www.mauricebignami.it            Gli uomini eguali
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Forse vero non è; ma un giorno è fama che fur gli uomini eguali,
e ignoti nomi fûr plebe e nobiltade.
(Parini, Il mezzogiorno, 250-52, da Il giorno)
Gli uomini eguali
©Edizioni Bietti 2005
 
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  • Il testo / indice
  • Biografia di Maurice
  • Biografia di Nino
  • I protagonisti


  • Rassegna stampa

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    Maurice Bignami









    A ferragosto, partimmo tutti quanti per una settimana di ferie sulla Riviera romagnola. Oltre a Graziosi, si erano aggregati anche Giorgio Scarabelli e Buldini. Senza andare troppo per le lunghe, in quei sette giorni capitò una di quelle faccende che danno luogo nella vita di un uomo - col tempo, ma spesso anche in un attimo - a svolte epocali. Nella pensione che ci ospitava, conobbi una ragazzi che pochi mesi dopo divenne la mia compagna per sempre. [...]
    A ferragosto, partimmo tutti quanti per una settimana di ferie sulla Riviera romagnola. Oltre a Graziosi, si erano aggregati anche Giorgio Scarabelli e Buldini.
    Senza andare troppo per le lunghe, in quei sette giorni capitò una di quelle faccende che danno luogo nella vita di un uomo - col tempo, ma spesso anche in un attimo - a svolte epocali. Nella pensione che ci ospitava, conobbi una ragazzi che pochi mesi dopo divenne la mia compagna per sempre.
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    Cavalli da corsa
    se fare a botte nei bar ha una valenza politica

    Frastornato, disoccupato, con la Polizia che mi teneva gli occhi addosso e mi impediva di cospirare come si deve, cominciai ad appassionarmi alla politica internazionale.
    Non che il fronte estero offrisse maggiori soddisfazioni di quello interno. Se la situazione politica italiana era scesa sotto i garretti, quella dei Paesi vicini rischiava di precipitare come l’immondizia ammassata in un camion della nettezza urbana, quando viene ribaltata e stramazza nella discarica. Nella maggior parte degli Stati europei, la borghesia armava bande di fascisti e si preparava alla guerra civile. Il banditismo si faceva sistema e per distruggere le organizzazioni operaie i governi reazionari ricorrevano alla provocazione e al terrore.
    In Germania, la divisione del movimento operaio aveva spianato la strada a Hitler. Dopo aver schiacciato nel sangue la rivoluzione spartachista e salvato l’imperialismo tedesco, la socialdemocrazia rifiutava ogni proposta di fronte unico con i comunisti. Malgrado ci fossero milioni di disoccupati, col pretesto del male minore continuava a sostenere la politica dei sacrifici e delle limitazioni della libertà propugnata dai partiti dichiaratamente borghesi. Lasciando ampi spazi alla propaganda demagogica e sciovinista, a esclusione dei comunisti, direttamente o indirettamente tutti collaboravano a spronare il nazismo galoppante.
    Hitler, il paladino del fronte antibolscevico, l’uomo capace di spezzare la spina dorsale al movimento rivoluzionario, andò al potere il 30 gennaio del ‘33, una settimana dopo la mia liberazione dal carcere. I giornali titolavano: «Hitler cancelliere del Reich guida le giovani forze rinnovatrici della Germania». Entusiasta, Il Resto del Carlino proseguiva: «Milioni di socialdemocratici, Tedesco-nazionali ed Elmi d’Acciaio marciano affratellati insieme. Entusiastiche dimostrazioni popolari a Berlino. L’amicizia con l’Italia, dichiara il ministro Frick, ci è più cara che mai». Seguiva, poi, un lungo articolo felicemente titolato «Sulle orme del Fascismo».
    Il 5 febbraio, i giornali riferirono di una serie di misure prese dal nuovo governo tedesco per fare i conti con l’opposizione. La stampa comunista veniva soppressa per sei mesi e i redattori responsabili incorrevano, d’ora in poi, in pene severissime. Tuttavia, Hitler non era ancora certo di vincere le elezioni fissate per i primi di marzo. Pertanto, organizzò una provocazione che colpisse l’immaginazione popolare e favorisse la repressione. Il 27 febbraio, qualcuno appiccò il fuoco al Reichstag e il comunista bulgaro Georgi Dimitrov fu accusato dell’attentato. Malauguratamente per chi aveva orchestrato quell’operazione, durante il processo Dimitrov si trasformò da imputato in accusatore e con una brillante difesa dimostrò come l’incendio del Reichstag altro non fosse che un pretesto per sferrare impunemente una campagna di sterminio contro i comunisti. Gli stessi giudici dovettero assolverlo e grazie alla mobilitazione internazionale che nel frattempo si era sviluppata ovunque il governo tedesco fu costretto a espellerlo dalla Germania.
    Verso la fine di febbraio, furono abrogati dalla costituzione tedesca tutti gli articoli che garantivano le libertà individuali. Thelmann, segretario del Partito Comunista, rese pubblica una lettera aperta agli operai socialdemocratici che li invitava a formare un fronte unico per battere Hitler. Non ottenne alcuna risposta. Il primo marzo, in una seconda lettera indirizzata alla direzione del Partito Socialdemocratico e ai sindacati propose di organizzare uno sciopero generale contro la dittatura. Gli si rispose picche.
    Malgrado il terrore nazista, il 5 marzo sette milioni di Tedeschi votarono per i socialdemocratici e altri cinque per i comunisti. Diciassette milioni di elettori, pari al 43 % dei votanti, puntarono invece su Hitler. I nazisti non avevano ottenuto la maggioranza assoluta che pretendevano di avere, ma se la conquistarono ugualmente, usando di nuovo il codice penale come un revolver. Il 14 marzo, il Partito Comunista fu messo fuori legge, il 2 maggio furono sciolti i sindacati e il 27 giugno toccò alla socialdemocrazia. Tutta la sinistra finì nei campi di concentramento. Il nazismo aveva sconfitto il più forte e organizzato movimento operaio che fosse mai stato costituito. In un match all’ultimo sangue, aveva demolito il campione del mondo. Ora, Hitler si poteva sportivamente dedicare a tutti coloro che si erano illusi di condizionare il suo movimento e le sue bande armate.
    Non ci potevo credere, Mussolini non era più solo e il XX secolo si tingeva di nero!
    Dopo essersi compiaciuti per il trionfo nazista in Germania, però, tutti i giornali italiani si lanciarono in una portentosa campagna stampa tesa a garantire il santo diritto di primogenitura: il Duce non era solamente il salvatore della patria, il figlio prediletto dell’Italia, ma anche il supremo rappresentante della reazione internazionale. Era lui, il recordman, l’esempio da seguire, mica quel bravo ometto un po’ isterico che amava esibirsi nelle birrerie! Che l’economia del Paese fosse allo stremo e la gente con le pezze al culo non aveva alcuna importanza. Mussolini era il Duce e il fascismo il modello. E dire che i disoccupati superavano il milione e i salari nell’industria pesante erano stati ridotti del 50 %. D’altra parte, dal ‘29 la produzione industriale era calata del 33 % e più di cinquantacinquemila padroncini, commercianti e artigiani erano stati costretti al fallimento o si erano visti assorbire da padroni più grossi e golosi.
    Per fortuna, mi rifacevo gli occhi con l’Unione Sovietica.
    La Russia aveva ultimato il suo primo piano quinquennale e pareva proprio che il socialismo si potesse realizzare anche in un paese soltanto. Pur dovendo sottrarre gran parte della ricchezza prodotta per armarsi ed essere pronto a difendersi, lo Stato dei Lavoratori aveva creato più di mille grandi imprese industriali e per la prima volta trasporti e agricoltura avevano alle spalle un’industria pesante in grado di rispondere alle crescenti esigenze.
    Purtroppo, le notizie dal Paese dei Soviet arrivavano col contagocce e censura e disinformazione non erano monopolio dei soli giornali borghesi. Per la fretta di arrivare alla piena collettivizzazione, il principio leninista dell’adesione spontanea era andato a farsi benedire e invece di essere convinti con le buone, nel proprio interesse, i contadini – vale a dire, la quasi totalità della popolazione russa – erano costretti a partecipare con la forza delle baionette. Questo stato di cose ci era tenuto accuratamente nascosto e ne avremmo avuto sentore soltanto alcuni decenni dopo, ma va detto che, anche se ne avessimo avuto il sospetto, non ce ne saremmo preoccupati più di tanto. Le fantastiche realizzazioni del piano quinquennale, che dimostravano la superiorità di un’economia e di una società socialiste, ci avrebbero facilmente consolato e, a prescindere dagli errori di percorso commessi, solo l’Unione Sovietica ci dava la forza per tirare avanti. I campi di concentramento in Germania, peraltro, mostravano con chiarezza quale sarebbe stata la nostra fine se avessimo definitivamente perso.

    Intanto, le spedizioni punitive contro gli antifascisti erano di nuovo tornate di gran moda. Su segnalazione dei capetti locali, squadracce di picchiatori spazzolavano i caffè alla ricerca di sovversivi da malmenare. Alcuni locali come il bar Romolo, in effetti, erano divenuti veri e propri punti di aggregazione e i fascisti se ne erano accorti. Così, per alcune settimane evitai di farmi vedere troppo spesso in giro, mentre altri compagni continuavano a frequentare assiduamente i caffè e a tenermi informato su quanto avvenisse nel quartiere.
    In attesa che le acque si calmassero, però, mi toccava escogitare un modo per passare gradevolmente il tempo.
    Supponendo che la mia liberazione sarebbe stata condizionata dalla libertà vigilata, per buona sorte i miei genitori avevano acquistato una radio Phonola allo scopo di allietare con la musica le serate casalinghe in segregazione. In quegli anni l’ente radiofonico italiano amava saccheggiare con solerzia il repertorio operistico nazionale, un genere di cui mio padre era particolarmente ghiotto. Non apprezzai più di tanto le arie della Tosca e della Traviata, ché bisogna essere straordinariamente dotati per goderne a vent’anni, ma in compenso trascorsi numerosi pomeriggi a girare la manopola alla ricerca delle stazioni radio capaci di catapultarmi all’altro capo del mondo. Poi, quando la primavera cominciò a mostrarsi anche dalle nostre parti e la voglia di uscire e di incontrare gente crebbe con l’allungarsi dei giorni e il venir meno del freddo, presi l’abitudine di piazzare l’apparecchio – a mo’ di specchietto per le allodole – sul davanzale della finestra. I vicini portavano le sedie da casa, via Santa Croce si tramutava in un auditorium all’aperto e io, tra un atto e l’altro, mi dilettavo in chiacchiere come nel foyer di un teatro dell’opera. Molto più in grande, la stessa cosa accadeva anche di fronte alla Birra Bologna, un locale a cavallo tra San Felice e il Pratello, e i tranvieri, giunti nei pressi di quell’importante crocicchio – dove la Via Emilia da più di duemila anni spezza il suo procedere rettilineo e, piegandosi, diviene il decumano dell’antica Bononia – portavano le loro vetture a passo d’uomo, chiedendo con gentilezza ai melomani che invadevano la carreggiata di farsi un po’ più in là.
    Il morale della famiglia era alle stelle, ma la situazione finanziaria lasciava molto a desiderare. A dispetto della rivoluzione e della radiofonia, dovevo trovare un lavoro e anche alla svelta.
    Mi ero già recato alla Weber, ma la simpatica e accorta segretaria aveva preparato i libretti in anticipo ed ero stato subito messo alla porta come un repellente e stolto lebbroso. Da quelle parti, la mia carriera era bella che terminata. Tentativi analoghi presso altre grandi officine ottennero il medesimo risultato. A quell’epoca, quando ti presentavi per l’assunzione, le ditte di una certa importanza pretendevano la compilazione di un questionario. Da quanto tempo sei iscritto al Partito Fascista? Dove hai lavorato in precedenza? Qual è il motivo del licenziamento? Appena mi allungavano il formulario, giravo i tacchi e me ne andavo senza dire una parola. Con tutti i padroncini e gli artigiani che si erano ridotti al lavoro salariato, la manodopera non era di certo una merce rara.
    Da anni, mia madre lavorava come pantalonaia per alcuni banchi della Piazzola, il grande mercato popolare che si tiene di fronte ai giardini della Montagnola, proprio là dove, nel 1848, i Bolognesi le suonarono di santa ragione agli Austriaci comandati dal tenente maresciallo Welden. Oltre alle braghe, le sue specialità erano le tute, i grembiuli e i mantelli. Per quanto riguardava il prêt-à-porter, quindi, l’esperienza non le mancava. Dopo averne discusso in famiglia, mio padre presentò domanda per una licenza di commercio ambulante, si licenziò dalla cooperativa degli imbianchini e con la liquidazione acquistò un camioncino, un banco e tutto l’occorrente per sgomitare a dovere sul libero mercato. E in poche settimane, diventammo imprenditori.
    Purtroppo, mia madre sapeva confezionare e cucire ogni tipo di indumento, ma non era capace di tagliare i vari capi nelle differenti misure e rivolgersi ad altri significava perdere una parte cospicua del guadagno. Non avevamo ancora iniziato a mercanteggiare e ragionavamo di già come capitalisti! Mi sovvenni, allora, dell’amico e simpatizzante Bruno Monti, sarto di professione e ragazzo dal cuore d’oro. Chiesi aiuto e Bruno mi preparò gratuitamente una serie di modelli in cartone che era sufficiente ricalcare sulla stoffa con un gessetto per ottenere risultati di gran classe. Alla fin della fiera e a dispetto della mia idiosincrasia per il taglia e cuci, ero diventato un mezzo sarto anch’io.
    Oltre alla Piazzola, cominciammo a battere la provincia e ogni mercato di paese presto si trasformò in terreno di sfilata. In particolare, amavamo sfoggiare a Bazzano, a San Giovanni in Persiceto e a Castel San Pietro. Eravamo stilisti di fama mondiale, in quelle contrade!
    Ovviamente, tra i nostri affezionati clienti non potevano mancare i giovani avanguardisti, cultori dei pantaloni alla zuava. D’altra parte, il nostro modello di punta si caratterizzava per foggia marziale e sportiva praticità. Un bel giorno, uno di loro mi chiese se potessi confezionargliene uno in panno nero per il corso da cavallerizzo in scena da lì a poco ai giardini Margherita. Piacque a tal punto e a così tanti giovanotti che la stoffa a disposizione finì in un battibaleno. Ci rivolgemmo alla ditta Fratelli Ancona, i nostri rifornitori di fiducia, ma quelle brave persone ci informarono che era ormai impossibile trovarne altra, perché – a sentir loro – il panno era talmente aumentato di prezzo da sconsigliarne a tutti l’acquisto. Disperato, decisi di andare subito a Prato, la capitale degli stracciaioli, dove qualcuno mi aveva assicurato che se ne poteva trovare in abbondanza e a un prezzo conveniente. Difatti, comprai un paio di pezze che erano una meraviglia, di una qualità così spessa e soffice da sembrare cotone idrofilo. Poco dopo l’acquisto, però, scoprii un fastidioso corollario: ficcato a bagno in una catinella, il giorno appresso quel meraviglioso panno nero corvino si decomponeva trasformandosi in una densa brodaglia grigio sporco. Forse, la bella stagione, quell’anno, fu straordinariamente asciutta, con una scarsità di precipitazioni da far tremare i polsi a un Abissino – non ricordo – o più semplicemente i nostri giovani cavallerizzi batterono la sella con particolare delicatezza, sta di fatto che nessuno si lamentò e di quell’articolo ne vendemmo a profusione fino a tarda estate.

    Come se ne andasse della mia vita, ogni volta che incrociavo Mario Peloni lo assillavo chiedendogli testi di economia politica. I libri erano il mio chiodo fisso, ma anche una merce sempre più difficile da reperire sulla piazza. Immancabilmente, Mario mi rispondeva di pazientare.
    «Un giorno o l’altro, vedrai, ti porto tutto il materiale che desideri!». E mi scrutava di sottecchi, forse pensando che fossi diventato uno di quei poveracci con la smania di farsi intellettuali.
    Una sera, Mario si presentò accompagnato da Leonildo Tarozzi, un compagno della prima ora. Arrestato e successivamente scarcerato per amnistia, Leonildo si era messo a vendere libri per la UTET, una casa editrice che aveva in catalogo un’enciclopedia economica curata, tra gli altri, da Giuseppe Bottai, Ministro delle Corporazioni e, in seguito, dell’Educazione Nazionale. Per rendere più esauriente il loro lavoro, i curatori avevano incluso alcuni brani tratti dalle opere di Marx. L’acquisto dell’enciclopedia costituiva una spesa delirante per le mie finanze, ma fu così che mi procurai la mia prima versione del Manifesto del Partito Comunista. Mi consolai, pensando che in tal modo aiutavo un compagno in gravi difficoltà economiche, ponendomi, per giunta, al riparo dagli sbirri. Infatti, l’enciclopedia mi fu più volte sequestrata nel corso delle perquisizioni a cui la polizia mi sottoponeva con fastidiosa regolarità, ma grazie all’imprimatur di regime mi venne sempre restituita. In seguito, facendomi passare per uno studente universitario, riuscii anche a ordinare presso una libreria del centro il Précis d’économie politique di Lapidus e Ostravilianof. Ahimè, in francese!
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