www.mauricebignami.it Gli uomini eguali
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Forse vero non è; ma un giorno è fama
che fur gli uomini eguali, e ignoti nomi fûr plebe e nobiltade. (Parini, Il mezzogiorno, 250-52, da Il giorno) |
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Gli uomini eguali ©Edizioni Bietti 2005 Rassegna stampa Acquista il libro Maurice Bignami |
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Mio padre è morto il 30 agosto del 2000. Tre giorni dopo, ho
vuotato casa, l’incombenza più dolorosa nell’ambito
di un lutto. Potendo, l’avrei fatta saltare, le avrei dato
fuoco. E non per conservarla intatta nella memoria. In famiglia non
abbiamo mai avuto una particolare predisposizione per il culto dei
morti: li teniamo vivi nel cuore e nella mente, e per il resto, se
così deve essere, che sia, ma è cosa loro. L’avrei
fatta brillare, perché non c’è nulla come la
dimora di un defunto, come il rivedere la roba rimasta lì ad
attendere, che meglio evidenzi la fugacità delle relazioni
umane. Ciò che più sgomenta, e questo vale anche in
amore, non è il lasciarsi in sé quanto il sapere che
dopo un po’ (ineluttabilmente) ci si abituerà alla
separazione. Così, si patisce, consapevoli che prima o poi non
si soffrirà più, e questa cognizione dovuta
all’esperienza costringe a reiterare il dolore per rimandare il
distacco. È una specie di sega cinese all’incontrario.
D’altra parte, questa penosa competenza è un elemento
costitutivo dell’essere adulti. Quando si è giovani la
morte non c’è; e, se per questo, nemmeno la vita. C’è
il vivere e non è la medesima cosa. Così, sono entrato
e ho dato un’occhiata in giro. C’era ancora il pane sul
tavolo. E un paio di piatti sporchi nel lavabo, gli occhiali, la
lente d’ingrandimento, il formaggio comprato apposta perché
mi piace. C’erano tutte le cianfrusaglie raccolte nel corso di
una vita. Guardando là dove mi aveva detto di ispezionare
prima di cacciare via tutto, in una scatola di biscotti tra un
libretto degli assegni e una circolare dell’INPS, ho scorto un
bigliettino. Quando leggerai queste parole io sarò morto.
Sappi che ti ho sempre voluto tanto bene. Tuo padre. Sono le piccole
cose a spezzarti le ossa. Ho tenuto in serbo le foto, alcuni libri e
i calibri. Sono passati mesi e stanno ancora lì, in uno
scatolone in garage. Poi, ho lasciato fare a mia cugina e non la
ringrazierò mai abbastanza. Ho incontrato mio padre l’ultima
volta il giorno dei suoi novant’anni, il 10 giugno del 2000.
Sandra e la Didda, sua sorella, avevano organizzato un déjeuner
sur l’herbe. Eravamo dalle parti di Tolé, sugli
Appennini, a cinque chilometri da Vergato, a una ventina da Pavullo.
Su due cavalletti in mezzo all’aia avevano tirato su una tavola
imbandita. Mentre i ragazzi si arrampicavano sugli alberi in attesa
delle tagliatelle al ragù, mio padre si trascinò a capo
tavola, si lasciò cadere sulla sedia e cominciò a
inghiottire antipasti come un ludro. È sempre stato una buona
forchetta e non si è mai tirato indietro. Lo sai, Nino, che
sono tornate le lucciole? gli urlò la Didda nell’orecchio
sano. Tutte le sere, qua sembra di stare in mezzo alle fatine. Mio
padre la inquadrò da sottinsù. Poi, mandò giù
un sorso di vino. Sono fastidiose come le zanzare, le lucciole,
rispose. Rideva, ma ci teneva a chiarire che lui l’aborriva la
natura montagnosa, con tutti quei saliscendi più matrigna
delle altre. Il rapporto natura-cultura è uno scontro epocale
da risolvere secondo i principi di von Clausevitz. Non ci provassero
nemmeno a incantarlo con quelle panzane New Age! L’aveva visto
il mondo prima del DDT ed era del parere che gli unici insetti buoni
sono quelli morti o tutt’al più inscatolati in un
documentario alla televisione. Qualche giorno prima, Sandra mi aveva
raccontato che una signora, fidanzata con mio padre, si era candidata
a ospitarlo dalle parti di Monzuno. Mio padre aveva opposto un netto
rifiuto. Ho già dato, con la montagna, aveva confessato.
Bisogna essere matti per cambiare idea. Un conto è salirci a
fare la guerra, un altro è andarci per diletto. Si è
sempre confidato con Sandra, rivelandole tutte le sue innumerevoli
storie, ma raccomandandole ogni volta di non dirmi un accidenti.
Forse temeva lo paragonassi al padre, a mio nonno, il rovina
famiglia, lo sciupafemmine, mandando a fare in culo l’immagine
a cui si era costantemente attenuto, almeno nei miei confronti. Lo
guardavo mentre ingurgitava cibo in maniera metodica e con palese
soddisfazione. Nessuno apprezza le vettovaglie quanto un vecchio,
specialmente quand’è mezzo sordo. Ci eravamo tutti
accomodati e tra un boccone e l’altro chiacchieravamo in
allegria. Li guardavo a uno a uno, i miei anfitrioni, e mi sembrava
di stare in metropolitana, all’alba, quando fa un freddo
assassino e la gente ha il ceffo primigenio, quello originale privo
di maschera, e provi un senso di straniamento. Avvinazzandoci,
ragionavamo e non ero d’accordo su niente, tanto meno sui
fondamentali. Viaggiavamo su lunghezze d’onda differenti e non
c’era manopola capace di sintonizzarci. Quando uno andava su,
l’altro precipitava. Costretto, lo dissi, e volarono gli ormai
consueti epiteti. A seconda delle occasioni, ero l’odioso
cattolico integralista, lo spietato liberista, l’ignobile
filoamericano e, orrore, l’amico dei Sionisti, definizione
talmente fosca da non avere bisogno di ulteriori aggettivazioni. I
miei argomenti stavano sulle palle a tutti, a destra e a sinistra.
Era ormai da anni che accadeva; di sicuro, era da quando assieme a
Sergino avevo annunciato in un’aula di giustizia a Torino,
nell’83, quasi vent’anni prima, lo scioglimento di Prima
Linea e la fine della lotta armata. In un solo botto mi ero
alienato le simpatie degli ultimi assatanati e quelle dei fitti
supporter. Non si capacitavano, quei poveretti, che avessimo avuto
l’ardire di smetterla. Abbrancati ai tavolacci delle osterie,
volevano continuare, chiassosi e indisturbati, a tifare per noi.
Quando poi me la presi coi princìpi base, rifiutando
l’ignobile scappatoia della semplice autocritica,
quell’indecente modo di pensare che salva l’impianto
generale sacrificando l’escrescenza particolare, allora
fioccarono gli attacchi forsennati anche da parte di chi si
entusiasma alla violenza rivoluzionaria solo quando si scatena in
continenti lontani o in un futuro immaginario. Guardavo mio padre,
che era il più convinto della compagnia, il più sicuro
delle proprie riflessioni, e il sentimento di alienazione cresceva a
dismisura. Però, si divertiva, mio padre, rideva, ché
tanto, a novant’anni (me lo ripeteva di continuo), puoi dire e
fare tutto quello che ti passa per la testa. Lo guardavo e percepivo
nettamente, ma ora in modo pacato e senza quei patemi d’animo
che una volta intorpidivano i nostri rapporti, che eravamo animali
differenti. Così, senza rancore. Quando siamo scesi verso
Bologna e l’imbrunire, ormai, incupiva il paesaggio, mio padre
mi disse che le idee erano buone, erano gli uomini ad avere sbagliato
tutto. Pensai che quella era forse l’opinione che più ci
divideva. Le idee erano veramente pessime, sono sempre state idee del
cazzo, ma alcuni uomini, invece, qualche volta e a dispetto dei
risultati, hanno dato il meglio di sé e forse anche del
branco. E questo a prescindere da quale parte della collina si
arrampicassero, ché nei crudi conflitti è il modo in
cui ti comporti coi tuoi e con gli altri che fa la differenza.
Riflettendoci ora, dopo averne messo un bel mucchio in azione, mi
ritrovo a pensarla esattamente come allora. In questi mesi, ho preso
in prestito la storia di mio padre e ne ho scritto una mia. Da
subito, mi sono prefisso un risultato: non dimenticare nessuno. Per
il resto, mio padre è diventato un po’ alla volta Nino.
È lui, o per lo meno è una parte di lui o quella
persona che avrebbe potuto essere, che avrei amato che fosse. Ed è
anche un po’ me stesso. A ben vedere, è soprattutto il
protagonista di una storia.
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