www.mauricebignami.it Gli uomini eguali
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Forse vero non è; ma un giorno è fama
che fur gli uomini eguali, e ignoti nomi fûr plebe e nobiltade. (Parini, Il mezzogiorno, 250-52, da Il giorno) |
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Gli uomini eguali ©Edizioni Bietti 2005 Rassegna stampa Acquista il libro Maurice Bignami |
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Mostri,
cimici e forse anche galline
perché
il diavolo, dietro le sbarre, fa schifo come lo si dipinge
Il portone si
aprì ed entrammo con la macchina in un cortile angusto, simile
a un grigio e profondo pozzo dalle pareti scrostate. Gli sbirri che
mi avevano prelevato dalla Questura mi fecero segno di scendere.
Dall’alto, un sottile e smunto raggio di luce illuminava una
macchia di umidità alla base del muro, sulla mia destra, e
passando notai che l’intonaco si era sgretolato in vari punti,
enfiandosi in altri, e aveva assunto una colorazione verdastra.
Spingendomi, i poliziotti mi condussero all’Ufficio Matricola,
mi consegnarono a due guardie carcerarie e se ne andarono.
La prima guardia, infastidita per essere stata disturbata, la faccia truce, barbugliò quattro parole in un dialetto incomprensibile. Non capivo. «T’ho detto dammi tutto quello che hai!», urlò imbestialita. Si prese le cose che avevo in tasca, la cinghia dei pantaloni e i lacci delle scarpe. Bontà sua, mi lasciò il fazzoletto. «Spogliati!», ringhiò la seconda guardia. Poi, si mise a controllare accuratamente la giacca e i pantaloni, passando le dita sugli orli e sui risvolti. Le mani si muovevano veloci come grossi insetti voraci. Quel tizio mi ricordava il sarto che da piccolo mi voleva insegnare il taglia e cuci, ma più giovane e laido. L’altra guardia era tornata dietro al tavolo, dove sonnecchiava prima del mio arrivo, e una lettera alla volta scriveva le mie generalità su di un grosso registro dalla copertina verde. Lo stesso colore della macchia sul muro del cortile. In quel momento, il particolare mi sembrò di grande importanza. Terminati i preamboli, mi dissero di rivestirmi, mi spalmarono tutti i polpastrelli con dell’inchiostro nero e presero le impronte digitali. Quindi, mi diedero un vecchio cuscino privo di federa e pieno di macchie, una specie di coperta militare, una brocca, una forchetta e un cucchiaio, e mi condussero fuori dall’ufficio, lungo una serie di corridoi interrotti ogni tanto da qualche gradino, alcuni a salire, altri a scendere. Sembrava che a suo tempo i costruttori non avessero le idee chiare sulla direzione da prendere. A ogni svolta, un cancello di ferro e guardie con grosse chiavi come quelle di San Pietro. Due mandate in un senso e due nell’altro. Dall’umidità crescente, capii che eravamo giunti in un’area seminterrata. La poca luce grigiastra che illuminava il cammino proveniva da finestrelle sbarrate rasenti il basso soffitto, infognate nel buio. Dopo un’ultima giravolta e un cancello più massiccio degli altri, raggiungemmo un breve e cupo corridoio chiuso, con alcune grosse porte di legno sulla destra. Ne aprirono una, spalancarono un cancelletto e mi spinsero dentro. La cella era buia e puzzava come una cloaca. Posai la mia roba su di un tavolaccio agganciato al muro, una guardia prese la brocca, l’adagiò a terra tra il cancello e la porta e mi chiuse dentro. Era una cella di isolamento. Ero in galera. Stesi alla meglio la coperta e mi coricai. Che cosa sapevano? Chi aveva fatto il mio nome? Frattaglie di pensieri sparsi mi frullavano in testa, si agitavano simili a grasse larve di mosca strette in un sacco. I contorni della cella si intravedevano appena. Nessun rumore, neanche una voce, un bisbiglio, un colpo di tosse. Ero intrappolato in un silenzio denso come melassa. Finalmente, un po’ di luce cominciò a filtrare dal lucernario. La cella era lunga circa quattro metri e larga poco più di due. La tavola che fungeva da branda era fissata al muro con delle cerniere e trattenuta da una catena. In un angolo, un bugliolo emanava un odore fetido e in vari punti le pareti erano striate di escrementi, come se qualcuno si fosse pulito il culo con le dita e poi avesse spalmato la merda sull’intonaco. Scesi dal tavolaccio, lo tirai su e cominciai a camminare avanti e indietro. Le scarpe prive di lacci sbatacchiavano sul pavimento, producendo una specie di sordo tip tap. Sentii uno scalpitio e la porta si aprì. Era una guardia con uno scopino appresso, un detenuto comune autorizzato dall’amministrazione carceraria a svolgere la mansione di inserviente. Attraverso il cancello, lo scopino – un tizio coi capelli ispidi che parevano gli aculei di un porcospino – mi allungò una pagnotta di pane e un catino, riempì la brocca d’acqua e se ne andò. La guardia richiuse la porta. Privo di sapone e di asciugamano, mi bagnai gli occhi alla Pinocchio e strofinai le dita delle mani col fazzoletto fino a sentirle calde e secche, quasi fossero stecchi di legno raccolti tra la cenere di un camino. Non avevo fame, ma tanto per fare qualcosa iniziai a mangiucchiare la pagnotta. Era molle, leggermente ammuffita. Masticavo lentamente e mandavo giù i bocconi di botto. Bevvi direttamente dalla brocca attraverso le sbarre del cancello. La porta si riaprì e la guardia mi ordinò di alzare le chiappe e di andare con lei. «Dove?», chiesi. Silenzio. Non capii se avessimo fatto lo stesso percorso di prima, ma ci ritrovammo in Matricola, dove mi presero di nuovo le impronte digitali e scattarono alcune fotografie di fronte e di profilo. Tornato in cella, mi portarono una specie di zuppa che mi sforzai di mangiare. Era lunga e insipida e sapeva di bruciato. Quando non ci vidi più, abbassai il tavolaccio e mi sdraiai. Volevo dormire. Volevo conservare le forze. Prima o poi, mi avrebbero interrogato. Era già passato un giorno. Il tempo se n’era andato via un po’ alla volta. Fui svegliato dalla cruda luce di una lampadina. Un nugolo di guardie era venuto a prelevarmi per accompagnarmi di nuovo in Matricola, dove due poliziotti mi attendevano. Mi ammanettarono e salimmo su di un furgone cellulare. Entrammo a Palazzo D’Accursio che era ancora buio pesto. Poi, salimmo al secondo piano e mi rinchiusero in un ufficio, guardato a vista da un poliziotto. Dopo circa mezz’ora, mi portarono dal commissario Pastore. Seduto dietro la scrivania, fingeva di leggere alcuni documenti, passandoli da una pila a un’altra. Dopo un paio di minuti, con un segno della mano indicò un panchetto in mezzo alla stanza. Non eravamo soli. Tre poliziotti che stavano in piedi appoggiati alla parete si avvicinarono e mi inchiodarono sullo sgabello. Due si piazzarono alle mie spalle. Non li vedevo, ma ne sentivo la presenza. Il terzo si sistemò dietro a una macchina da scrivere. Osservavo Pastore. Magro, un po’ incurvato, sembrava un uomo piuttosto alto. Aveva i capelli accuratamente impomatati e vestiva con una traccia di ostentata volgarità. Il viso scarno e rugoso, le spesse e grigie borse sotto gli occhi gli conferivano un’aria torva, lievemente ributtante. Non sapevo dargli un’età. Quando credette opportuno, alzò il capo e mi guardò. «Nel vostro interesse, è meglio che diciate subito tutta la verità su quanto sto per chiedervi» e si inumidì le labbra con la punta della lingua. «Altrimenti, sarà peggio per voi». Risposi con un’alzata di spalle, come per dire: «Dipende da quello che mi chiedi». Uno degli sbirri mi mollò uno schiaffone. Barcollai. L’altro fece altrettanto, rimettendomi in equilibrio. «Come vedi», disse Pastore, passando dal voi al tu, «qui sei tra gentiluomini e non ti devi permettere di rispondere con un’alzata di spalle. Capito?». Poi, continuò: «Raccontami alla svelta che attività politica svolgi a Bologna». Rimasi in silenzio. Non c’era niente da dire. Allora, fioccarono i pugni da ogni parte. Dopo di che, iniziarono a colpirmi sulla schiena e sui fianchi con dei sacchetti pieni di sabbia lunghi come salami, saltati fuori da chi sa dove. Picchiavano con metodo, senza fretta, da professionisti. Il pestaggio durò a lungo. Infine, Pastore si alzò e avvicinandosi mi alitò in faccia. «Sei un pezzo di merda, brutto minchione, ma sappiamo noi come farti parlare. Stronzo!». Il suo alito sapeva d’aglio, con un sottofondo di vino rancido. Mi acchiappò per il ciuffo, tirandomi su il viso. «Ci serve solo una conferma, sappiamo già tutto. Pensaci» e gli sbirri, abbrancandomi per le braccia, mi trascinarono fuori dall’ufficio. Faticavo a respirare e a stare in piedi. Avevo la mente annebbiata. Volevo stendermi e riposare. Mi buttarono su di una sedia in corridoio. Finalmente, dopo un po’, mi riportarono a San Giovanni. Durante il viaggio, i poliziotti di scorta provarono a giocare alle guardie ragionevoli. «Parla, ch’è meglio per te. Collabora! È inutile che fai il testardo, tanto sappiamo ogni cosa». Ma avevo già capito l’essenziale e sapevo come comportarmi. Con gli occhi chiusi, aspettavo semplicemente che il viaggio finisse. Tornato in cella, mi accovacciai sul tavolaccio. Volevo dormire, ma non riuscivo a prendere sonno. Mi faceva male dappertutto e respiravo come un tubercolotico. Una volta, alla Sempre Avanti, avevo provato a tirare di boxe per un paio di round. Ne avevo prese così tante, però, che mi era passata la voglia del pugilato e da quel giorno, se c’era da picchiare, partivo per primo e cercavo di chiuderla lì, senza diritto di replica. Era lo stesso tipo di male, solo più forte. Se pensavano di farmi parlare coi loro salami del cazzo, potevano infilarseli dove dico io! Mi ero liberato dell’apatia che mi offuscava la mente dal mio ingresso in galera. Avevo anche superato il primo interrogatorio e i timori di non farcela, almeno per ora. Mi scappava quasi da ridere, perché era la noia, adesso, che mi ammazzava. La notte non finiva mai e quando venne l’alba fu anche peggio. Il dolore si attenuò, provai ad alzarmi e a camminare, ma non sapevo cosa fare. La solitudine e il silenzio mi opprimevano. Ogni tanto, rimuginavo sui miei genitori, sui compagni che speravo fossero ancora liberi. Dopo di che, mi concentravo di nuovo su come passare il tempo senza pensare a niente, solo a sminuzzarne una parte e poi un’altra ancora. Udii dei rumori, la porta si aprì e lo scopino mi allungò una pagnotta. Bene. Non avevo fame, ma rosicchiando il pane un pezzetto alla volta speravo che il tempo scivolasse via più in fretta. Pensai di intervallare cinque bocconi con cento passi avanti e indietro. Stavo imparando che tutto sta nel trovare nuove forme di suddivisione. L’insieme, così, sembra meno sconfinato. La porta si aprì di nuovo. Sentii la guardia allontanarsi, confabulare con qualcuno in corridoio. D’improvviso, lo scopino infilò dentro la testa. Nel riquadro, con quel collo lungo e privo di camicia, pareva la capoccia di un burattino. «I tuoi compagni ti salutano. Fatti coraggio!». Non feci in tempo a rispondere. La guardia lo chiamò, lui tirò via la testa e la porta si richiuse. Era il mio secondo giorno di carcere, avevo già preso un sacco di botte, ma in quel momento esultai. I compagni mi avevano scovato anche in quella fogna! Era solo questione di tempo e prima o poi ci saremmo incontrati. Ci vuole poco a farti contento, quando ti sei ficcato in testa che le cose stanno così come stanno ed è inutile pensare a come avrebbero potuto essere. Questo, è l’unico segreto da carpire in un corso di sopravvivenza. Per la terza volta, la porta si spalancò e la guardia mi chiese se volessi andare all’aria. Presi la giacca e passai in corridoio. Speravo di incontrare qualcuno, ma durante il tragitto non incrociammo nessuno. Girammo un angolo e l’ultimo cancello si aprì su di un cortile suddiviso in una mezza dozzina di celle a cielo aperto, in quel momento vuote. Un muraglione le separava dall’area dei passeggi. In alto, si intravedevano le finestre del secondo piano tradizionalmente denominato della Settantina, ma ora ufficialmente definito il Braccetto, l’ala del carcere in cui venivano rinchiusi i detenuti politici. Su di una torretta d’angolo, una sentinella faceva la guardia. Mentre mi aggiravo spaesato, da una delle celle, lassù, udii un uomo urlare. «Dài, Nino! Sono negativo!». Era Modesto Benfenati. Come temeva, avevano incastrato anche lui, ma non aveva parlato. Questa certezza e, contro ogni logica, il fatto di saperlo lì con me mi diedero una botta di speranza. Tornato in cella, mi rifilarono una gavetta ricolma di minestra brodosa, con quattro fagioli e qualche chiazza di unto in superficie. Presi il resto della pagnotta, lo spezzai a tocchetti, lo buttai nella brodaglia e, gonfiandosi, il pane assorbì l’eccesso d’acqua. Mangiai con allegria. Nel pomeriggio, però, mentre camminavo avanti e indietro e le costole avevano ricominciato a dolermi, la malinconia tirò fuori il suo brutto muso e mi saltò di nuovo addosso. Inutilmente, mi sforzavo di non pensare alla famiglia, ma l’immagine di mia madre in lacrime mi addentava lo stomaco, arpionandomi il cuore. «Come farà a superare questo momento», mi chiedevo; «lei, che fa tutto per me?». Anche il ricordo di quella ragazza che mi voleva bene mi ossessionava. «Per fortuna, non mi sono legato a lei! Da questo punto di vista», mi dicevo, «sono libero di stare in galera». E questo pensiero, per un po’, mi faceva sentire meglio. Marciavo senza sosta; a volte, cantavo. Cercavo di non pensare a tutto quello che c’era fuori, di non pensare a un accidenti. «Questione d’allenamento», continuavo a ripetermi. «Devo pensare a San Giovanni in Monte e basta. D’ora in poi, questo è il mio mondo. Domani, mi rimanderanno all’aria e forse qualcuno si farà sentire di nuovo». I compagni erano già a conoscenza del mio arresto e il messaggio dello scopino era la riprova che si poteva comunicare anche dalle celle d’isolamento. «Prima o dopo», insistevo, «mi metteranno assieme ad altri. Poi, finita l’istruttoria, mi manderanno al Tribunale Speciale e quando mi avranno condannato – che se la troncassero in culo, quei porci! – andrò al penitenziario e lì, stando coi vecchi quadri del Partito, finalmente potrò studiare e prepararmi sul serio». Ogni tanto, il viso di mia madre o il profumo di quella ragazza irrompevano come bulldozer ammattiti e mandavano a catafascio tutte le chiacchiere da militante con cui mi imbottivo la testa per non vedere nient’altro che i miei piedi andare avanti e indietro. Allora, riprendevo a fatica a confabulare da solo, cercando di ritrovare quella vena di esaltazione che mi dava la spinta. [...]
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