www.mauricebignami.it            Gli uomini eguali
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Forse vero non è; ma un giorno è fama che fur gli uomini eguali,
e ignoti nomi fûr plebe e nobiltade.
(Parini, Il mezzogiorno, 250-52, da Il giorno)
Gli uomini eguali
©Edizioni Bietti 2005
 
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    Maurice Bignami

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    Pasta e fagioli
    dove si va al servizio militare e a Parigi subito appresso

    Col servizio militare pronto a saltarmi addosso, il 1930 si presentava decisamente come un anno funesto. Il pensiero di dovermi arruolare mi angustiava. La sola idea di mettere piede in una caserma, per giunta alla fascista, mi faceva andare di matto, specialmente ora che la vita cominciava a sorridermi.
    Ero in preda all’angoscia, quando una mattina fui chiamato assieme ad altri due giovani operai della mia età da un colonnello in congedo impiegato alla Weber, che ci propose di frequentare un corso da capofficina presso il VI Centro automobilistico dell’Esercito, fuori porta San Mamolo. Era una bella opportunità, da cogliere al balzo. Se avessimo vinto il concorso, avremmo svolto tutto il servizio militare a Bologna e, superato il consueto periodo di istruzione come ogni bravo soldatino che si rispetti, saremmo stati assegnati per la pratica in officina all’autoparco militare, fuori porta San Vitale. Inoltre, ci saremmo presentati alle armi un paio di settimane dopo le altre reclute. Un’inezia, ma per un ragazzo sotto pressione, che si guarda attorno alla ricerca di una via di fuga, quindici giorni di libertà in più possono anche sembrare un dono caduto dal cielo.
    Così, pur di non spostarmi da casa, la prospettiva di indossare una divisa non mi faceva più tanto schifo. Anzi, accettando quella proposta – mi raccontavo tra me e me – sarei stato inserito in un organismo militare e questo, in un qualche modo, poteva essere utile al Partito. E poi, chi sa che bellimbusto sarei stato con quella robaccia addosso, quante bionde scioccherelle mi avrebbero divorato con gli occhi! Negli ultimi tempi, ero divento un moraccio piuttosto allettante; piccoletto, ma ben proporzionato. Addirittura elegante, se tralasciavi lo sguardo sempre un po’ strafottente e paraculo, qualche volta anche da barracuda. A vent’anni, come si è bravi a unire l’utile al dilettevole!
    Al concorso, grazie all’appoggio sfacciato del colonnello, ci piazzammo tutti e tre nei primi dieci posti su oltre trecento concorrenti, molti assai più bravi di noi.
    Incominciai a fare il soldato il primo maggio e le condizioni atmosferiche erano di pessimo auspicio. Faceva un freddo boia e il magazzino vestiario dovette ridistribuire i pastrani invernali ritirati alcune settimane prima. La neve cadeva a fiocchi grossi come marroni, fitta e spietata. Sospinta dal vento, ricopriva ogni cosa, si intrufolava sotto i portici accumulandosi in grossi mucchi negli angoli e trasformando ogni rientranza in una sepolcrale ghiacciaia. A tradimento, l’inverno morente stava strozzando la primavera e avvolgeva Bologna in un bianco e scricchiolante sudario.
    Fin dai primi giorni, capii che non ero tagliato per la vita militare. Dopo una settimana, ero certo di avere commesso un tragico errore. Dal soldato semplice all’ufficiale comandante, ogni affiliato a quella dissennata combriccola mi sembrava un deficiente, un pazzo furioso fuggito dal manicomio. La caserma era un luogo surreale, dai costumi strampalati. Tutti si agitavano in modo incomprensibile. Attimi di furiosa attività si alternavano a lunghe pause di noia mortale. Ogni membro di quella minuziosa scala gerarchica si sentiva in dovere di ossequiare l’inquilino di sopra e massacrare quello di sotto. E io, appena arrivato, ero l’ultimo della trafila. Mi sentivo in trappola, ero disperato e già mi distraevo immaginando rocambolesche evasioni, quando la fortuna mi venne incontro camuffata da accidente. Facendo uno sforzo, una bella mattina mi uscì una punta di ernia inguinale. Evviva! Marcai subito visita, fui ricoverato all’ospedale militare, in via dell’Abbadia, e malgrado tutti mi consigliassero il contrario – altrimenti, avrei perso l’opportunità di diventare capofficina – rifiutai di essere operato e venni riformato.
    Il mio servizio di leva era durato esattamente tre mesi e quattordici giorni. Anche troppo.
    Tornato alla vita civile, mi ritrovai senza lavoro. Il posto alla Weber era già stato occupato e per il momento non avevano bisogno di altri tornitori. Il colonnello, poi, mi avrebbe preso a ciabattate in faccia per tutta l’officina.
    Dal ‘29, una crisi economica di spaventose proporzioni stava investendo il mondo capitalistico. Non era il primo cataclisma a scuotere le fondamenta del sistema, ma era di certo il peggiore. Anche i ricchi ne uscivano a pezzi e affranti si buttavano giù dalla finestra, cascando a peso morto addosso ai poveri. Mentre le istituzioni della società borghese marcivano come cespi di banane abbandonati nei pressi di un molo in disuso, le uniche virtù a prosperare erano la corruzione, la criminalità e lo sciovinismo nazionalistico.
    La Francia, pur con una produzione industriale in calo e con più di un milione di disoccupati, era il Paese europeo meno colpito dalla crisi e, dalla fine del ’29, molti Italiani vi si erano rifugiati. Così, volli tentare anch’io l’impresa.
    Mio padre era amico di un certo Umberto Piaz, emigrato già da alcuni mesi a Parigi e detto il Duca per il vezzo di portare la bombetta appoggiata con eleganza sulle ventitrè. Uomo dalla forza erculea, quasi leggendaria, si era sempre comportato come un bravo compagno, del genere anarchico attaccabrighe. All’inizio del ‘900, aveva raggiunto Genova in cerca di lavoro, si era sposato, aveva cominciato a tirar su un paio di marmocchi, ma, rimasto vedovo e rimaritatosi con una Bolognese che gli aveva scodellato altri tre figli, era stato ripreso dalla smania per la sua città natale. Tornato a casa, dovette scontrarsi con i nuovi bulli del quartiere per riconquistare il diritto a quell’eleganza un po’ sfrontata che era divenuta ormai una specie di seconda pelle e, soprattutto, l’attestato della sua superiorità.
    A lungo è rimasto nella memoria collettiva del Pratello quel pomeriggio in cui il Duca si incamminò a braccetto della moglie, dirigendosi verso via Pietralata. Di fronte al bar Romolo, un caffè che era un’istituzione, l’attendevano una mezza dozzina di facchini decisi a tirarlo giù dal trono. Uno di loro – si presume il più deciso – si avvicinò e gli mollò uno scappellotto sulla nuca, scaraventando la bombetta nel rigagnolo. Il Duca, allora, dopo essersi scusato con la consorte e averla fatta accomodare su di una sedia, si sbottonò la giacca e con la grazia del pugilatore – un dono che fu immediatamente rilevato con straordinaria competenza da tutti i convenuti – reagì con un uppercut di sinistro. Appena colpito, l’incauto aggressore ruzzolò nella canaletta a tenere compagnia al copricapo. Subito, si scatenò una zuffa furibonda, ma era sempre il facchino ad avere la peggio, finché questi non si decise a raccogliere la bombetta, a darle una spolverata alla meglio e a consegnarla nelle mani di un nobiluomo perfettamente a suo agio in questi giochi di mano, sereno e già privo di rancore. Da quel giorno, Umberto Piaz fu accettato dai ragazzi del quartiere come uno di loro, con pieno diritto al nome e all’insegna.

    Partii per Parigi i primi di marzo del ‘31, accompagnato da Bruno Giacobazzi, un amico macellaio. Giunti al confine, però, fummo subito bloccati dai doganieri francesi. I passaporti erano stati rilasciati per lavoro e non per turismo e da qualche settimana la Francia non accoglieva più altri emigranti sul proprio territorio. Anche da quelle parti, ormai, la crisi colpiva duro, a dritta e a manca. Dopo avere insistito inutilmente, seguimmo il consiglio di un connazionale incontrato per caso. Prendemmo un altro treno e, quando nuovi doganieri ci dissero che non potevamo espatriare, dichiarammo di voler solamente visitare l’Esposizione Coloniale Mondiale, che innalzava i suoi fantasmagorici padiglioni nei pressi del bosco di Vincennes, alla Porte Dorée. Così, passammo indenni la frontiera, ma gli sbirri applicarono sul passaporto un visto turistico, che purtroppo non ci consentiva di lavorare legalmente.
    Arrivammo alla Gare de Lyon, la stazione parigina a cui facevano capo tutti i treni provenienti da sud, e trovammo il Duca ad aspettarci con altri due Bolognesi che conoscevo da lungo tempo. Il primo, Amleto Leoni, detto il Biondino, era stato membro della cellula di via Santa Croce; il secondo, Pietro, aveva lavorato dal professor Mario Sarto, il marmista con la bottega all’Arco Guidi. Questi aveva una camera singola in un hotel proprio lì vicino. Amleto, invece, divideva la sua con il Duca in un alberghetto di Passage Courtois, tra Place de la Nation e il cimitero del Père Lachaise, dove avevano riservato una stanza anche per Bruno e per me.
    Stranieri perduti in una metropoli da decenni capitale del mondo, un po’ smarriti, qualche volta malinconici, ma affamati come giovani lupi, noi ragazzi diventammo lì per lì amici per la pelle. Sembravamo una famiglia di lombrichini, sempre uno attaccato all’altro, indistinguibili e continuamente indaffarati a rosicchiare la nostra fetta di sottobosco.
    Da Amleto e da altri compagni, per la maggior parte rifugiati politici, venni subito a sapere quanto dura fosse la vita degli immigrati italiani a Parigi, ma tutto sommato come potesse essere anche più che accettabile. Quasi tutti costretti a vivacchiare nell’illegalità, con la cacciata a pedate garantita al primo controllo di polizia, riuscivano, però, a sopravvivere grazie alla complessa amministrazione di quella immensa città. Suddivisa in numerosi arrondissements, circoscrizioni con un’amministrazione per certi versi autonoma da quella centrale, Parigi offriva una straordinaria scappatoia a chi non avesse documenti in regola. Spesso, era sufficiente cambiare quartiere per sfuggire all’applicazione del provvedimento di espulsione e ricominciare tutta la trafila daccapo. E ci furono compagni che ne collezionarono più di dieci senza dover abbandonare la Francia. Inoltre, gli antifascisti conosciuti potevano contare sull’appoggio della colonia degli illegali. Malgrado la miseria attecchisse come l’edera sul vecchio tronco nel cuore della foresta, i pochi che lavoravano dividevano di buon grado la paga con gli altri e quelli che avevano un’attività artigianale in proprio assumevano di preferenza i fuoriusciti. Conobbi in quel periodo un Bolognese, un certo Checco, che non aveva mai fatto politica, ma teneva a disposizione degli Italiani appena espatriati un paio di camere, pagandole col suo salario di pulitore di vetri.
    Dopo alcuni giorni, Bruno fu assunto come marmista nella bottega in cui lavoravano Amleto e il Duca. Aspettando che si liberasse un posto in una piccola officina meccanica di un vecchio militante socialista emigrato all’inizio del secolo – uno dei tanti che, pur esprimendosi ormai in un italiano bastardo, non aveva perso la memoria – un po’ a disagio per essere ancora privo di un lavoro e di una paga, contribuivo alla causa collettiva rendendomi utile in cucina. Ero un ragazzo del popolo, ma anche figlio unico e, soprattutto, il suo bel cocco di mamma, e a vent’anni non avevo ancora messo mano alla padella. Per quanto le nostre esigenze fossero a dir poco frugali – attinenti più alla quantità di cibo da ingurgitare che alla qualità – riuscii ad approntare qualcosa di commestibile soltanto grazie alla perseveranza di una gentile padrona di casa di nome Rosa, un donnino rotondetto di mezza età, moglie di un altro Bolognese che soggiornava nel nostro albergo e che mi istruì con trasporto materno sui prodromi della gastronomia. All’inizio, per non sbagliare, mi limitai a un menu ridotto all’essenziale. Mettevo in tavola, assieme al pane e al vino, una pentola di minestrone, alcune fette di salame all’aglio, un tocco di camembert e qualche foglia d’insalata. La domenica, acquistavo le provviste settimanali al mercato rionale e ogni giorno sbrigavo la spesa minuta nei negozietti dei dintorni. E per il resto, me la godevo andando a zonzo per la città. È quello, d’altra parte, il miglior modo per imparare in fretta e con scarsa fatica gli usi e i costumi altrui.
    Oltre a ciò, cooperavo al comune bilancio grazie alla buona fede del grande industriale Coty, il re delle acque di colonia e delle creme di bellezza. Quel simpatico magnate si era messo in testa di stampare un giornale qualunquista e titolarlo L’Ami du Peuple, come il foglio rivoluzionario del cittadino Marat. Che bestemmia! Stabilii, pertanto, che egli divenisse quantomeno un mecenate e contribuisse al benessere di quattro esuli poveracci. Quel fogliaccio si acquistava all’americana, prelevandolo direttamente da cassette di legno addossate alla ringhiera delle buche del Métro. Tutte le mattine, sistematicamente, come il buon pastore che va a mungere le pecorelle, mi recavo alla fermata sotto casa, in Boulevard de Ménilmontant, gettavo una monetina nel barattolo e ne ritiravo un paio, in barba a tutti i Coty della terra. Come riappropriazione proletaria non era un granché, ma tirava su il morale e garantiva la frutta di stagione.
    Una domenica, comprai al mercato un sacco di borlotti di una trentina di chili e, in quattro e quattr’otto, la pasta e fagioli divenne la mia specialità. Ne facevo una pentola intera per il pranzo e per la cena, seguendo il vecchio adagio che, se è buona calda, fredda lo è ancora di più. Con tanta pazienza e l’ausilio di un bicchiere, schiacciavo quei grossi semoni in uno scolapasta e preparavo un intruglio così denso, ma così denso che potevi cantare tutta L’Internazionale in francese prima che un cucchiaio piantato per dritto accennasse a piegare il capo. Tutti mi elogiavano – compreso Rosa, che pure era a conoscenza della mia totale incompetenza culinaria – e nessuno credeva che non avessi mai cotto nemmeno un ovetto. Erano tutti entusiasti! La mia era decisamente la miglior pasta e fagioli che avessero mai gustato in vita loro. La domenica successiva all’acquisto dei fantastici legumi, il Duca mi annunciò di avere invitato a colazione un amico incredulo. Malgrado la mancanza di fede, voleva introdurlo alla vera arte del mangiar bene. Che mi esibissi, dunque, e lo tramortissi – come avrebbe fatto un Artusi redivivo – e lo lasciassi lì, a boccheggiare sulla sedia, lo stomaco pieno e le ganasce spalancate! Dopo di che, come faceva di solito, mi diede qualche spicciolo per il resto della spesa. Dato che la somma mi pareva un po’ scarsetta, gli dissi di lasciarmi qualcosa in più. Avrei comprato altri fagioli, perché quelli rimasti non erano sufficienti per cinque persone.
    «Dove li hai messi?!», scattò il Duca come se lo avessi punto con uno spillo su quel grosso culo da sposa che gli era spuntato da quando aveva superato i quaranta. «Li hai venduti?!».
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