www.mauricebignami.it Gli uomini eguali
www.mauricebignami.it Gli uomini eguali
Forse vero non è; ma un giorno è fama
che fur gli uomini eguali, e ignoti nomi fûr plebe e nobiltade. (Parini, Il mezzogiorno, 250-52, da Il giorno) |
|||
Gli uomini eguali ©Edizioni Bietti 2005 Rassegna stampa Acquista il libro Maurice Bignami |
|
||
|
Tra
luglio e settembre
ovvero il
gusto della libertà e lo scoprirsi all’inizio di partita
Come tutti i lunedì
mattina, il 26 luglio del ‘43 mi recai al lavoro di buonora.
Sembrava una giornata qualsiasi, invece era un giorno straordinario.
È sempre così quando all’improvviso ogni cosa
cambia per davvero.
Il cortile era gremito di gente che si aggirava dappertutto. Chi saltellava, chi si abbracciava, pareva un raduno di tarantolati. Alcuni ridevano e altri piangevano, quasi tutti facevano entrambe le cose. E io ero l’unico a non sapere cosa fosse successo. Ubaldo e gli altri compagni, viceversa, erano fuori di sé dall’eccitazione: nella notte, avevano appreso dalla radio che il fascismo non c’era più. Così, d’emblée! Ci aveva ammorbato l’anima per una vita intera e, simile a un cattivo odore, a una scoreggia che fa arricciare il naso e poi scompare, si era volatilizzato tutto a un tratto. In effetti, l’uscita di scena del Duce aveva un che di surreale. Il Re, precisava il comunicato ufficiale, aveva accettato le dimissioni del cavalier Benito Mussolini, come se vent’anni di dittatura non contassero un accidenti – con tutti i rituali, le divise, il saluto romano, il gaggione al vento, il manganello e l’olio di ricino – e il regime si fosse, di sorpresa, trasformato in un governo qualsiasi durato soltanto più a lungo dei precedenti. Naturalmente, dopo il licenziamento Mussolini era stato preso in custodia da un capitano dei Carabinieri, ficcato in un’autoambulanza, spedito prima alla caserma di via Podgora, poi alla Legione allievi di via Legnano. Due giorni appresso, sarebbe stato confinato a Ponza; il 7 agosto, trasferito alla base navale della Maddalena; il 27, trascinato a Campo Imperatore, sul Gran Sasso, e isolato in un albergo a duemila metri di altitudine con solo una funicolare come via di uscita. Tutto per il suo personale interesse, come precisò il maresciallo Badoglio dopo avergli soffiato il posto. D’altra parte, il 24 luglio, un mezzo complotto c’era pur stato quando il Gran Consiglio, votando l’ordine del giorno Grandi, aveva defenestrato il capo del fascismo e consentito al Re e ai vertici militari di riprendere il potere e di tentare un salvataggio in extremis. Dal loro punto di vista, infatti, la situazione era disperata. Dopo la battaglia del Don, in Russia, che era costata all’Italia ottantacinquemila uomini tra morti e prigionieri, molti dei quali non sarebbero mai più tornati a casa, a febbraio i Sovietici si erano impadroniti di Izjum, Kursk, Belgorod; poi, di Charkov. A sud, avevano interrotto la linea ferroviaria che collegava Dnepropetrovsk con Rostov, tentando di imbottigliare i Tedeschi attestati ancora a ridosso del Caucaso. Purtroppo, sottoposti a un forte contrattacco, erano poi stati ributtati indietro, ma a fine marzo il fronte russo era di nuovo fermo ed era chiaro a tutti che l’Armata Rossa, pur non avendo ancora raggiunto le capacità tecniche della Wehrmacht, stava crescendo in forza e abilità tattica e strategica. Da quelle parti, era ormai solo questione di tempo. In Africa, invece, tutto era già accaduto. A fine ottobre, dopo due mesi di preparativi, Montgomery si era finalmente mosso e, superati alcuni inconvenienti iniziali, valorizzando a dovere l’ormai incolmabile superiorità in uomini e armamento, aveva respinto l’Afrika Korps – e gli Italiani al seguito – dalla linea di El Alamein. Rommel fu costretto a ripiegare oltre la frontiera egiziana; poi, a superare la strozzatura tra la Cirenaica e la Tripolitania, ad el-Agheila; infine, dopo 3.000 km, a rintanarsi in Tunisia. Nel frattempo, col beneplacito dei Francesi strappato a suon di chiacchiere e con alcune cannonate ben piazzate, l’8 novembre gli Alleati erano sbarcati nei pressi di Casablanca, di Orano e di Algeri. Procedendo con una certa difficoltà, dal Marocco e dall’Algeria avevano iniziato a muoversi lentamente verso la Tunisia con l’intenzione di strizzarla a dovere anche da occidente e di espellere dall’Africa le ultime forze armate dell’Asse. A dicembre, la prima offensiva fece fiasco, i Tedeschi contrattaccarono e gli Alleati dovettero retrocedere, ma quell’iniziale fallimento si rivelò un fortunato accidente. Con la speranza di contrastare efficacemente il nemico, Hitler e Mussolini furono indotti a spedire nuove truppe in Tunisia. Così, dopo avere sempre negato a Rommel le forze necessarie per vincere, ora che sarebbe stato saggio ritirare dall’Africa settentrionale gli unici uomini in grado di opporsi a uno sbarco alleato in Europa meridionale, i capi si incaponirono e sprecarono le ultime risorse. Risultato: nel maggio del ’43 persero la Tunisia e con l’ultimo lembo di terra africana anche centocinquantamila soldati addestrati al combattimento. Due mesi dopo, gli Alleati sbarcavano in Sicilia. Il 24 giugno, Mussolini aveva puntualizzato: «Bisogna che non appena il nemico tenterà di sbarcare sia congelato su quella linea che i marinai chiamano della bagnasciuga (…)». Gli Italiani, però, mettevano in campo solo sei divisioni costiere, con un pezzo di artiglieria ogni 8 km in media, più quattro divisioni di manovra, di cui tre di fanteria ordinaria totalmente appiedata e con artiglieria ippotrainata. Tutta roba da Prima Guerra Mondiale. In quell’occasione, anche i Tedeschi non erano in grado di fare meglio e buttavano nella mischia due improvvisate e raccogliticce divisioni qualificate come corazzate, ma con solo un paio di unità di carri a disposizione. Gli Alleati, invece, avevano fatto le cose in grande. Il 10 luglio del ‘43, con più di quattromila apparecchi a garantire la totale supremazia aerea, otto divisioni investirono la costa meridionale e sud-orientale dell’isola in quello che fu il primo e il più importante assalto anfibio di tutto il conflitto, addirittura più imponente di quello che sarebbe stato scatenato undici mesi dopo sulle coste della Normandia. Agli ordini di Eisenhower e di Alexander, con Montgomery e Patton a fare da apripista, centocinquantamila uomini, a cui se ne aggiunsero in seguito altri trecentomila, sbarcarono sul litorale di Gela, tra Licata e Scoglitti, e a cavallo di Capo Passero, tra Pozzallo e Siracusa. La popolazione li accolse da liberatori e i soldati italiani che li dovevano respingere, quasi tutti Siciliani, mollarono il fucile e tornarono a casa. La piazzaforte di Augusta fu addirittura abbandonata prima ancora che il nemico facesse capolino all’orizzonte. Solo i Tedeschi, assieme all’unica divisione italiana formata in massima parte da soldati non siciliani, la Livorno, tentarono di opporsi con efficacia all’invasione. Il 22 luglio, però, Patton entrava a Palermo e tre giorni dopo il Duce veniva licenziato. Da quanto tempo aspettavo una notizia del genere! Da quando ero bambino sognavo di assistere alla fine dei fascisti, di poter urlare in faccia a quei boia «È finita! Avete perso!». Non ci potevo credere che tutto fosse successo come in un avvicendamento tra capiufficio. Andammo a prendere della vernice rossa nella cantina di un simpatizzante. Volevamo riempire Casalecchio di scritte contro la guerra e inneggianti alla liberazione dei detenuti politici. Così, mentre per la prima volta ero intento a compiere quel lavoro alla luce del sole, senza dovermi preoccupare che qualcuno potesse vedermi e fare la spia, intravidi un tizio in divisa da milite pedalare tranquillo in direzione di Bologna. Doveva essere l’ultimo dei disinformati, un altro che come me aveva perso la notizia del secolo. Mi gettai in mezzo alla strada. «Salta giù dalla bicicletta, fascista di merda!», gridai. «E togliti ‘sta divisa d’addosso ch’è finita la cuccagna!». Dall’espressione esterrefatta che gli fuoriuscì dal grugno come una fulminea eruzione cutanea, si poteva facilmente arguire che il brav’uomo non si fosse mai sentito apostrofare in un così sgarbato modo, specialmente a proposito della fede politica. Sbigottito, frenò, guardandosi attorno forse per intendere se fosse uno scherzo o se avesse a che fare con un demente fuori di senno scappato di casa. Poi, mentre mi avvicinavo gesticolando, scese dalla bicicletta e senza dire beo me la scagliò addosso. Coi pazzi – si sa – bisogna andarci decisi. E quando afferrai il velocipede al volo, mi colpì con un pugno dritto sul muso. Fu per quel motivo che nei tre giorni di tumulti che precedettero il mio arresto me ne andai in giro con un occhio nero, sicuro segno di riconoscimento per tutti gli sbirri e gli infiltrati in servizio attivo. Per quanto riguarda il ciclista in divisa, venne subito acchiappato da un marinaio che passava di lì per caso, il quale, senza perdere tempo in chiacchiere, lo strinse per il collo martellandolo di pugni sulla capoccia. Fu poi abbandonato mezzo morto sul marciapiede come carta straccia. Cominciammo a fare il giro delle fabbriche e dei cantieri e a spingere gli operai ad abbandonare il lavoro e a manifestare in piazza. Per trasportare a Bologna più gente possibile, radunammo alcune automobili e un paio di camion. Si prestavano tutti volentieri e sembrava che facessero a gara nello sputare addosso al vecchio regime. A sentirli, nessuno aveva mai aderito al Partito Fascista e il Duce era sempre stato un pupazzo. Quando arrivammo, le porte della città erano presidiate dai Carabinieri, ma alla spicciolata riuscimmo a raggiungere ugualmente il centro. Le strade e le piazze erano invase da una folla sterminata e ammattita dalla contentezza, che gridava, si aggrovigliava in capannelli improvvisati, separandosi poi, subito dopo, per raggrupparsi nuovamente qualche passo più in là. «Abbasso il fascismo!», strillavano. «Abbasso la guerra!». Il campanone in cima alla torre del Palazzo del Podestà si mise a suonare, com’è consuetudine quando capitano avvenimenti eccezionali, e a una a una anche le altre campane della città – ché a Bologna non c’è verso di girare un cantone senza cozzare contro il muro di una chiesa o di un convento – unirono i loro festosi rintocchi a quella voce solenne. L’allegria e la confusione si mescolavano in un tripudio crescente. Di tanto in tanto, si formavano cortei spontanei e improvvisati assembramenti da cui spuntavano oratori inventati al momento, che si mettevano ad arringare la folla senza un obiettivo preciso, più che altro per il gusto di dire la loro. Finalmente, tutti volevano aprire bocca e gli uni interrompevano gli altri, ognuno sbraitava e nessuno stava a sentire. Anche la rabbia che per vent’anni era covata nei cuori della gente trovava irruente uno sbocco, peggio di quei rivi di montagna che nell’esultanza primaverile spaccano i sassi e strappano le radici. Dalle finestre di Palazzo D’Accursio piovevano in strada busti, ritratti, bandiere e gagliardetti, tutta la paccottiglia che per vent’anni si era appiccicata alle pareti e ricoperta di polvere sugli scaffali. I marciapiedi erano neri di cimici – i distintivi del Partito Fascista – e c’era chi le calpestava come se qualcuna avesse potuto davvero sfuggire al massacro e su esili gambette nascondersi in qualche tombino. Ma, soprattutto, erano le immagini del Duce a essere oggetto del maggiore accanimento. Pareva che tutti lo volessero ammazzare per effigie, ora che quella specie di parricidio era divenuta assai meno compromettente di una volta. Mentre due rappresentanti del Partito d’Azione – gli avvocati Trombetti e Jacchia – sollecitavano il questore a liberare i detenuti politici, una folla minacciosa si radunò davanti al portone di San Giovanni in Monte. Dopo averli arrestati per anni con la tenacia e la pignoleria di un cacciatore di beccaccini, di fronte all’ampiezza della dimostrazione popolare e alle facce incattivite dei manifestanti, il solerte funzionario cambiò subito idea e ordinò l’immediata scarcerazione dei liberali, dei cattolici e degli azionisti. Per ora, che i socialisti e i comunisti se ne restassero in galera! D’altra parte, c’era poco da stare allegri. Nel suo proclama, Badoglio era stato più che esplicito: «la guerra continua». E le misure adottate per mantenere l’ordine pubblico erano da stato d’assedio. «Nella situazione attuale», ammoniva una circolare inviata agli organi di polizia, «qualunque perturbamento dell’ordine pubblico costituisce un tradimento». Pertanto, «qualunque pietà e qualunque ritardo nella repressione sarebbe (…) un delitto». Gli assembramenti erano vietati e andavano immediatamente dispersi. I trasgressori dovevano essere arrestati all'istante e deferiti ai Tribunali Militari. All’Esercito veniva ordinato un atteggiamento risoluto: «i reparti debbono assumere e mantenere grinta dura»; il che voleva dire: «abbiano fucili a pronti e non a bracciarm». In altre parole, non era ammesso lo sparo in aria, ma si doveva tirare a colpire come in combattimento. E se ciò non fosse stato sufficiente, i soldati erano autorizzati ad aprire il fuoco a distanza anche con i mortai e tutto il caravanserraglio dell’artiglieria, senza preavviso di sorta. Per concludere: «I caporioni o istigatori del disordine, riconosciuti come tali, siano senz’altro fucilati (…). Chiunque anche isolatamente compia atti di violenza o ribellione contro le Forze Armate o di polizia o insulti le stesse o le istituzioni, venga immediatamente passato per le armi». Va da sé che queste disposizioni draconiane non furono applicate dappertutto con il rigore richiesto, e per diversi giorni – malgrado il coprifuoco, le rappresaglie e gli arresti – in decine di centri urbani la popolazione e i soldati in servizio di ordine pubblico fraternizzarono. Se per il Maresciallo la guerra continuava, per la stragrande maggioranza dei soldati, invece, era già finita da un pezzo. In diverse circostanze, tuttavia, si passò alle vie di fatto. Il 26 luglio, a Bologna, un operaio venne ammazzato davanti alle officine Minganti per non avere obbedito alle intimazioni della forza pubblica. Il 29, alla Calzoni, un altro operaio si beccò da un fascista una rivoltellata in pancia. In quei giorni, l’Italia intera, da Genova a Bari, fu travolta da numerosi scontri e i morti sfiorarono la novantina e i feriti superarono i trecento. [...]
|
|||