www.mauricebignami.it            Gli uomini eguali
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Forse vero non è; ma un giorno è fama che fur gli uomini eguali,
e ignoti nomi fûr plebe e nobiltade.
(Parini, Il mezzogiorno, 250-52, da Il giorno)
Gli uomini eguali
©Edizioni Bietti 2005
 
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    Maurice Bignami

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    Su in montagna
    sebbene pochi ci credessero

    La sera prima di salire finalmente su in montagna, vennero da me Secondo, Luigi Benedetti, uno dei responsabili del Partito a Modena, e Naso, Umberto Ghini, trasferito in quella città per ragioni di sicurezza, dirigente provinciale e responsabile del Comitato di Piazza.
    Naso iniziò la riunione dichiarando – come se fosse stata una grossa rogna da grattare – che avrei dato il via alla mia carriera di partigiano alla luce del sole come soldato semplice.
    «Te li dovrai sudare sul posto, i gradi, Guido». Il mio nome di battaglia, da qualche giorno, era diventato quello.
    «Lassù, troverai della gente che c’era prima di te, e per di più del posto. Saranno schizzinosi a farsi comandare da qualcuno di città. E poi, è anche una questione di equità, non ti sembra?».
    Mi sembrava, sì.
    «Subito, però, dovrai spiegare agli uomini i motivi irrinunciabili della nostra lotta e qual è l’obiettivo ulteriore, quando avremo sconfitto i nazifascisti».
    Naso parlava pacatamente. Teneva la sigaretta in bocca e mischiava il fumo alle parole.
    «Devono sempre aver chiaro nella zucca che sono su in montagna mica solo per mandar quei boia all’inferno, ma per costruire una Repubblica Democratica dei Lavoratori. È questo il nostro compito di educatori. Hai capito la priorità?».
    L’avevo capita, eccome. E non da quella sera.
    Poi, continuò: «Dovrai anche sostenere costantemente il loro morale, evitare che si scoraggino e prepararli al combattimento. Vedrai che le lunghe marce, la fame e la penuria di rifornimenti saranno il pane quotidiano per voi lassù. Starete tutti a stecchetto fino alla fine».
    C’era da stare allegri e soprattutto da chiedersi come combinare tutto quel po’ po’ di roba da partigiano purchessia. Intanto, Naso parlava senza alzare la voce. Pareva proprio un maestro di scuola ed era ancora più convincente del povero Gherardi.
    «Occhio al rapporto con la popolazione! Quando assalirete gli ammassi alimentari, dividete l’utile prima di tutto con le famiglie contadine che ci sostengono. Però, aiutate anche le altre. Tirare dalla nostra la popolazione di montagna è un compito prioritario!».
    «E le armi?», chiesi quando l’incontro stava per terminare.
    «Le armi?», ripeté Naso; poi, sorridendo, sentenziò: «Come al solito, dovrete portarle via ai nemici tirati giù dalle spese».

    All’inizio, il giudizio del Partito sulla possibilità di aprire un fronte di combattimento sugli Appennini emiliani era stato del tutto negativo: troppe strade e quindi poche opportunità di poter costituire basi sicure in cui organizzarsi e rifugiarsi, dopo avere attaccato e colpito il nemico. Paradossalmente, invece, fu proprio quest’ultimo a cogliere con esattezza, e per primo, l’importanza strategica di una forte presenza partigiana in quel punto dello scacchiere nazionale. Il 9 febbraio, Mussolini scriveva a Ricci:
    «Il fenomeno cosiddetto ribellistico assume nell’Italia centrale un aspetto molto più inquietante che nelle valle alpine. Qui il fenomeno è periferico; nell’Italia centrale è a tergo immediato del fronte e può tagliare le comunicazioni fra Nord e Sud, tra la Valle del Po e Roma».
    Nel suo incontro col Führer, il 22 aprile, alla conferenza di Klessheim, il Duce ribadirà questo giudizio:
    «(…) il movimento partigiano più pericoloso è quello che opera sugli Appennini dove solo quattro strade portano dal Nord al Sud».
    Lo stesso Hitler esprimerà in quell’occasione le sue preoccupazioni:
    «In Italia vi sono due passaggi obbligati per i Tedeschi: uno è costituito dagli Appennini. Se le strade che attraversano gli Appennini fossero dominate dai partigiani, sarebbe impossibile per noi mantenere la posizione nel Sud».
    La forte antropizzazione che caratterizzava quell’area era considerata dai dirigenti comunisti una condizione oltremodo proibitiva, che di per sé tagliava le gambe a qualsivoglia ipotesi di guerriglia in montagna. Amplificando la percezione delle difficoltà, era l’esperienza maturata in campo internazionale, questa volta, a essere uno svantaggio. Inoltre, le prime formazioni partigiane sugli Appennini, nate spontaneamente, senza una precisa direttiva del Partito – quelle dei fratelli Cervi e dei compagni di Sassuolo, saliti in montagna già dal novembre del ‘43 – erano giudicate di stampo anarcoide. E a quei tempi non c’era sentenza più avversa di quella.
    La formazione sassolese, specialmente, suscitava le critiche del Partito. Formata in massima parte da uomini provenienti dalla pianura e sopravvissuta ai primi mesi di attività grazie a un inverno straordinariamente mite e privo di neve, era comandata da Giovanni Rossi, un sottufficiale di carriera trentunenne che aveva combattuto in Jugoslavia e in quei lidi si era impratichito nelle tattiche di guerriglia. Pur avendo al suo interno ottimi elementi – come il tenente salernitano Ugo Stanzioni e soprattutto Giuseppe Barbolini, decorato alla Liberazione con una medaglia d’oro e una Bronze Star americana, due onorificenze che non si regalano ai porci – per il Partito quel gruppo armato si dedicava con eccessivo compiacimento alle azioni di recupero, com’erano eufemisticamente definiti i furti, le estorsioni e le rapine a mano armata.
    Il problema del finanziamento era senz’altro uno degli aspetti più controversi e difficili da risolvere, in particolare con le buone maniere e i pii desideri, ma avere collocato ai vertici della formazione un certo Fini, noto gangster, non favoriva un giudizio sereno. Nella guerriglia, l’elemento individuale conta assai di più che nelle massificate e fortemente gerarchiche strutture della guerra guerreggiata. In quella situazione limite, sono presenti tutte le occasioni perché emergano uomini dalla coscienza elastica. Nei primi tempi, soprattutto, quando la dose di spontaneismo necessaria per impugnare le armi uno contro mille deve avere le medesime proporzioni della purga dei cavalli, le doti basilari sono il coraggio fisico, la capacità di prendere immediate decisioni e la tenacia nel garantire la sopravvivenza dell’organizzazione costi quel che costi. E in Giovanni Rossi e in tutti gli altri uomini di punta, compreso Fini, queste qualità erano al top. Rossi, per giunta, possedeva anche il fisique du rôle e il comportamento del ribelle. Era alto, prestante, portava una gran barba alla Garibaldi, aveva un carattere sfrontato, ma nello stesso tempo simpatico e alla mano; poi, era sempre attorniato da un paio di belle pupe, il che non guasta quando sei un capo carismatico.
    La formazione di Rossi, inoltre, non si era limitata a superare alla meglio i primi mesi di permanenza in montagna. Il 7 gennaio, aveva attaccato il presidio della GNR di Pavullo. Colti di sorpresa, grazie all’intervento di alcuni uomini infiltrati in precedenza tra le loro fila, una ventina di carabinieri e alcuni militi erano stati sbattuti in cella di sicurezza, assieme a due donne e a undici Tedeschi sopraggiunti inaspettatamente. In contemporanea, erano state prelevate dalla banca del paese duecentosettantamila lire, tanto per non perdere le buone abitudini. Dopo di che, requisita una corriera, i partigiani si erano ritirati verso Serramazzoni, portandosi appresso tutte le armi arraffate al nemico e un paio di ostaggi, il tenente dei carabinieri e un sergente maggiore della GNR, successivamente fucilato.
    Anche nei mesi precedenti, comunque, qualcosa era accaduto sulle montagne modenesi. E quel qualcosa aveva cominciato a invelenire gli animi dei contendenti, facendo subito capire che sapore avrebbe avuto il prosieguo della vicenda.
    Stimolati dal gruppo di Sassuolo, incalzati dalla chiamata di leva o fuggiti dai reparti, alcuni giovani si erano rifugiati nelle aree più impervie, soprattutto nelle valli del Dolo, del Dragone e del Rossenna, tutti affluenti del Secchia. Così, diversi gruppi erano nati presso Monchio, a Palagano, nella borgata di Lago, a Farneta, a Toano – un comune già in provincia di Reggio –, in tre frazioni della sponda destra del Dolo, a Romanoro, Rovolo e Fontanaluccia. Già il 20 ottobre, a Toano, qualcuno aveva lanciato una bomba a mano contro la caserma dei Carabinieri e, alcuni giorni dopo, due appuntati in perlustrazione erano stati disarmati. Il 18 novembre, allora, il paese era stato invaso e perquisito da numerosi militi inferociti, che avevano sparacchiato senza criterio e ammazzato un poveretto al lavoro nei campi. In quell’occasione, alcuni giovani erano stati rastrellati, ma poco dopo la colonna aveva subito un attacco alla bomba a mano, nei pressi di Massa, e i prigionieri erano stati liberati.
    Sui confini con la provincia di Bologna, nei pressi di Montombraro di Zocca, ai primi di novembre, alcuni uomini armati si erano rifugiati in una casa abbandonata. In seguito, erano stati aiutati da un ingegnere, Mario Marinelli, noto antifascista e proprietario di una villa situata nelle vicinanze. Nelle settimane successive, Marinelli cominciò a fare propaganda contro la chiamata di leva. Quando un gruppetto di fascisti, dopo avere scorrazzato per i bar di Montombraro, salì alla villa per compiervi una spedizione punitiva, fu subito intercettato. Ci scappò una sparatoria e il reggente del Fascio venne catturato e portato chi sa dove. E da quel giorno di lui non si seppe più nulla. Tutti si dileguarono, compreso Marinelli e famiglia. Purtroppo, qualche tempo dopo, la moglie e le tre figlie furono arrestate e il brav’uomo si sentì in dovere di costituirsi. Sfortuna volle che, proprio il giorno del suo trasferimento a Bologna, il 26 gennaio, venisse accoppato il federale Eugenio Facchini. Allora, i fascisti inscenarono un processo farsa e il povero Marinelli e altri otto innocenti furono fucilati il giorno appresso al tiro a segno di Borgo Panigale.
    Intanto, nella frazione di Gusciola, i Carabinieri di Montefiorino avevano catturato, il 22 dicembre, alcuni renitenti alla leva. Il giorno seguente, mentre tentavano di acchiapparne altri, due carabinieri furono intercettati da un gruppo di uomini armati e uno di questi ammazzato. La mattina del 27, in un altro scontro a fuoco, un secondo carabiniere ci rimise la pelle. Nei giorni successivi, altri giovani furono arrestati e, il 31 dicembre, tutti i prigionieri vennero trasferiti a Modena. Dopo di che, due di loro, completamente estranei ai fatti che avevano portato agli omicidi, furono sommariamente processati e fucilati.
    Cominciai la scalata dalla casa di Raimondo Franchini, a Corticella di San Vito, raggiungendo inizialmente quella di Renato Franchini, in via Foschero. La guida era Mario da Modena, il comandante gappista col quale avevo lavorato fino al giorno prima. Lì, rimanemmo fino alla mezzanotte, in attesa di alcuni partigiani provenienti da Modena, Sassuolo, Formigine, San Gerro e altre località. A gruppetti, arrivarono una trentina di uomini; tra questi, Pantelleria e Filippo Papa, nascosti in precedenza dagli Ori. Si erano portati appresso anche Ivo Casagrande, che vi lavorava come garzone. Facevano parte della compagnia due noti compagni modenesi: Ercole, Adelmo Bellelli, che saliva già col grado di Vice Commissario generale delle formazioni sotto il nostro diretto controllo, e Andrea, Fernando Comellini, un bravo gappista.
    Poco dopo mezzanotte, ci affidarono un mitragliatore, una decina di fucili modello 91, alcune rivoltelle, qualche bomba a mano, una batteria elettrica e una scatola di raggi segnaletici. Naturalmente, le munizioni scarseggiavano, ché, se hai i denti, per quanto a pezzi, ti manca di certo il pane. Da aggiungere a quel ricco e assortito corredo, ci portavamo dietro anche un pacco di medicinali avuti di straforo dal titolare della farmacia Galli di Spilamberto e che Teredo mi aveva consegnato alcuni giorni avanti. Si trattava di pochi e blandi medicamenti, inoffensivi nel bene e nel male, utili più che altro in un dispensario dopolavoristico: qualche bottiglietta di alcool, alcuni pacchi di garza sterile, un grosso batuffolo di cotone idrofilo, un paio di scatole di cachet per il mal di testa e una confezione di pastiglie di potassio per il mal di gola. Queste ultime, inaspettatamente, si rivelarono invece un rimedio portentoso. Quando giungemmo in formazione e iniziammo a ballare il lento valzer delle lunghe ed estenuanti marce per sottrarci ai rastrellamenti, cominciai a raccontare agli uomini la vecchia, ma sempre buona storiella del farmaco miracoloso, quello conservato per i momenti davvero disperati. In una boccetta – bisbigliavo tra un respiro affannoso e l’altro, mentre ci arrampicavamo su per gli impervi sentieri o ci intrufolavamo nelle macchie di rovi – custodisco con grande cura alcune pastiglie di una potente medicina, da prendersi con moderazione per la sua formidabile efficacia. Sarà stata la mia abilità nel contar palle, ma quelle pillole, assai poco indicate per il male al gargarozzo, si rivelarono, viceversa, un poderoso stimolante per il fisico e il morale.
    «Come va?», chiedevo, e pochi istanti dopo averne ingoiata una, il partigiano che aveva battuto la fiacca invariabilmente rispondeva:
    «Adesso sì che va bene, la fatica m’è passata!».
    Ci distribuimmo quel prezioso carico e ci incamminammo su per il letto quasi in secca del fiume Guerro. Faceva talmente scuro che l’occhio non vedeva dove il piede poggiava ed era tutto uno scapuzzare tra i sassi e un gran smadonnare. Ci fosse stato anche un solo nemico in zona, spinto all’aperto dai solleciti bisogni della sua vescica, la spedizione sarebbe finita lì, tra i giunchi e i cespugli di calle selvatiche.
    Giunti nei pressi di Castelvetro, abbandonammo il corso d’acqua e attraverso i campi raggiungemmo le nostre prime due tappe sicure: l’ultima casa di Denzano e poi, quasi all’alba, la prima di Benedello, in cui, stanchi morti, ci stravaccammo alla meglio, aspettando che passasse una lunga e uggiosissima giornata. Quando calarono nuovamente le tenebre, ripartimmo verso Sasso Guidano, raggiunto il quale fummo costretti a chiedere ospitalità a uno scontroso contadino, piuttosto seccato di dover accogliere sotto il proprio tetto un manipolo di fuorilegge, per giunta affamati. La notte successiva, riprendemmo la marcia e dopo alcune ore ci imbucammo in un casolare sperduto su di un brullo cocuzzolo, dove era previsto l’incontro con una pattuglia partigiana. Purtroppo, l’aggancio non avvenne – come spesso accade quando ci si sposta privi dei necessari mezzi di comunicazione – e fummo costretti a riprendere la marcia, improvvisando da quel momento in poi l’intero tragitto.
    A tracolla, portavo un tascapane con cinque o sei libri che speravo di leggere e commentare durante le soste, quando saremmo stati operativi.
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