www.mauricebignami.it            Gli uomini eguali
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Forse vero non è; ma un giorno è fama che fur gli uomini eguali,
e ignoti nomi fûr plebe e nobiltade.
(Parini, Il mezzogiorno, 250-52, da Il giorno)
Gli uomini eguali
©Edizioni Bietti 2005
 
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    Maurice Bignami

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    Mio padre era tornato a Bologna con la voglia di ritrovare i compagni e di ricominciare tutto da capo. Sognava di riprendere le scorribande fuori porta, di andare in quel ristorante-tabaccheria di Bazzano e su ai Gessi e a La Frasca. Era come un ragazzino scappato di casa e ricomparso dopo vent’anni alla ricerca degli amici perduti. Gli sembrava di non essere cambiato per niente in tutti quegli anni lontano da casa e che nemmeno il Pratello avesse subito radicali metamorfosi. Nel ‘64 pareva ancora quello di una volta, con le professioniste che si acconciavano alla Moira Orfei, i ladri fieri del mestiere e le vecchie osterie in mano a tizi che avevano ereditato, assieme alle mura, anche il soprannome del fondatore. Non ci mangiavi più pasta e fagioli a tempo o, per fare dello spirito, a gròggn, ficcando il muso direttamente nella scodella, ma c’erano ancora da Ghitòn e al Tragg ed erano locande vere, col vino ignorante, le carte unte e il campo di bocce in cortile. Romolo era sempre Romolo e ai tavolini sotto il portico si discuteva in continuazione di politica. Provai a predicarvi la pace universale, una volta, e anche a leggervi giovane poesia americana. Non ottenni un gran successo, ma ero il figlio di Nino e questo mi dava un credito illimitato. È durata così fino alla fine degli anni ’60, dopo di che, un po’ alla volta tutto è andato a fare in culo e il quartiere è diventato un posticino per bene. Insomma, quando andammo ad abitarci, al 54, via del Pratello e dintorni erano ancora un mezzo ghetto, ma i vecchi ragazzi avevano accumulato sul groppone una caterva di anni e già pensavano all’agognata pensione. Così, d’improvviso, mio padre scoprì con un certo raccapriccio che gli anni di esilio avevano bloccato i contatori meglio di una macchina del tempo e che era divenuto, ormai, una specie di superstite. C’erano periodi, quando abitavamo ancora in Francia, che mio padre era preso dalla fissa di portarmi a tagliare i capelli dal suo amico spagnolo. Amava farmi conoscere i compagni di lotta, tutto il campionario della rivoluzione. Era un vecchio combattente repubblicano rifugiatosi appena in tempo al di là dei Pirenei, un mancino, un tipo smilzo alto quanto basta, bravo a maneggiare il rasoio. Uno con la faccia triste del matador acchiappato da cattivi presentimenti, ma lo sguardo sornione di certi fantini al Palio di Siena. Ne conobbi un altro quindici anni appresso con le medesime fattezze. Ci incontravamo a date prestabilite alla stazione ferroviaria di Lourdes, un luogo con un sacco di facce strane. Lui era dell’ETA e io dell’Autonomia e condividevamo il medesimo interesse per le tecniche della falsificazione. L’amico di mio padre, invece, era sopravvissuto ai campi di concentramento grazie alla sua abilità con le forbici. Mio padre lo raccontava come se fosse una dritta di capitale importanza, che mi sarebbe servita, prima o poi, nella vita. Credo mi ci portasse anche per questo. L’idea penso fosse quella di avere un mestiere nelle mani da usare come moneta di scambio in certe precarie situazioni. Lo Spagnolo abitava in un appartamentino a un paio d’ore di macchina, a Montmartre, e allora non capivo perché bisognasse sprecare tempo e risorse per recarsi fin lassù, quando i barbieri abbondavano sotto casa. E poi, verso i dieci anni, ne frequentavo assiduamente uno che si fregiava di una ragazza al lavaggio dei capelli. Aveva il più grandioso paio di tette che abbia mai visto e assieme al suo profumo e al calore delle sue mani quel davanzale fu per lungo tempo il più sicuro punto di riferimento su cui appoggiarmi nel momento del bisogno. Di fronte a quel ben di dio, l’Iberico con la ghigna sconsolata e la vocazione da coiffeur aveva meno chance di un bassotto in una corsa di cani. Mio padre, tuttavia, non demordeva e a parte il buon’esempio ispanico si adoperò per lunghi anni a insegnarmi tutti i trucchi del mestiere. Presto e con gran dispiacere fu costretto ad abbandonare il proposito di comunicarmi i segreti della meccanica. Ho sempre utilizzato gli attrezzi in maniera spiccia. Usali per quel che servono e per quanto basta. Una botta e via. È una scuola di pensiero che puoi inseguire fino ai primordi dell’industria litica (quando l’uomo cacciava ancora animali di taglia spropositata) e ci fossimo dedicati allo scasso da professionisti indipendenti, lui sarebbe il genio della lancia termica e io lo specialista dell’esplosivo. Insomma, non me ne poteva fregare di meno. Mi indirizzò, allora, ai misteri dell’educazione fisica e lì ebbe maggior successo. Mi piaceva stargli dietro, specialmente nei giochi di destrezza. Per un attimo, addirittura, sperò che diventassi anche un amante del bigliardo, uno col quale passare un paio di orette al bar, ma, dopo meno di una, regolarmente mi rompevo i coglioni. I caffé mi hanno sempre ammorbato l’anima, anche Romolo ed è tutto dire. Sono tristi come il mare in inverno e il circo in tutte le stagioni. Un pomeriggio che tirava un vento ghiaccio e le donne si aggiravano smarrite, una mano a tener giù la gonna e l’altra su il collo del paltò, mi portò a un tiro a segno e per lui fu una rivelazione e per mia madre una mesta avvisaglia. Sparavo come un cecchino nato. Ero in prima elementare e alla Fête à Neneu, una srotolata di baracconi lunga un chilometro che in primavera allietava lo stradone che da Place de la Défense porta al Pont de Neuilly, non la smettevo più di tirare giù birilli e pipette. Quel dopo pranzo ventoso, vinsi col tiro alla carabina una vagonata di mostri in pannolenci e un cassetto ricolmo di fotografie in bianco e nero su carta lucida scattate mentre centravo il bersaglio. Le potevi disporre in sequenza. Io ero tutt’uno col fucile, impassibile e sempre uguale. Di foto in foto, invece, a mio padre gli si allargava un sorrisone di compiacimento e a mia madre spuntava uno sguardo sempre più sconsolato. Quando divenni grandicello e scorazzavo già per le strade di Bologna, mio padre valutò fosse il caso di affidarmi a uno specialista. Purtroppo, amavo i giochi di squadra, lui quelli da solista. Ero già un individualista che rimpiangeva la comunità che non aveva mai conosciuto; lui, al contrario, era un uomo d’apparato disperatamente alla ricerca di attimi di libertà. Ci fossimo dati all’aviazione, lui avrebbe pilotato un caccia e io un bombardiere. D’altra parte, mio padre tifa senza vergogna per gli assetti organizzativi improntati alla rotazione sistematica delle mansioni, specialmente quelle di comando. Questa vena nichilista, va da sé, gli ha sempre alienato senza il minimo indugio le simpatie delle varie nomenklature con le quali ha avuto a che fare. Gli acrobati scalatori l’hanno subito snasato, spremuto (mai farsi scappare un ingenuo di siffatta grandezza) e poi allontanato peggio di un reietto. Come se non bastasse, aborrisce i privilegi che discendono dalla carica, in modo particolare quelli che salvano la buccia. Così, per tutta la sua esistenza, ha contraddetto anche l’altro principio guida dell’establishment comunista: la salvaguardia del quadro. In fatto di eresie, mio padre non è secondo a nessuno. Insomma, volevo giocare a rugby e lui mi portò in palestra a farmi i muscoli con le parallele. Dopo un anno di patimenti, alla buon’ora ottenni di potermi dedicare alle arti marziali, dove notoriamente bisogna essere almeno in due. A quei tempi, nelle palestre ci si allenava in entrambe le specialità: la boxe e la lotta greco-romana. In alcune, proponevano perfino la terza, la scherma, ma trattandosi della Sempre Avanti nessuno aveva mai avuto l’ardire di proporre in quel tempio da prolet una roba così da fighetti. Scelsi la boxe, naturalmente, ma appena il vecchio allenatore mi vide non volle nemmeno prendermi in considerazione. Che andassi a perdere tempo altrove con quel paio di occhiali! Allora, mi dedicai alla lotta, fino a quando scoprii un sottoscala nel quale un maestro insegnava a pochi affezionati il karate, lo zen e tutto il corollario. E quella particolare e contraddittoria predisposizione alla solitudine condita con un desiderio irrefrenabile di compagnia si tramutò nel bisogno di una pratica costante.



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