www.mauricebignami.it Gli uomini eguali
www.mauricebignami.it Gli uomini eguali
Forse vero non è; ma un giorno è fama
che fur gli uomini eguali, e ignoti nomi fûr plebe e nobiltade. (Parini, Il mezzogiorno, 250-52, da Il giorno) |
|||
Gli uomini eguali ©Edizioni Bietti 2005 Rassegna stampa Acquista il libro Maurice Bignami |
|
||
|
Fuoco
e fiamme
quando, di ritorno a Bologna, si gioca ai comunisti e si finisce in galera Partii per l’Italia con un passaporto falso intestato a uno studente
svizzero e una valigia a doppio fondo imbottita di materiale
propagandistico.
Finita la pacchia e addio Parigi. Gli eventuali dubbi, le perplessità e i facili entusiasmi andavano di filato in soffitta e io mi buttavo deciso nella mischia. Compii quattro missioni come corriere, tutte portate a buon esito. Poi, il Partito mi propose di tornare stabilmente a Bologna. Avevano bisogno di un compagno fidato e sconosciuto alla Polizia, che potesse muoversi senza destare sospetti. Mi avrebbero inserito nell’organizzazione giovanile, con il compito di mantenere i rapporti col Centro Esteri. Ovviamente, accettai senza pensarci su nemmeno un istante. Ritornai definitivamente a casa a metà gennaio del ’32, utilizzando il mio passaporto e conservando quello falso come via di fuga per le emergenze. Prima di partire, fissai con Spartaco un appuntamento a Bologna. Nel caso non fosse riuscito a venire, avrebbe mandato un altro compagno. Come segno di riconoscimento, comprammo alla bancarella di un mercato rionale due portafogli identici e all’interno, nell’angolo in alto a destra, disegnammo con una matita copiativa un minuscolo puntino nero. «Spiegazzalo, ché sembri vecchio», si raccomandò. «I doganieri sono diffidenti come mariti cornuti. Se sospettano qualcosa, quei boia sono capaci di consegnarti alla Polizia e quella te lo scopre subito il passaporto falso, e finisci la carriera prima ancora d’iniziarla». Con l’incarico di recapitarla alla famiglia, alla partenza Spartaco mi consegnò una valigia con gli indumenti di Umberto Marzoli, un compagno bolognese che era stato arrestato da poco a Milano. La ristrutturazione organizzativa del Partito stava dando buoni frutti, ma nel campo della rivoluzione, spesso, come ti muovi sbagli. Quando il treno arrivò al posto di frontiera di Bardonecchia, i doganieri trovarono un pugno di volantini antifascisti nascosti nella toilette di un vagone. Chi non si è mai occupato di cose attinenti al lavoro clandestino non si immagina quanto sia facile incappare in questi scherzetti del destino. Talvolta, pare proprio che la malasorte abbia il senso dell’umorismo, oltre a una mira invidiabile. Livide di rabbia, le guardie fecero scendere tutti i passeggeri, allineandoli lungo il binario. Sembravamo un allegro corteo diretto in Certosa. Ci perquisirono da capo a piedi, minacciando di arrestarci tutti se non fosse saltato fuori il responsabile di quella vigliaccata. Nessuno parlava, nessuno aveva niente da dire. Molti, però, cominciarono a mugugnare e dopo un paio d’ore i doganieri ci lasciarono ripartire con lo stesso treno. Avevo perso un paio di chili sudando peggio di un maratoneta, ma non riuscivo a togliermi dal grugno un mezzo sorrisetto di compiacimento. Così, ero tornato a Bologna dopo mesi di assenza, con grande soddisfazione dei miei genitori, che erano sempre stati contrari alla mia permanenza in Francia. Che c’ero mai andato a fare in quel Paese a casa di dio, che perfino Modena, a meno di quaranta chilometri dalle Due Torri, era già estero! Mia madre mi bramava tutto per sé; mio padre voleva giocare ancora un po’ al pater familias. Però, mentre riprendevo una dopo l’altra tutte le vecchie abitudini, e le ombre dei portici cominciavano a smorzare i bagliori dei Boulevards e gli schiamazzi dei bal musette, ogni cosa continuava a sembrarmi bizzarra, uguale e nel medesimo tempo insolitamente diversa. In città, non era cambiato nulla, tutto era esattamente come prima. Ero io, banalmente, a non essere più lo stesso. Mi lasciavo cullare dalla solita vita, dalla voce di mia madre, dai borbottii di mio padre e dalle chiacchiere degli amici, ma sapevo di avere oltrepassato un guado arcano a tutti invisibile, di essere sull’altra sponda a guardare da lontano, con un lieve distacco, le faccende di sempre. Seppi che alla Weber si era liberato un posto, mi presentai e fui assunto. Il mese di febbraio stava per finire e Parigi era ormai distante quanto l’Unione Sovietica. Giovanni Bortolani, un amico da sempre, lavorava in quei giorni in un garage di via San Felice gestito da Vito Marzoli, un fratello del compagno arrestato a Milano. Per suo tramite, fissai un appuntamento. Membro del Partito fin dalla fondazione, Vito era conosciuto in tutto il quartiere per avere già scontato il confino politico. Non era il miglior modo di iniziare l’attività clandestina, ma dovevo consegnare la borsa con gli indumenti e prima me la toglievo dalle balle e meglio era. C’incontrammo nel suo garage, a pochi passi dal Pratello. Diffidente, mi chiese subito del fratello e di come fossi entrato in possesso della valigia. Risposi che non conoscevo Umberto di persona, ma che degli Italiani amici suoi, incontrati per caso a Parigi, saputo del mio ritorno a Bologna mi avevano pregato di recapitarla alla famiglia. Allora, si mise a chiacchierare del più e del meno, della crisi economica che non finiva mai, della disoccupazione, di quei pochi che si arricchivano mentre tanti morivano di fame. Cercava di farmi parlare, di scoprire le mie carte per capire come la pensassi, ma io stavo zitto e buono a far la figura dell’imbecille. Avevo già capito che recitare la parte del coglione è spesso la principale occupazione di un illegale. Poi, mi chiese a bruciapelo da quanto tempo fossi iscritto al Fascio. Scoppiai a ridere e, guardandomi attorno come se temessi di essere udito da uno spione nascosto dietro l’angolo, risposi che non facevo parte di nessuna organizzazione, che me ne sbattevo della politica, ma che i fascisti mi stavano tutti sui marroni. Si tranquillizzò e ci salutammo da amiconi. Due giorni dopo, fui convocato in Questura. Non riuscivo a spiegarmene la ragione. Forse, qualcuno mi aveva visto confabulare con Vito e lo aveva riferito alla Polizia. Oppure, mi avevano già individuato e mi tenevano sotto sorveglianza fin dal ritorno. Ma, se fossi stato intercettato, che senso aveva chiamarmi in Questura, dandomi così il tempo di fuggire; perché non arrestarmi subito e chiudere al volo la partita? Con lo stomaco ballerino, mi presentai la mattina della convocazione, attento a non commettere nessun errore. Un poliziotto allampanato, annoiato e triste come un vecchio abbandonato in un ospizio, mi fece accomodare in uno stanzino. Lì, fui interrogato da un certo Scotti, che senza indugiare in chiacchiere mi chiese subito per quale motivo fossi andato a Parigi e perché fossi rientrato dopo pochi mesi. Gli raccontai su per giù la verità: che ero disoccupato, che avevo sperato di trovare un lavoro duraturo in Francia, ma che, dopo una lunga serie di lavoretti senza prospettiva, afferrato dalla nostalgia avevo ripreso la via di casa. Mi mostrò un pacco di fotografie. «Sono tutti mascalzoni attaccabrighe fuggiti dall’Italia». Teneva le foto in mano, aperte a ventaglio come un mazzo di carte e guardava quei volti, che io ancora non potevo vedere, con in faccia una smorfia di sincero disgusto. «E si dicono anche antifascisti, ‘sti coglioni!». Poi, le distribuì sul tavolo, mescolandole e rigirandole. Pareva uno di quegli imbonitori che giocano alle tre carte e – mai capito come – hanno sempre un imbecille sotto banco. «Ne hai conosciuto qualcuno? Magari per caso, in qualche posto?». Ne conoscevo di vista la metà e con un paio, addirittura, avevo stretto dei contatti politici. «Mai visti né conosciuti, da nessuna parte», risposi. Scotti, allora, mi fissò con una curiosa espressione. Privo di malagrazia, senza prendersi la briga di indossare un grugno di circostanza, mi osservava con una totale assenza di partecipazione emotiva. Potevo anche morirgli lì, accucciandomi sul tavolo e ruzzolando poi sul pavimento, e non avrebbe battuto ciglio. Mi avrebbe calpestato come si fa con una foglia caduta dall’albero, che ha raggiunto le altre centomila sparse per terra. Tutt’al più, arricciando il naso, mi avrebbe scavalcato come una merdina. Ero una cosa e quel solerte funzionario, in quel momento, stava semplicemente decidendo se lasciarmi lì dov’ero oppure agguantarmi con due dita per la coppa e scaraventarmi in un cassetto. Senza alzare la voce, disse che potevo togliermi dai piedi. Aspettavo l’arrivo di Spartaco o del suo sostituto da un momento all’altro. Per evitare che i miei genitori si allarmassero alla vista di uno sconosciuto, ogni tanto buttavo lì un accenno alla crisi economica, ai patimenti della povera gente, al rimpatrio obbligatorio di molti Italiani che non riuscivano a trovare un lavoro in terra straniera. Questa ripetuta tiritera, invece di prepararli dolcemente al sopraggiungere improvviso di un forestiero, cominciò a impensierirli seriamente, poco abituati com’erano a sentirmi parlare di politica. Mi sforzai, pertanto, di dosare con accuratezza ogni parola per non inquietarli prima del dovuto e nello stesso tempo iniziarli all’avvento. Tornato a casa per cena, una sera che il sole era ancora a mezza altezza, guardandomi da sotto in su mentre apparecchiava il tavolo di cucina, mia madre mi disse che era passato un tizio circa un’oretta prima. «Per portarti i saluti degli amici di Parigi!», continuò con voce stizzita, come le capitava quando voleva farmi intendere che non era in vena di farsi infinocchiare. «È andato a comprare le sigarette», aggiunse ulteriormente risentita. Bussarono alla porta. Non era Spartaco. Ci salutammo: io, tutt’un sorriso a beneficio di mia madre; lui, un po’ sulle sue. Subito, gli chiesi come stessero i ragazzi e se Parigi fosse sempre Parigi. «Hai fame?! Vuoi bere un bicchierino?!». Mentre consumavo in fretta e furia le pietanze che mia madre mi porgeva sempre più indispettita, lo sconosciuto – un giovanottone dall’accento veneto, alto poco meno di un metro e novanta e con due mani da fare invidia a Carnera – accettò solamente un mezzo bicchiere di vino. A corto di argomenti, mi alzai e lo spinsi fuori dall’uscio. «Chi sei?!», gli chiesi, cambiando subito atteggiamento. «Chi ti manda?! ». Mi mostrò un portafogli, col suo bel puntino in alto a destra. Allora, gli acchiappai la manona e gliela strinsi con foga. I compagni del Centro Esteri non si erano dimenticati di me! «Fai vedere un po’ il tuo!», disse lui. Dalla furia, mi ero scordato l’altra metà della procedura. Camminando lentamente e con la flemma dei perditempo, risalimmo il Pratello persi nell’oscurità dei portici. Le tenebre, quella sera, si aggrumavano rapidamente come il sanguinaccio in una pentola. Poi, girammo a destra verso la basilica di San Francesco e gli ultimi bagliori del sole morente ci infilzarono di sbieco. Dopo di che, il buio vero calò e scomparimmo tra le ombre della notte. C’erano soltanto alcuni barlumi di luce, lungo via del Borghetto, e piazza San Francesco era più fosca di un tizzone spento, quando il fuoco si estingue e, per contrasto, quel pezzo di carbone si fa ancora più nero. «Spartaco ti manda i suoi saluti». Si era un po’ sciolto e, pacioccone, mi guardava dall’alto in basso. Sembrava un facchino nel vestito della festa. Aveva due spalle da lottatore e l’andatura di uno abituato a portare sempre un quintale di cemento sul groppone. «È dispiaciuto di non essere riuscito venire, ma il Partito gli ha affidato un altro incarico». Parlando a voce bassa – le mani dietro la schiena, ché non sapeva dove metterle – aggiunse che ci saremmo incontrati il giorno appresso per effettuare il contatto coi giovani. L’indomani, il funzionario era accompagnato da un ragazzo che si presentò come il Piccolo. «Mi devi sostituire», mi spiegò il tizio, «e anche in fretta. Negli ultimi tempi, mi sono esposto fuor di misura, peggio di una ballerina in cerca di marito». Rideva. «Però, mica voglio che m’impalmi l’uomo sbagliato!» e muovendo la mano, mimava l’atto della copula come se fossimo compari di bordello. «Adesso, sono costretto a smettere ogni attività politica e a darmi alla bella vita». Non capivo se fosse contento o gli dispiacesse, e quel tipetto mi pareva un po’ nervoso, troppo su di giri. Se erano tutti sgarzolini come quello lì, i giovani comunisti bolognesi, c’era poco da stare allegri. In ogni modo, stabilimmo un appuntamento per la sera appresso. Il lavoro clandestino ha un buffo ritmo sincopato: non succede niente per un pezzo e poi, d’improvviso, capita tutto in una volta. Comunque fosse, si faceva finalmente sul serio! Nel frattempo, mi accordai col funzionario per ritrovarci dopo due settimane alla stazione di Voghera, dove mi avrebbe consegnato una valigia piena di materiale propagandistico. Nel caso avesse avuto un impedimento, avrei trovato al suo posto un altro compagno con due copie de La Stampa, una nella tasca destra della giacca e l’altra in mano. Mi dovevo avvicinare e chiedere l’ora; al che, mi avrebbe risposto di avere l’orologio rotto. La sera successiva, il Piccolo venne all’appuntamento con Amedeo Boncompagni, un giovane che già conoscevo come frequentatore assiduo del bar Pio, un locale del Pratello poco distante dal bar Romolo. «D’ora in poi, smetto ogni contatto», mi disse. «Sarà lui a farti conoscere gli altri membri della Segreteria». Dopo di che, si allontanò. Tutto sommato, mi dispiacque di vederlo andare via e di non lavorare con lui. Malgrado la prima impressione poco edificante, il Piccolo, ora, mi sembrava un tipo a posto. La prima riunione era fissata per la domenica seguente. Quel giorno stesso, però, Weber aveva invitato tutte le maestranze a un rinfresco alla trattoria Italia, in via San Felice. Era arrivato primo in una gara automobilistica con una vettura che montava un suo carburatore e voleva festeggiare. «Tanto, non ci sarei andato lo stesso!», pensai. Non mi sarei perso quella riunione per tutto l’oro del mondo, figuriamoci per una mangiata col padrone! All’ora convenuta, verso le nove del mattino, ad aspettarmi di fronte alla Madonnina di porta Saragozza trovai Amedeo e altri due compagni. Si chiamavano Dante Consolini e Renato Grossi, come venni a sapere più tardi. Dopo una veloce stretta di mano, ci incamminammo lungo il portico verso il Meloncello. Le mani in tasca, i piedi a calciare per conto loro i sassetti sparsi per terra, chiacchieravamo come amici di vecchia data, quattro giovani sfaccendati a bighellonare in giro la domenica mattina. Arrivati a Villa Spada, tagliammo su per i colli con l’idea di andare verso Casaglia. Invece, dopo un po’, prendemmo per via di Ravone e poi per quella del Genio e arrivammo a uno spiazzo chiamato Le Querce a causa di alcuni enormi alberoni che vi troneggiavano cingendolo a mo’ di corona. [...]
|
|||