www.mauricebignami.it Gli uomini eguali
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Forse vero non è; ma un giorno è fama
che fur gli uomini eguali, e ignoti nomi fûr plebe e nobiltade. (Parini, Il mezzogiorno, 250-52, da Il giorno) |
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Gli uomini eguali ©Edizioni Bietti 2005 Rassegna stampa Acquista il libro Maurice Bignami |
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Neve
per non scordare, dalle parti del Don, la tenacia degli uni e quella degli altri Negli ultimi
giorni di primavera, la situazione politica cominciò a esigere
una nostra presenza continua nel quartiere. Le sconfitte militari e
l’aumentare vertiginoso dei morti e dei prigionieri avevano
accresciuto il malcontento e i simpatizzanti si erano fatti tanti,
quasi una mezza brigata.
In apparenza, la vita era quella di sempre e la gente continuava a frequentare i caffè, i cinema e le sale da ballo, ma l’illusione che la guerra si sarebbe conclusa prima di patire le pene dell’inferno era bella che finita. I primi fastidi dovuti all’introduzione della tessera annonaria, avvenuta in forma blanda alla fine del ’39, erano alle porte. A marzo, la quantità mensile autorizzata di olio o di burro era già stata fissata a 400 grammi. A ottobre, anche il pane sarebbe stato razionato. Insomma, qualcuno di noi doveva esserci sempre dalle parti del Pratello. Così, quando venni a sapere che cercavano un tornitore alla Gualandi e Magnani, un’officina di via Pietralata a una cinquantina di metri dal bar Romolo, mi licenziai da Tartarini e Masotti e smisi i panni di capo del personale. Peraltro, mi ero anche stufato di quel ruolo spesso scomodo e qualche volta persino ambiguo. Avevamo cambiato casa proprio in quei giorni, Rina e io – andando ad abitare per conto nostro in via Fanghi, ora via Cavallotti, a due passi da porta Sant’Isaia – ma anche così bastavano pochi minuti per raggiungere il nuovo posto di lavoro. Gualandi e Magnani, i due soci, erano quanto di meglio si potesse sperare in fatto di padroni. Il lavoro salariato è un giogo umiliante, ma guadagnarsi il pane tra amici addolcisce la pillola e nulla mi impediva di crearmi una realtà lavorativa meno opprimente delle altre. A dirla tutta, in quell’officina ci andavo addirittura volentieri. C’era anche il tempo per dedicarsi a lavori di fantasia. Un pomeriggio in cui la primavera faceva sentire i suoi richiami con prepotenza e avresti voluto essere ovunque fuorché dietro a un tornio, un cliente amico dei principali mi chiese di congegnargli un mulino per macinare in casa il grano. Quell’uomo si ribellava a modo suo e, pur non essendo una gran trovata, parteciparvi mi divertiva assai di più che fabbricare forcelle come prevedeva il copione. Cominciai a progettare l’attrezzo e l’officina mi parve subito meno tetra. Per confezionare quel macinino, presi due tamburi da freno di una vecchia Balilla, due pignoni di un differenziale, un paio di tondini per fissarvi i suddetti, una puleggia, un imbuto e un motorino elettrico. Da un marmista, feci tagliare una macina e un macinello di granito. Quando il trabiccolo fu assemblato, lo provai varie volte in officina, modificando le scannellature fino a ottenere una farina come dio comanda. Una meraviglia! Era talmente bello, quel mulino portatile, e la farina così fine e profumata che ne feci subito un altro anche per me. Fra i clienti dell’officina, vi era anche un certo Gotti, che aveva iniziato pure lui a montare impianti a metano, il che la dice lunga sulla penuria di benzina e sull’amore dei Bolognesi per le gite in automobile. Non avendo un tornio a bottega, commissionava una parte della lavorazione e spesso, pressato dalle richieste, mi chiedeva di restare oltre il consueto orario di lavoro. Come dire di no? D’altra parte, con quei quattro soldi in più potevo acquistare altre risme di carta per la stampa clandestina. Così, quell’amabile collaborazione creò, tra me e il Gotti, una certa simpatia e di tanto in tanto, dandomi una pacca sulle spalle, il brav’uomo diceva: «Nino, perché non ti metti per conto tuo?». «Magari», rispondevo regolarmente, «ma con che soldi?». E lui a insistere: «Dài, datti da fare». Un bel dì, non ce la feci più. «Gotti, perché non mi aiutate voi che siete in grado di farlo?». Mi guardò, abbozzando un sorriso. «Finalmente ti sei deciso! Vieni questa sera a casa mia che ne parliamo con calma». Ne chiacchierammo quella sera e un’altra ancora; dopo di che, trovammo una soluzione. Con un amico, uno che si chiamava Vincenzo e col quale avevo lavorato alla Calzoni, ci eravamo spesso baloccati attorno a una nostra officina ideale. «Pensa, Nino», diceva Vincenzo con uno sguardo trasognato che pareva quello di un innamorato perso, «un’officina nostra… lavorare senza padroni tra i coglioni!». Vincenzo, poi, era un tornitore assai più rifinito di me, uno su cui professionalmente si poteva contare. Anche dal punto di vista della serietà e della fiducia sembrava una persona a posto. E soprattutto – ma questo non lo dissi al simpatico Gotti, né quelle sere né mai – non aveva a che fare con la politica e mi avrebbe coperto tutte le volte che avessi dovuto assentarmi dal lavoro, per volere mio o per quello della Polizia. Purtroppo, nessuno di noi aveva un soldo da parte e i commercianti di macchine utensili, coi loro compari di mercato agli ultimi posti nel campionato mondiale della generosità, non erano mai stati inclini a farci credito per l’intera somma necessaria. Ora, però, saltava fuori dal cilindro del signor Gotti una soluzione su misura: lui ci avrebbe prestato tutto il denaro per mettere su l’officina, diventando comproprietario della società per quanto riguardava le macchine e gli utensili presenti e futuri; noi ci impegnavamo a restituirgli l’intera somma a cinque mila lire al mese. Naturalmente, subito avvisato, anche Vincenzo fu d’accordo e qualche giorno appresso partimmo per le Officine Breda di Padova e acquistammo due torni, un trapano e gli attrezzi necessari per allestire la bottega. Avrebbero consegnato tutta la mercanzia appena avessimo trovato un posto in cui farcela mandare. Adesso, non restava che scovare un luogo adatto e ottenere l’autorizzazione e gli allacci alla corrente elettrica. Per quanta buona lena mettessimo nella ricerca di un angolino, però, non si trovava nulla di economico. Tutti i vari magazzini, capannoni, baracchette e sottoscala costavano sempre più di quanto ci potessimo permettere. Allora, allargammo le indagini alla periferia e poi ancora più lontano. Ormai, eravamo rassegnati a emigrare anche nello sprofondo della bassa quando Ubaldo Gardi, uno dei ragazzi del livello ristretto della cellula del Pratello, che aveva messo su un piccolo laboratorio da arrotino a Casalecchio di Reno, ci mostrò un locale accanto al suo, nel cortile di un caseggiato. Rifacemmo il pavimento, imbiancammo le pareti alla meglio, il fratello di un amico installò gratis l’impianto elettrico e, per la corrente, ci allacciammo al contatore di Ubaldo. Per tutti i diavoli dell’inferno, senza quasi rendermene conto ero diventato un capitalista anch’io! E devo riconoscere in tutta sincerità che il periodo da padrone di officina a Casalecchio di Reno – durato un paio d’anni, fino al 25 luglio del ’43, quando ben altro andò a ramengo – è stato uno dei più felici e spensierati. Ben presto, ci mettemmo a lavorare per l’ACMA e il guadagno era tale da permetterci di sgobbare solo mezza giornata a testa. Finalmente, ero l’unico proprietario della mia vita e senza pagare il fio di una sudicia e ingombrante mentalità capitalistica. Più aumentavano gli introiti e meno lavoravo. Era la mia via al comunismo primitivo. Una favola; e finché durò, una favola bella. Il mio socio, purtroppo, si rivelò alla lunga una merdina. Era un essere insofferente, anche con se stesso. Rimasto vedovo con due figlie in tenera età, le aveva affidate a una sorella a cui già aveva appioppato la vecchia madre e si era poi risposato con una ragazza che pareva più giovane di loro. Ma questi erano affari suoi. Affari miei erano le sue frequenti assenze dall’officina quando toccava a lui lavorare e invece si dava malato per smaltire la notte passata a giocare d’azzardo e a bere come un boia. Quando si parlava di politica, poi, sosteneva che noi comunisti ci sacrificavamo inutilmente come dei pistola. E questo, per tutti i santi del paradiso, mi faceva girare mortalmente i marroni! «Tanto», diceva, «al momento opportuno ci sarà una sollevazione generale che manderà tutti questi stronzi fuori dalle balle. Che bisogno c’è di farsi massacrare prima del tempo?». Era quel genere di buonsenso che fa andare il sangue agli occhi a chi si dà un gran daffare e rischia la buccia prima dell’ora fatidica. A mitigare le offese, però, c’erano il piacere di non avere nessuno che mi comandasse e le numerose ore di tempo libero da dedicare al Partito. Erano doni talmente inestimabili e fino ad allora del tutto inconcepibili che il mio socio e tutte le sue miserie e acide battute svanivano, smorzati da un senso di generale sazietà che non avevo mai provato prima. Anche l’amicizia con Ubaldo era un fatto importante nel rinnovato assetto della mia esistenza. La nuova officina e il vecchio laboratorio presto si trasformarono in luoghi privilegiati di dibattito politico e di piacevole compagnia. Tutti i giorni, in ogni momento, c’era sempre qualche simpatizzante che non vedeva l’ora di fare quattro chiacchiere e Mercedes, la compagna di Ubaldo, di professione parrucchiera, era spesso attorniata da uno stuolo di giovani apprendiste. Così, nel giro di un paio di settimane, in quel cortile di Casalecchio di Reno si creò una specie di oasi gioiosa nel bel mezzo di un deserto sempre più mesto, con una guerra che si faceva ogni giorno più dura e priva di evidenti soluzioni a corto raggio. Portai anche il mulino, e il dolce profumo della farina si mischiò all’odore acre dell’olio da macchina. Poiché i doni, anche quelli più seducenti, hanno frequentemente risvolti amari, nacquero di lì a poco alcune contestazioni. Difatti, poche settimane dopo l’inaugurazione dell’officina, Mario Peloni mi avvertì che il Partito voleva che mi spostassi al più presto all’ACMA per sostituire alcuni compagni arrestati in quei giorni. Non ricordo più per quale maledetto motivo, ma la nostra presenza in quella fabbrica andava garantita a ogni costo. Quando gli ricordai che ormai non mi era più possibile cambiare lavoro ogni quarto d’ora, parve piuttosto seccato. «In questo momento, il Partito ha bisogno di tutti i compagni», mi disse un po’ piccato, con quella sua vocina monocorde, «e tu, che fai? Apri un’officina!». Mi guardava sconsolato come se fossi diventato una specie di pappone. «Se la guerra continua, e continuerà ancora per un bel po’, mica solo la tua officina, ma anche tutte le altre andranno a catafascio». Adesso, pareva un predicatore d’altri tempi, un profeta di sventura. «E le città? A tocchi, le città! Tra poco, coi bombardamenti a tappeto qua sarà tutta una rovina. Caro compagno, hai fatto proprio una bella stronzata!». Sarà, mi dissi, ma non ne ero troppo convinto. Cercai di giustificarmi, sostenendo che ora avevo più tempo da dedicare al Partito e anche più soldi per acquistare il materiale indispensabile alla propaganda, ma Mario non cambiò idea. Nemmeno io. Insomma, per farla breve, mi toccò valorizzare al meglio le nuove opportunità e alla fine, a conti fatti, furono tutti felici e contenti, Mario compreso. La nostra cellula si riuniva ormai solo di sera, per evitare che qualche fascista incarognito dalle pessime notizie di guerra si mettesse a far casino incontrandoci per strada. Ci vedevamo a casa di mia madre, in Santa Croce, o nella mia nuova abitazione a piano terra in via Fanghi. Qualcuno bussava alla finestra ed erano Peloni e Fontana che mi venivano a trovare, quasi sempre in compagnia degli altri. C’erano Bruno Monti, Giovanni Bortolani e la Maria, Vittorio Belletti, Ubaldo e la Mercedes, Aldo Ferri, Carissimo e Ciccio. Chi portava un po’ d’olio, chi della farina, e Rina tirava fuori il tagliere e il mattarello e, tra la stesura di un volantino e una crescentina, la riunione durava fino a tardi. Così, quand’era l’ora di andare a dormire, l’affetto che ci legava andava ben oltre la simpatia scaturita dalla comunanza delle idee. Adesso, ci volevamo bene a prescindere, anche se la lotta dava alla nostra amicizia un sapore dolceamaro a cui non avremmo più saputo fare a meno. Un paio di settimane prima che accadesse, Peloni e Fontana mi avvisarono che eravamo ormai arrivati al dunque. Questione di giorni, forse di ore, e la guerra vera avrebbe avuto inizio. La Germania stava per aggredire l’Unione Sovietica e si cominciava finalmente a fare sul serio. Che sollievo! Non vedevo l’ora che iniziasse! Dopo averle prese in Spagna e pareggiate in Finlandia, la Patria del Socialismo avrebbe fatto vedere a tutti quanti di che pasta era fatta. Con l’amaro in bocca, avevamo assistito alle prestazioni germaniche in giro per l’Europa; adesso, avremmo dato a Hitler una lezione tale da levargli per sempre la voglia di fare la guerra. Con la firma del trattato di non aggressione, la Russia si era presa tutto il tempo necessario per rafforzare le proprie difese e ora c’erano tante di quelle divisioni e tanti di quegli aerei e tanti di quei carri armati da staccargli la testa dal collo al primo colpo, a quel fighetto, come si fa con un cappone prima di metterlo in pentola! Quel che ci inquietava, piuttosto, era l’atteggiamento che avrebbero tenuto la Gran Bretagna e gli Stati Uniti. Con chi si sarebbero schierati? Con Hitler o con Stalin? Coi nazisti o con i comunisti? «Siamo alle soglie di grandi e sconvolgenti avvenimenti», disse Mario. «Perciò, attenti, che dobbiamo essere sempre pronti a cogliere le occasioni!». Emozionato e teso come un bambino quando gli confidano un segreto grande come il cuore della mamma e muore dalla voglia di andarlo a spifferare in giro, d’improvviso ero colto dalla voglia matta di acchiappare il primo omino che mi passasse acconto e urlargli: «I Tedeschi! I Tedeschi stanno per attaccare la Russia! Vedrai come li ridurremo, noi comunisti, ‘sti stronzi maledetti: li faremo a tocchi e non avranno manco gli occhi per piangere!». E nell’attesa che succedesse, gongolavo. Il 22 giugno del ’41, i Tedeschi sfondarono le linee di difesa sovietiche come se fossero castelli di sabbia presi a pedate. Entrarono in Russia che pareva casa loro. Avanzavano e nessuno era in grado di fermarli. [...]
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