosa. La sera del 15, sfondata l’ultima linea di difesa francese, i carri di Guderian piegarono verso ovest e puntarono sulla Manica. A dire il vero, la decisione di passare per le Ardenne era il frutto di una scelta quasi disperata. Il piano originario prevedeva che l’attacco principale si svolgesse attraverso il Belgio centrale, esattamente com’era accaduto nella Grande Guerra. Se lo scenario fosse rimasto quello, molto probabilmente l’offensiva tedesca si sarebbe arenata sulla Somme, precisamente come nel ’14. I Francesi, difatti, avevano previsto ogni mossa tedesca e predisposto tutte le contromisure del caso. Ma la sorte, il 10 gennaio del ‘40, aveva scombussolato le carte in mano a tutti i giocatori. Un maggiore tedesco delle forze aviotrasportate era precipitato col suo aereo in Belgio, con in saccoccia lo schema generale del piano per l’offensiva sul fronte occidentale. Caduto nelle timide mani belghe, lo scottante plico passò seduta stante in quelle francesi, frementi e vogliose. Dopo vari tentennamenti, perplessità e timori, presupponendo giustamente che i Francesi avrebbero adottato tutte le contromosse del caso, i Tedeschi furono costretti a scegliere un piano alternativo elaborato qualche tempo prima dal generale Manstein, Capo di stato maggiore del Gruppo di armate di Rundstedt. Dopo aver ascoltato Guderian, che aveva appena guidato col suo corpo corazzato l’avanguardia dell’armata di Küchler in Polonia, questi aveva partorito una strabiliante ipotesi strategica che prevedeva di sfondare con forze corazzate l’estensione della Linea Maginot nei pressi di Sedan, prendendo la direttrice meno prevista dal nemico: le Ardenne. Dopo l’incidente aereo, il piano di Manstein finì nelle mani di Hitler, che se ne innamorò, affidandone poi una formulazione particolareggiata al generale Halder, Capo dello stato maggiore generale. Per disdetta, il Consiglio Supremo alleato approvò, più o meno nello stesso periodo, il piano «D» del generale francese Gamelin, che prevedeva un’irruzione in Belgio dell’ala sinistra dello schieramento alleato non appena i Tedeschi si fossero mossi. Il piano, purtroppo, favoriva magistralmente la nuova manovra avversaria: più le divisioni mobili alleate si fossero spinte in avanti e maggior spazio avrebbero avuto i carri armati tedeschi per manovrare, aggirarle e tagliare loro la strada. La sera del 15 maggio, mentre Guderian procedeva a tutto spiano in direzione ovest, giunse l’ordine di fermarsi in attesa della fanteria. Le vecchie concezioni erano dure a morire, a dispetto del coraggio innovativo dimostrato in precedenza e dei risultati già ottenuti sul campo. Dopo avere protestato, Guderian ottenne altre ventiquattr’ore per «allargare la testa di ponte». Congiungendosi con le due divisioni di Reinhardt che avevano passato la Mosa a Monthermé, il 16 raggiunse l’Oise e lì, per la seconda volta, venne fermato per due giorni. L’Alto Comando e lo stesso Hitler erano troppo sbalorditi per l’incredibile facilità con la quale le forze corazzate stavano procedendo e, soprattutto, erano terrorizzati dalla possibilità che i Francesi contrattaccassero, investendo il loro fianco sinistro. Infatti, quando avevano elaborato i piani, tutti i grossi papaveri di una parte e dell’altra si aspettavano l’inizio dell’attacco sulla Mosa non prima del nono giorno dall’inizio dell’offensiva, ma l’uso combinato delle forze aeree e di quelle corazzate impiegate autonomamente aveva scombussolato tutti i calcoli. Purtroppo, gli Alleati furono gli ultimi a capirlo e, disarticolati com’erano, non seppero approfittare di quella inaspettata pausa. Il giorno stesso in cui Guderian aveva raggiunto l’Oise, Churchill era addirittura volato a Parigi per evitare che passasse l’ipotesi di un ripiegamento alleato, una manovra che, forse, avrebbe potuto alleggerire la situazione precaria in cui si trovavano i Francesi. Ventiquattr’ore prima, aveva detto a Reynaud: «Tutte le esperienze del genere stanno a dimostrare che l’offensiva dovrà esaurirsi presto. (...). Dopo cinque o sei giorni devono fermarsi in attesa dei rifornimenti e allora si offre l’occasione del contrattacco». Per sostituire Gamelin, che aveva avuto il torto di pensarla come tutti, esclusi i pochi giovani ufficiali entusiasti delle nuove concezione strategiche, Reynaud richiamò dalla Siria il generale Weygand, che si ispirava a criteri ancora più sorpassati di quelli messi in atto fino ad allora dal suo predecessore. Il cambio al vertice richiese più di tre giorni e il 20, quando i Francesi furono di nuovo in grado di prendere qualche decisione, Guderian aveva già raggiunto la Manica nei pressi di Abbeville e interrotto le linee di comunicazione delle forze alleate impegnate a fronteggiare l’avanzata frontale tedesca in Belgio. Il 22, Guderian isolò Boulogne; il 23, Calais. Poi, raggiunse Gravelines. I carri armati tedeschi erano arrivati a meno di 15 km da Dunkerque. Il BEF, il British Expeditionary Force, era in trappola, ma Guderian venne fermato per la terza volta da Hitler in persona e costretto a rimanere immobile per settantadue ore, tre giorni che consentirono agli Inglesi di compiere quello che poi passò alla storia come il «miracolo di Dunkerque». Mentre i carri di Guderian rimanevano fermi col motore in folle, la sera del 25 gli Inglesi cominciarono a ripiegare. Il 26, l’«Operazione Dynamo», vale a dire il rimpatrio del BEF, divenne esecutiva. Il 27, le linee belghe crollarono e re Leopoldo chiese un armistizio, ma gli Inglesi avevano già avuto il tempo di approntare una difesa in grado di rallentare la chiusura della tenaglia nemica. Il 28, venticinquemila uomini furono evacuati. Entro il 30, ne furono trasportati al di là della Manica centoventiseimila. Il 2 giugno, gli ultimi uomini erano salvi. Duecentoventiquattromila soldati inglesi e novantacinquemila alleati, soprattutto Francesi, erano stati tratti in salvo e la Germania aveva perso l’occasione per chiudere i conti con la Gran Bretagna e vincere la guerra in una botta sola. Probabilmente, le ragioni che indussero Hitler a bloccare Guderian, quando ormai nulla avrebbe potuto salvare gli Inglesi dalla disfatta, furono diverse e per molti aspetti contraddittorie. Innanzitutto, gli avvenimenti erano accaduti troppo in fretta, sconvolgendo tutte le previsioni, e se per il comandante dell’avanguardia la decisione di procedere sempre più in fretta era naturale, soprattutto per un carrista, la tendenza a soppesare ogni mossa, a considerare il quadro d’insieme tipico dei Quartier Generali giocò, in quella particolare circostanza, un ruolo fatalmente negativo. Inoltre, la rapida avanzata verso occidente aveva notevolmente abbassato lo standard di efficienza dei carri armati, che avrebbero dovuto essere presto impiegati per procedere verso sud contro un esercito francese ancora considerato un osso duro. Un blocco momentaneo dell’avanguardia, quindi, poteva sembrare la scelta più ragionevole. Influì, probabilmente, anche il ricordo drammatico della Grande Guerra, delle trincee scavate nel fango. A parte i comandanti che procedevano di corsa sui mezzi corazzati, a tutti gli altri ufficiali tedeschi le Fiandre rammentavano immense paludi in cui il fante si impantanava fino alla cintola. Che si potesse avanzare veloci anche in quel territorio, scorrazzando sulle strisce stradali come grossi ragni su di un’esile ragnatela, era un’immagine mentale che difficilmente poteva sbocciare nella mente di chi, da quelle parti, si era mosso per anni come un lombrico. Lo stesso Hitler aveva masticato melma a sufficienza, quand’era caporale, per non fidarsi troppo di chi non se ne preoccupava punto. A queste valutazioni errate in difetto si aggiunsero giudizi scorretti in eccesso. Göring sopravvalutò l’efficacia della Luftwaffe, quando convinse Hitler che l’aviazione avrebbe potuto dare il colpo di grazia agli Inglesi. Le forze aeree non furono in grado di chiudere la sacca e gli Inglesi, seppure a fatica, riuscirono a raggiungere Dunkerque. Infine, contò anche la volontà di Hitler di non rompere definitivamente con la Gran Bretagna, di concederle una ritirata onorevole in previsione di una rapida risoluzione delle controversie. Il Führer era perfettamente consapevole di non poter vincere una guerra di lunga durata e, sconfitti i Francesi, era certo di giungere in fretta a una pace con gli Inglesi, se quelli non fossero stati umiliati più del necessario. Anche per la Germania, il vero nemico era l’Unione Sovietica, non l’Impero Britannico, ancora considerato in quei giorni da Hitler un campione di civiltà da ammirare e conservare. L’obiettivo da raggiungere era il riconoscimento del ruolo egemone della Germania sul continente. Punto e basta. Pace alla svelta con gli Inglesi, dunque, per dedicarsi poi, anima e corpo, ai Russi. Con quell’ossessione in testa, il Führer non poteva certo immaginare che la Gran Bretagna, così pragmatica come se la figurava, non avrebbe capito di avere, al pari della Polonia a suo tempo, già perso la guerra. Almeno, secondo i normali parametri di giudizio. Il mio tormento, invece, era quello di stare a guardare. L’idea di trastullarmi mentre mezza Europa si accoppava mi faceva sempre più girare i marroni. Con i compagni, passavamo serate intere a disegnare i nuovi scenari europei. Peccato che fossero sempre gli stessi ad andare avanti, mentre quelli che avrei voluto veder cavalcare con la lancia in resta se ne stavano buoni buoni, come grossi gattoni davanti al caminetto. A dire il vero, tutti erano piuttosto preoccupati. Soprattutto Rina. E alla maniera delle donne quando i tempi si fanno burrascosi, decise che fosse giunto il momento di mettere su famiglia. Così, un pomeriggio, mentre il cielo era pieno di grossi nuvoloni carichi di pioggia che si acquattavano e giocavano a rimpiattino tra le falde dei colli e già mi ripromettevo una fresca seratina temporalesca, Rina mi prese alla sprovvista e a brutto muso mi disse: «Voglio un figlio». Niente scombussola un uomo quanto una donna che spara a zero una richiesta esplicita di maternità. «Lo voglio adesso, Nino, che non so come andranno a finire le cose». Esattamente il motivo per il quale non mi sembrava il caso di mettere al mondo una creatura. «È inutile che ti rigiri da tutte le parti. Guardami in faccia e dimmi di sì». Cominciai a rispondere senza dirle di no. Accennai, però, alle terribili prove che ci aspettavano, ai pericoli, agli azzardi della guerra che ti spezzano la schiena quando meno te l’aspetti, alle responsabilità verso il Partito. Ma più parlavo tenendomi sul crinale della ragionevolezza e più gli occhi di Rina si riempivano di lacrime. «Io voglio un figlio. Tu fai quello che ti pare». Allora, imboccai la strada maestra della coscienza paterna. «Mica ti posso mettere incinta e poi fare finta di niente, perdio!», sbottai, indispettito dalla coda di paglia che mi spuntava da sotto il culo. «Quando sarà il momento, ne faremo più di uno – ne adotteremo, anche! – ma adesso non mi sembra proprio il momento». Ormai, l’avevo detto. Rina mi guardava da sotto in su, di sbieco. Mi fissava con gli occhioni gonfi di pianto e uno sguardo che arrivava addosso come una fucilata. «Non ne voglio dieci domani, ne voglio uno adesso. E mio». La presi tra le braccia. «Ascolta, ora proprio non possiamo fare un bambino. Questo mondo maledetto sta andando in malora e dopo ne dobbiamo costruire un altro …». Sentii l’uscio di casa aprirsi e mia madre che ci chiamava. [...]
|
|||