www.mauricebignami.it Gli uomini eguali
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Forse vero non è; ma un giorno è fama
che fur gli uomini eguali, e ignoti nomi fûr plebe e nobiltade. (Parini, Il mezzogiorno, 250-52, da Il giorno) |
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Gli uomini eguali ©Edizioni Bietti 2005 Rassegna stampa Acquista il libro Maurice Bignami |
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Montafiorino
mentre
gli Americani si fanno sotto e i Tedeschi tengono duro Nella
notte tra il 2 e il 3 maggio, circondammo l’ammasso del grano
di Cerredolo in cui si erano rintanati una ventina di militi della
Gnr. I partigiani di Nello, per lo più montanari della zona di
Monchio, Costrignano e Savoniero – ai quali avevano ammazzato i
familiari e bruciato le case nella spietata repressione di marzo –
attaccarono con furore straordinario, urlando come demòni. Li
avrebbero accoppati tutti quanti a morsi, quei boia! Non vedevano
l’ora di far pagare a qualcuno – a chicchessia, anche al
primo ragazzino in divisa, al primo coglione acciuffato con le mani
in pasta – le infamie commesse dalle colonne tedesche. Dopo
avere dato fuoco alla porta del presidio, lo stesso Nello
l’abbatté a colpi di mannaia, incurante della furiosa
reazione dei difensori che, terrorizzati, tiravano all’impazzata,
bucherellando l’uscio, sparando pallottole e schegge di legno
da ogni parte.
Quando i fascisti si arresero, li costringemmo a caricare un camion di grano, che si diresse verso le nostre basi, e poi li radunammo a calci in culo sbattendoli contro un muro: sei giovani reclute furono rilasciate, tredici militi e un civile con la tessera del Partito Fascista Repubblicano in tasca fucilati seduta stante. Da parte nostra, volevamo dare inizio anche in montagna a una lotta senza quartiere, priva di compromessi, ma chiara nei disegni, così che tutti capissero la posta in gioco. Non si poteva andare avanti mischiando a caso, a seconda dell’umore o della fretta, clemenza compassionevole e impietosa efferatezza. Toccava darsi una linea di comportamento, anche se il guerreggiare per bande non favoriva di certo una condotta univoca. Davide mi aveva già detto che la fucilazione dei prigionieri suscitava sempre qualche perplessità morale in alcuni membri non comunisti del Cln. Soprattutto tra i democristiani, perché i seriosi professorini del Partito d’Azione non scherzavano in fatto di inflessibilità e spesso supplivano l’essere in quattro gatti con uno sbotto esagerato di severità. A noi, invece, la condanna a morte di vecchi militanti o di aderenti al Pfr non creava alcun problema. Erano le regole del gioco e su questo argomento non ci aspettavamo dal nemico un atteggiamento diverso. I dubbi, semmai, erano relativi alla liberazione degli uomini catturati, ma poco compromessi. Molti fascisti graziati tornavano a spararci addosso – più cattivi che mai, incarogniti dal rischio corso e dalla sorte toccata ai loro camerati – cosicché la clemenza del mattino era pagata la sera, e con gli interessi. Avessimo avuto delle prigioni in cui ingabbiare gli arrestati, avremmo anche potuto permetterci un atteggiamento di maggiore indulgenza, regolarci in maniera meno drastica, ma da pezzenti continuamente inseguiti eravamo costretti a barcamenarci tra due soluzioni estreme: la fucilazione e la libertà. Qualsiasi altro espediente rischiava di ritorcersi contro. In due occasioni particolari mi imposi perché i prigionieri non fossero immediatamente giustiziati. Si trattava di due comprovate spie, ma speciali, ché se fossero state del genere solito non vi sarebbe stata alcuna discussione: una ragazza incinta e uno smorfiosetto che avrà avuto tutt’al più tredici o quattordici anni, ma già bastardo nell’animo. Purtroppo, sia nell’uno, sia nell’altro caso dovetti ricredermi. Appena liberata, dopo averla accompagnata altrove, la carina corse subito a venderci al primo presidio, senza creare, fortunatamente, grossi guai, anche se non sono a conoscenza di cosa abbia combinato in seguito. Il ragazzino, invece – portato via con noi, perché lasciarlo libero proprio non si poteva, velenoso com’era – mentre col passo felpato attraversavamo di notte la via Giardini in un punto maledetto particolarmente sorvegliato, si mise a strillare peggio di una sirena. Un partigiano gli dovette sparare un colpo in testa; dopo di che, fummo costretti a sganciarci alla boia di un giuda, con dietro ingenti forze nemiche a morderci il culo. Per quanto riguarda, poi, l’accusa che i fascisti rivolgevano ai partigiani modenesi a proposito di sevizie esercitate sui prigionieri, non ci sono dubbi che gli sganassoni volassero come mosche e che certuni siano stati pestati a sangue. Quel che posso smentire è che la tortura fosse una pratica diffusa. I comandanti comunisti furono spesso duramente criticati dai loro colleghi delle altre componenti, ma mai, in nessun caso, venne loro contestato di avere ordinato sevizie sui prigionieri. Inoltre, più le unità partigiane erano centralizzate e meno spazio vi era per eventuali sbavature e il Partito fu senz’altro il soggetto più deciso in tal senso, e anche il più interessato. Nel caso particolare di Cerredolo, ho visto Davide impedire, la pistola in pugno, che qualche partigiano picchiasse i prigionieri. E quelli erano i giorni in cui i cento e passa morti trucidati per rappresaglia dai nazisti impedivano ancora a tanti uomini di chiudere occhio la notte. Così, prendendo anche in montagna le redini della Resistenza, imponemmo alla lotta un carattere di decisa intransigenza, ma fummo severi con tutti, col nemico e con i partigiani che agivano fuori dal quadro etico che ingiungevamo innanzi tutto a noi stessi; e, i più bravi, anche in quelle che molti giudicano piccole cose. A questo proposito, un aspetto del complesso carattere di Davide me lo rendeva ancora più caro. Ogni partigiano aveva il suo piccolo corredo di biancheria portato da casa, un tesoretto conservato con estrema cura e gelosia. Ebbene, Davide non possedeva nemmeno quello. Era sempre il più disgraziato di tutti, il re degli straccioni, un San Francesco con la pistola a tracolla; peraltro, la sola cosa a cui tenesse. Quante volte ho dovuto allungargli un fazzoletto o un paio di calze, ché vederlo ridotto così mi urtava i nervi! «Vedi, Guido», diceva, mentre mi ostinavo a riempirgli il tascapane, «gli uomini notano subito se il capo ha qualcosa più di loro. Sono tutti cani da tartufo quando si tratta di annusare una presunta ingiustizia che viene dall’alto. E niente, stai pur certo, li allontana dall’assoluta dedizione quanto questo. Se li devi mandare a morire, tocca essere simili a loro, sempre». E per non dover prendere ogni volta le misure, preferiva non avere niente in saccoccia. Eravamo nemici degli epicurei – poco, ma sicuro – stoici fino al midollo; però, mai cinici. E anche chi non lo era di natura – e non avrebbe disdegnato, ogni tanto, la compagnia di Lucrezio, almeno così come se lo immaginavano i primi cristiani: buontempone e a un pelo dall’essere un fior di sibarita – cercava di adeguarsi alla compagnia. Semmai, era il settarismo a rovinare la piazza, a farla da padrone sui pascoli montani, e a malapena sopportavamo che gli altri potessero avere comportamenti diversi dai nostri. Allora, l’intransigenza si trasformava con piacere in estremismo; e poi, subito appresso, in fanatismo e intolleranza. Pur di vedere la propria dottrina prevalere, chi è infatuato di un’idea – ci puoi scommettere le mutandine – sprofonda di buon grado in un’illimitata faziosità, specialmente quando è sotto il lume dell’esprit de clarté. In pochi giorni, Davide e io eravamo diventati inseparabili – peggio di quegli odiosi animaletti con le ali – e, sempre al suo fianco in tutti i combattimenti di armi e di pensiero, mai un’incrinatura turbò la nostra collaborazione. Era instancabile e per seguirlo nelle sue funzioni macinavo chilometri come fossero chicchi di caffé: su per i versanti scoscesi dei monti, dritto nel fitto dei boschi, giù per i torrenti a schizzare fango e a sguazzare coi piedi nella boazza. Da cittadino incallito, la marcia in montagna mi costava una fatica boia, ma avrei allegramente gettato alle ortiche il braccio destro pur di stargli vicino. Ovunque andassimo, Davide si informava di tutto e dava consigli su ogni cosa. Era la quintessenza della perseveranza, l’autorevolezza fatta persona e gli uomini lo stavano a sentire. Li aveva legati a sé in un rapporto di fiducia personale che oltrepassava la consueta disciplina e, meglio di un capitano di ventura, li teneva tutti per le palle. Il giorno dopo l’attacco al presidio di Cerredolo, Nello e Armando assalirono, a pochi chilometri dal paese, una corriera con a bordo un gruppetto di militi. Due uomini furono subito uccisi, gli altri sei catturati. La sera del 4 maggio, Nardi attaccò la caserma dei Carabinieri di Polinago, già colpita il primo di quel mese. Sei uomini, tra carabinieri e militi, furono disarmati e indotti a disertare. Tre giorni dopo, il 7, Nello e Armando fecero saltare tre autovetture tedesche su per la strada delle Radici, tra Montefiorino e Piandelagotti. Quattro soldati e un uomo della Todt furono accoppati. Il 10, Nardi e Marcello attaccarono una cinquantina di Tedeschi e di fascisti a Ponte sul Cervaro, nei pressi di Gombola. Tornavano da una rappresaglia a Casa Pace, rea di avere per qualche tempo ospitato la formazione di Marcello. Scendevano spingendo il bestiame razziato, stracarichi di fagotti pieni di roba da mangiare, di suppellettili, di indumenti predati nelle case incendiate. Sembravano lanzichenecchi di ritorno dal sacco di Roma. Gongolavano, le carogne! Gli uomini aprirono il fuoco dalle due sponde, inchiodandoli per un paio d’ore; poi, all’arrivo dei rinforzi nemici, si sganciarono guadando il Rossenna. La battaglia era stata particolarmente dura – quattro partigiani ci avevano rimesso la pelle, assieme a un numero imprecisato di Tedeschi e di fascisti – ma ne era valsa la pena: i giorni dell’impunità, in cui si poteva ammazzare con disinvoltura i poveretti sull’uscio di casa, erano finiti per sempre. L’intesa tra Armando e Nello funzionava davvero e influenzava indirettamente anche le formazioni di Nardi e di Marcello, convogliando i loro sforzi in una direzione comune e mostrando a tutti i vantaggi dell’unità. Inoltre, la ripresa dell’iniziativa militare e la scelta di rispondere a muso duro, senza paura e senza sconti, stava sgretolando il morale dei fascisti impegnati nella repressione. Chi era salito in montagna illudendosi di poter massacrare impunemente la popolazione e fare la bella vita scopriva quanto fosse facile assaporare anzitempo le delizie della morte bella. Purtroppo, Nardi e Marcello mantenevano ancora un’eccessiva autonomia che rischiava ogni volta di influire negativamente sull’esito dei combattimenti. Il 5 maggio, per dirne una, il tenente De Benedetti, braccio destro di Nardi, aveva bloccato una corriera a Pianorso. Salito sul tetto dell’automezzo assieme ai suoi uomini, era stato scambiato per un fascista da una pattuglia di Nello, preso a fucilate e ferito a morte. Per evitare che la mancanza di coordinamento inficiasse i risultati positivi dell’azione armata, per forzare i tempi dell’unità, correvamo per le giogaie senza un attimo di tregua. D’altra parte, Davide si era allontanato dalla pianura e aveva raggiunto Armando proprio a questo scopo. Il compito, però, non era affatto facile. Tutti capivano l’utilità di essere collegati agli altri per potersi aiutare a vicenda – nelle operazioni, nell’informazione, nella logistica – specialmente ora che le forze partigiane ammontavano già ad almeno mezzo migliaio di uomini, ma ogni gruppo era geloso della propria autonomia. I comandanti delle piccole formazioni locali facevano fatica ad accettare anche soltanto l’idea di una struttura di comando centralizzata, dove il loro prestigio sarebbe stato ridimensionato all’interno di una gerarchia definita secondo criteri di comprovata competenza. L’orgoglio di essere stati i primi a combattere in montagna li rendeva poco disponibili ad accettare la direzione di uomini arrivati in un secondo momento. Inoltre, l’egemonia comunista, che dalla pianura cominciava a estendersi anche alla montagna, dispiaceva a troppi e dietro alla rivendicazione di autonomia si nascondeva sovente un irriducibile dissidio politico. Lo stesso Partito non comprendeva appieno il carattere spesso contraddittorio della Resistenza in montagna, dove spontaneismo e ribellismo si univano a uno schietto desiderio di cambiamento sociale, e non aveva ancora inviato un numero sufficiente di quadri per governare secondo i nostri criteri. Allora, affrontammo il problema del coordinamento militare e della direzione politica affidando la funzione di commissario, man mano che le varie formazioni accettavano di coordinarsi con le forze di Armando, ai soli uomini di cui ci potessimo pienamente fidare: i comandanti gappisti che avevano lavorato sotto gli ordini diretti di Davide e che erano saliti in montagna tra marzo e aprile. In quei giorni, Davide mi presentò Armando. Arrivammo a Ospitale un mattino radioso. Il bel tempo, peraltro, non lo apprezzi da nessun’altra parte meglio che in montagna, dove pioggia, fanghiglia, nebbiume e fogliame gocciolante sono la norma, la tassa che sborsi per l’aria buona e l’assenza di vicinato. Anche uno sbadato avrebbe individuato lo spillo conficcato nel retrotreno di un istrice corridore talmente l’aria era tersa e la mente, nel mezzo di tutto quel candore, spoglia di ogni superfetazione e tesa alla meta. Tutto pareva nuovo di zecca, appena creato da un demiurgo ottimista in vena di bontà. La gioia di vivere, quella mattina, era più forte della fatica e della tensione accumulate nei vari su e giù ai quali non ero ancora assuefatto. E poi, qualche tempo prima, i ragazzi avevano fatto un colpo grosso in un salumificio e sembrava di essere capitati all’improvviso in una norcineria all’aperto. C’erano mortadelle, coppe, pancette, salame da sugo e prosciutti appesi ai rami degli alberi più che in un’allegoria medievale, e forme di cacio – ché gli uni non vanno mai in giro senza le altre – accatastate meglio di una pila di mattoni quando devi tirar su un muro a regola d’arte, ed era tutto un effluvio di cose buone, un rimescolio di fragranze odorose che ti arrivavano dritto al cervelletto risvegliando le arcaiche cupidigie, e un festoso rimestare nel pentolame tra vapori e sfrigolii. Quel dì, gustai la colazione più celestiale che avessi mai ingurgitato, sfiorando simultaneamente – come pare sia la regola – i vertici dell’estasi e del godimento. Sarà stato l’effetto di quell’inatteso e sostanzioso scodellone di carne dopo lunghi giorni di penuria alimentare, ma Armando mi parve fin dal primo istante una gran brava persona. Subito, rivestì ai miei occhi i panni del campione proletario. Sembrava il degno rappresentante di quella tenace stirpe di taciturni montanari che – dopo secoli di schiavitù, di rompimenti di coglioni, di some trasportate sul groppone in silenziosa accondiscendenza – si scrollano d’addosso il giogo dei padroni e acchiappano saldamente il destino nelle proprie grosse e forzute mani. Davide aveva visto giusto – e bene aveva fatto il Partito, poi – a considerarlo l’unica persona degna di fiducia a cui affidare il comando militare di tutte le forze partigiane di montagna. Era il comandante che ci voleva, l’uomo che mostrava al meglio tutte le qualità umane e marziali indispensabili in quel tipo di guerra di corsa e di rapina: era coraggioso, ma non avventato; determinato, senza indulgere mai in crudeltà inutili; maestro nel giudicare gli uomini e grande tattico. Armando, poi, era membro del Partito da lungo tempo, aveva combattuto nelle Brigate Internazionali, conosceva il terreno come le tasche dei suoi bragoni, possedeva quel carisma che fa breccia nel cuore degli uomini di fegato ed era anche un omone simpatico, dal passo sicuro e tranquillo. Intelligente, sapeva valorizzare ogni sottoposto; privo di grande sapere, il suo discorrere sgrammaticato andava, però, dritto al risultato, senza il tergiversare che spesso caratterizza l’uomo di cultura. E lo sa il diavolo quanto poco servisse, tra quelle cime, perdersi in chiacchiere! Il 16 maggio, occupammo Fanano. La filiale del Banco di San Geminiano fu rapinata; gli uffici dell’esattoria delle tasse, il Municipio, l’ufficio postale, quello della Milizia forestale e la sede del Fascio furono incendiati e sei fascisti catturati. La mattina successiva, sopraggiunsero i Tedeschi, ma dopo un breve combattimento facemmo saltare un ponte a valle del paese e ci portammo oltre Ospitale. Nella notte, finalmente, ottenemmo il nostro primo aviolancio alleato: ottanta quintali di materiale, tra cui molti mitra Sten e alcuni fucili mitragliatori Bren. [...]
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