www.mauricebignami.it Gli uomini eguali
www.mauricebignami.it Gli uomini eguali
Forse vero non è; ma un giorno è fama
che fur gli uomini eguali, e ignoti nomi fûr plebe e nobiltade. (Parini, Il mezzogiorno, 250-52, da Il giorno) |
|||
Gli uomini eguali ©Edizioni Bietti 2005 Rassegna stampa Acquista il libro Maurice Bignami |
|
||
|
Fine dei giochi
(e tutti vissero felici e contenti; chi più, chi meno) Lasciati i feriti
all’ospedale, avevamo raggiunto Vidiciatico e requisito un paio
di alberghi. Gli uomini erano frastornati, incapaci di rendersi conto
che i Tedeschi stavano ormai dall’altra parte, in quell’altro
mondo in cui fino a poche ore prima anche loro dovevano tribolare le
pene dell’inferno, che erano finiti i tempi dell’uno
contro cento e della preda inseguita con rabbia e livore. Euforici,
ma stanchi morti, prossimi a un totale crollo di tensione, miravano a
una sola meta, che assommava ai loro occhi tutti i fantastici e
strabilianti elementi che facevano ormai la differenza: un letto con
lenzuola pulite e cuscino di piuma. Anche il giorno appresso, ad
Angelo e a me dispiaceva di
non averci provato a liberare Bologna, ma agli uomini no. Erano già
altrove e troppo felici di esserlo; e poi, non c’è nulla
che faccia cambiare in fretta prospettiva e priorità quanto un
passaggio di fronte nel verso appropriato.
Mentre ogni partigiano, nudo come un verme, veniva sottoposto a diverse irrorazioni quotidiane di Ddt, debellando la scabbia e i pidocchi che ci avevano tenuto compagnia durante le ultime settimane, nei giorni successivi organizzammo il nostro inquadramento a fianco della V Armata. Discutemmo ogni particolare con Rossetti e Woolford – gli agenti del Office of Strategic Services, l’OSS, che fungevano da Ufficiali di collegamento – e prevedendo altri passaggi fu convenuto che le forze partigiane operative si attestassero attorno a un massimo di tremila uomini. Da parte loro, Rossetti e Woolford non sollevarono alcun serio problema, anche se fummo da subito costretti a trasformare a ogni livello il grado di commissario politico, che gli Alleati non riconoscevano, in vicecomandante. L’OSS era perfettamente consapevole che per noi questa particolare clausola dell’accordo altro non era che un’operazione di make up, ma si rendeva ugualmente conto che accettare una simile modifica formale era già, di per sé, un atto di fondamentale importanza, che di fatto ci poneva, al di là delle nostre intenzioni, in un rapporto diverso con le strutture di comando alleate e soprattutto con gli uomini. «Va bene così», mi disse Rossetti, con un accento da italo-americano di seconda generazione, strascicato e plebeo, ben diverso da quello perfettino a cui ci avevano abituato i nostri vecchi Ufficiali di collegamento inglesi. «Non ci sono più commissari politici, ma solo vicecomandanti. OK? Siamo d’accordo?». Con senso pratico da ambo le parti, l’unica questione spinosa che avrebbe potuto avvelenare i nostri rapporti fu lietamente superata. E da quel giorno, l’argomento non venne mai più tirato fuori. Dopo di che, potemmo dislocare le nostre forze con la massima calma e tutti gli agi offerti da una moderna ed efficiente logistica militare. D’altronde, dopo la conquista del Monte Belmonte, avvenuta il 24 ottobre, la V Armata era ferma sulle sue posizioni e anche il fronte nel suo complesso si era ormai stabilizzato. Anche l’VIII, dopo avere liberato Cesena, Cesenatico, Cervia e Forlimpopoli, aveva preso appena in tempo Forlì, il 9 novembre, e investito Ravenna, che sarebbe poi stata occupata il 4 dicembre, poco prima che la cattiva stagione bloccasse completamente qualsiasi movimento. Per la prima volta, forze partigiane italiane della consistenza di una divisione venivano impiegate dagli Alleati come unità regolari e dispiegate sulla linea del fronte. Dalla guerriglia, eravamo stati promossi alla guerra vera, quella con i cannoni, le jeep e, la sera, i briefing tra ufficiali. Così, alla luce dei nuovi compiti, ridefinimmo il Comando divisionale. Armando fu confermato comandante, io assunsi la funzione di commissario – vale a dire, di vicecomandante – e a entrambi fu riconosciuto il grado di generale. Monti, Carlino e Nazario ricoprirono gli altri incarichi e Pederzini fu collocato alla sussistenza. Angelo, subito dopo il passaggio del fronte, aveva spontaneamente rinunciato a qualsiasi funzione di comando ed Ercole, qualche giorno innanzi, si era fatto ricoverare in un ospedale fiorentino, adducendo un grave peggiorare delle condizioni di salute. Peraltro, anche nei primi giorni di permanenza oltre il fronte, quando c’erano state questioni delicate da discutere con Armando – e qualche volta toccava litigare di brutto – ero sempre stato io a doverlo fare. Facevamo una bella coppia, Armando e io, quasi come quella con Davide, e a metà dicembre l’intera linea di comando e tutti i reparti erano di nuovo operativi. Anche i vertici altrui avevano subito alcuni cambiamenti: Kesselring era stato sostituito da Vietinghoff e Alexander da Clark. In quei giorni, anche Rina passò il fronte, guidando una dozzina di renitenti alla leva che le erano stati affidati dai compagni della pianura. Per avvisare i parenti del lieto evento, le avevano altresì consegnato – roba da matti! – una gabbietta con dentro un piccione viaggiatore da liberare una volta passate le linee. Farsi cuccare con in mano una bestia del genere era un po’ come infilarsi privi di mutande nel letto di un accanito stupratore. Arrivati a Rocchetta, furono immediatamente fermati da alcuni partigiani in divisa tedesca a caccia di fascisti. Gli uomini fuggirono seduta stante e Rina, sicura di essere giunta al capolinea, appoggiò la gabbia per terra e aspettò che le sparassero addosso. Fortuna volle che il nemico vero, a caccia di partigiani, si fosse attestato nelle vicinanze e che le circostanze sconsigliassero decisamente un immediato uso delle armi da fuoco. Rina, intanto, si era immobilizzata e in viso le si poteva leggere qualsiasi sentimento meno che il sollievo di essere in mano germanica; pertanto, il comandante dell’unità, in dialetto stretto, le rivelò chi fosse e le chiese da dove spuntasse con un siffatto animaletto appresso. Allora, Rina, incoraggiata dall’uso del modenese – diverso dal bolognese, ma familiare e di certo poco teutonico – tirò fuori dal tacco della scarpa destra un documento rilasciatole dal Comando di Spilamberto, gli raccontò dei dodici renitenti e tutto fu chiarito, meno la presenza del piccione a cui i partigiani, ghignando, volevano tirare il collo per cucinarlo alla prima occasione. Nel frattempo, visto che la situazione stava evolvendosi felicemente, i fuggitivi erano tornati uno alla volta sui loro passi. Dopo di che, raggruppati e rasserenati, dovettero consegnare, per una disposizione che avevo dato prima di passare il fronte, le poche pistole in dotazione. Oltre le linee, le armi abbondavano, mentre al di qua, per i numerosi sconfinamenti, ora come ai vecchi tempi non se ne trovavano mai abbastanza. D’altra parte, quella cianfrusaglia era servita più che altro a farli sentire un po’ più grandi di quello che erano. In poche ore, Rina e i suoi boy friends raggiunsero felicemente le nostre postazioni e la mattina appresso, dopo avergli legato un bigliettino alla zampetta, davanti a una platea di buontemponi curiosi di vederlo finalmente all’opera, l’alato postino fu liberato. «Dài, bel piccione!», gridavano, «Facci vedere i sorci verdi!», e ridevano a crepapelle. «Vola, carogna, vola!», insistevano, «Valli a bombardare, ‘sti stronzi maledetti!». Subito, appena le fu restituita la libertà, la bestia infame si appollaiò sulla cima di un albero e, testarda peggio di un asino in pensione, si rifiutò di eseguire gli ordini e di intraprendere il viaggio di ritorno. Dovettero sparare numerosi colpi di rivoltella per farla allontanare e come si seppe in seguito l’imbelle non tornò mai più a casa, al di là delle linee e tra la gente nemica. Come tanti, sul finire del ’44, aveva passato indenne il fronte e bisognava essere pazzi per tornare indietro. Anche Rina era sbigottita dalle linee americane. Già il primo impatto fu strepitoso, quando, intercettata da una nostra pattuglia in perlustrazione sulla linea di confine, venne guidata verso la terra promessa. Pareva di sgusciare, all’improvviso, da un triste film in bianco e nero, girato sottocosto, a uno in tecnicolor e cinemascope. Dall’alto, si intravedeva ogni ben di dio: pezzi di artiglieria, blindati, automezzi, accampamenti, un formicolare di gente e un’abbondanza di cose mai viste e nemmeno immaginate. E tutto alla luce del sole, come se fosse normale accampare sugli Appennini decine di migliaia di uomini armati! D’altronde, la supremazia aerea alleata era di trenta a uno e consentiva loro la più ampia libertà di movimento. Sotto continui bombardamenti, soprattutto a partire dal mese di gennaio del ‘45, erano i Tedeschi a doversi nascondere come i topi, a gettarsi fuori strada quando venivano mitragliati a bassa quota. Già nel luglio del ‘44, una circolare prefettizia imponeva la costruzione di «trincee distanti fra di loro metri 50 circa alternativamente da una parte e dall’altra della strada (…). Per quanto possibile dovranno essere mascherate da alberi o altra piantagione. Il terreno rimosso dovrà pure essere subito mimetizzato con cespugli o erbe. (…) Per il riconoscimento delle trincee dovrà esser piantata davanti a ciascuna un palo dell’altezza di m 1,50 con un vistoso ciuffo di paglia in capo». Povera Italia! Lo stacco con le linee tedesche era sbalorditivo. E non solo per gli occhi, ma anche per le orecchie. Come in un cartone animato, Rina ebbe il suo primo impatto ravvicinato con un campo alleato quando cominciò a percepire, marciando tra gli alberi, il suono di una tromba, di un sassofono e di un pianoforte e poi, assordante, quello di una batteria: era la radio che trasmetteva a pieno volume uno sfrenato boogie-woogie. Andavi per i boschi e di sguincio ti ritrovavi in America! Accompagnata nella mia stanza, al Sanatorio, fu poi la volta del gusto e dell’olfatto. Non avendo particolari vizi, avevo accumulato le mie razioni viveri: caffé – quello vero, non un surrogato – e cioccolata e sigarette, favolose Lucky Strike a stecche intere! Con una tazza di caffè bollente e zuccherato in una mano e una sigaretta americana nell’altra, Rina capì, allora, che il peggio era passato, che si poteva rilassare e, tra le risate e i baci, pianse. Qualche giorno dopo, le fu affidata la direzione del lavoro femminile e dell’ospedale di Lizzano in Belvedere e conferito il grado di tenente. Nei giorni seguenti, ci inserimmo via via nelle varie postazioni sul tratto di fronte di nostra competenza. Con gli ufficiali e i soldati alleati con i quali dovevamo coabitare, tutto filava liscio e col tempo finimmo addirittura per ricoprire anche i loro turni. Ci colmavano di doni, purché ci occupassimo di ogni cosa. Non che ci fosse un granché da fare. L’attività bellica si riduceva a sporadici scontri di pattuglia e a qualche duello di artiglieria: ogni tanto, i Tedeschi sparavano un colpo e noi rispondevamo con tutto quello che avevamo a disposizione. I ruoli si erano ribaltati; ora, eravamo noi ad avere i magazzini pieni. Nei cinque mesi che intercorsero tra il passaggio del fronte del Gruppo Brigate Est, a novembre del ‘44, e la ripresa dell’offensiva alleata, nell’aprile dell’anno successivo, partecipammo al solo episodio degno di nota, a parte una modesta puntata offensiva nemica in Garfagnana, iniziata il 26 dicembre, presto fermata e poi vanificata. Tra febbraio e marzo, alcuni reparti della nuova divisione Modena furono coinvolti in una serie di accesi combattimenti attorno al Monte Belvedere, che si concluse, tuttavia, in un nulla di fatto. Anche sugli altri scenari del fronte italiano, il letargo invernale si protrasse ininterrottamente fino a primavera inoltrata, a parte la conquista di Ravenna, il 4 dicembre, dovuta ai Canadesi, una puntata alleata nei primi giorni dell’anno verso Massa e un’azione offensiva del Gruppo di combattimento Cremona lungo la costa, a sud del Po di Primaro, i primi di marzo. Ognuno faceva la sua parte, aspettando con impazienza la spallata finale e la carica giù in pianura. Mi riunivo col Comando di divisione e gli ufficiali alleati, incontravo i membri del CLN di Lizzano, ispezionavo le postazioni, trattavo con Rossetti. Mi piaceva, l’americano! Una mattina, mi sfidò alla pistola. Si era sparsa la voce che io fossi un tiratore dalla mira eccezionale. In jeep, raggiungemmo il luogo della gara, dove, ai rami di un albero, erano appese due bottiglie. Rossetti le fece oscillare con la mano, tanto per rendere la gara più eccitante, e i bersagli cominciarono a scuotere il culo come ballerine ubriache. Allora, ci piazzammo più in basso, a una decina di metri, estraemmo le pistole dalla fondina, mirammo e sparammo. Centrata in pieno, la bottiglia di Rossetti esplose in mille pezzi; la mia, al rallentatore, cadde dolcemente a terra e, intera, carambolò giù per il pendio, fermandosi ai nostri piedi. La cordicella che la teneva appesa era spezzata di netto. «Cazzo, Guido! M’hai battuto…». Non ci voleva credere, il tapino. Nemmeno io. Però, era contento che ad averlo messo sotto non fosse stato uno di quegli stronzi di ufficiali da operetta che ogni tanto si facevano vedere nei pressi delle linee. Da quel giorno, superbo, mi rifiutai di fare qualsiasi altra gara di tiro: quando andavo dagli Americani, ero quello che aveva stracciato Rossetti! Spesso, il mio incarico di vicecomandante mi obbligava ad andare nelle retrovie. Anche la mia funzione di commissario mi spingeva a frequentare sedi politiche a Lucca e, soprattutto, a Firenze, dove collaboravo con Giuseppe Rossi, il segretario della federazione comunista. In quei casi, per ragioni di sicurezza, ero autorizzato a portare un’arma. Confesso che era sempre uno spasso vedere la faccia perplessa degli MP, quando mi fermavano per strada con gran dispiegamento di forze, mi puntavano le armi addosso e, all’esibizione del documento, dovevano salutare militarmente e lasciarmi passare. Non capivano bene chi fosse quello strano ufficiale italiano, più bandito che gentiluomo, autorizzato dall’OSS a girare con una pistola a tracolla. A Firenze, inoltre, per intercessione del generale Cerica, comandante militare, usufruivo delle comodità dell’Hotel Corona, adibito agli ufficiali italiani in transito. La sala da pranzo veniva aperta venti minuti in anticipo, per dare modo ai convenuti di scegliersi il tavolo e prendere posto. Poi, al suono di una campanella, ci si alzava in piedi e, pronunciando sottovoce nome e grado, si dava la mano all’uomo seduto di fronte. «Comandante Guido», specificavo regolarmente. E dopo colazione, ero sempre costretto a spiegare a qualche giovane ufficiale questa mia strana ed esotica abitudine da irregolare, presa quando operavo al di là delle linee nemiche. Insomma, mi godevo alla grande questo periodo di ricercata ufficialità, anche se una certa noia e una qualche sottile forma di disagio cominciavano a serpeggiarmi in capo e in fondo alle budella. Non rimpiangevo la boscaglia – va da sé – ma che ci stavo a fare da quella parte, che non era di certo la mia? E poi, a spiazzarmi, non era tanto il pappa e ciccia con Badoglio, Bonomi e compagnia – e, a scendere, con tutti i vari galoppini con i quali toccava trattare – ma il costatare che, dopo un po’, come avviene coi pesci, nuotando tutti quanti nello stesso stagno sembravamo appartenere alla medesima specie. [...]
|
|||