www.mauricebignami.it Gli uomini eguali
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Forse vero non è; ma un giorno è fama
che fur gli uomini eguali, e ignoti nomi fûr plebe e nobiltade. (Parini, Il mezzogiorno, 250-52, da Il giorno) |
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Gli uomini eguali ©Edizioni Bietti 2005 Rassegna stampa Acquista il libro Maurice Bignami |
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Giù
in pianura
si faticherebbe a esser partigiani
se non ci fosse la gente amica Otto
giorni dopo, abitavamo a Calcara, un paesino sulla strada che da San
Giovanni in Persiceto, tagliando dall’alto in basso la Via
Emilia, porta a Crespellano.
Avevamo preso una stanza in affitto da un certo Augusto Lazzeri, un vecchio barbiere che abitava alla Fondazza, di fronte al ponte sul torrente Samoggia. Non si poteva certo asserire che quel posto garantisse il massimo della sicurezza, ma di primo acchito non avevo trovato niente di meglio. D’altra parte, se non potevo rivolgermi, per ovvi motivi, ad antifascisti dichiarati, non me la sentivo nemmeno di affidarmi a gente qualsiasi, che subito avrebbe chiesto chi fossi e cosa ci facessi da quelle parti. Bisognava accontentarsi di una via di mezzo e Augusto lo era. Era anche un bell’originale. Non aveva mai voluto aderire al Fascio e, quando i militi lo incontravano di sera e lo obbligavano – bisogna ammettere, piuttosto bonariamente – a tornarsene a casa, prima tentava una modesta resistenza passiva e poi se ne usciva con una battuta diventata proverbiale: «Vado a letto… ma non dormo!». Il primo periodo di clandestinità fu caratterizzato da un’impressionante penuria di mezzi finanziari. In pochi giorni avevamo consumato quei quattro soldi che Rina e mia madre si erano portate appresso nel loro viaggio a Firenze. Avevo cinquemila lire depositate al Credito Romagnolo, ma non mi sembrava il caso di rischiare l’arresto per essermi intrufolato in una banca. Per quanto non brillassero di un particolare acume, fascisti e Polizia erano bellamente in grado di prevedere una mossa così scontata. Non mi pareva nemmeno prudente, per il momento, di mandarci mia moglie. C’era, infatti, la possibilità che fosse arrestata e usata come ostaggio. Alla fine di dicembre, riuscii a recuperare quella somma, sufficiente per sopravvivere in due un paio di mesi, ma ormai avevo già sistemato in altri modi i miei affari. Non potevo nemmeno chiedere il sussidio di sfollamento, che sarebbe stato come autodenunciarmi. E dell’officina non avevo più notizie dal giorno del mio arresto. Molto più tardi, seppi che il mio socio aveva ripreso il lavoro, forse con la speranza di non avermi mai più tra i coglioni. Insomma, ero alla macchia e alla fame. Per fortuna, pochi giorni dopo essere diventato un misero sfollato bolognese a Calcara, venne ad abitare nei pressi mio cognato Gino Babini, di professione commerciante ambulante e persona di notevole esperienza in fatto di surviving. Subito, decidemmo di mettere in comune le nostre miserie e di unire gli sforzi per guadagnare due lire e non morire d’inedia. Purtroppo, la sua tradizionale entratura nel campo della compravendita degli indumenti usati non ci consentiva grossi dividendi, ché il vintage era ancora lontano da venire. Convenimmo, allora, di allargare i guadagni lanciandoci coraggiosamente nel settore dei prodotti di bellezza. La Panigal aveva a quei tempi la sua sede in via Decumana, a Santa Viola, una frazione di Bologna. Gino acquistò con gli ultimi quattrini alcune casse di saponette – articoli tra i più richiesti, specialmente dalle signore – e noi maschietti incominciammo a girare i casolari. Frequentando in tal modo la campagna, notammo che tra le specie vegetali maggiormente presenti negli orti vi era anche una pianta erbacea appartenente alle Cocurbitacee, la Cocurbita maxima, più comunemente conosciuta come zucca. Ora è noto, e lo era anche allora, che i semi di quel benedetto vegetale, una volta cotti, si trasfigurano incredibilmente in brustolini. Questa scoperta ci spalancò un’ulteriore possibilità di profitto, ma prima di avvalercene dovevamo risolvere una difficoltà di non facile soluzione, ché non ci si trasforma in magnati degli stuzzichini in quattro e quattro otto: il sale, divenuto ormai una merce affatto introvabile. Ancora poche settimane e col sale i fascisti avrebbero pagato il premio a chi avesse denunciato partigiani, ebrei e soldati alleati fuggiti dai campi di prigionia. Cinque chili di sale da una parte, una vita umana dall’altra. Ma già in quei primi giorni di Repubblica Sociale – per le difficoltà procurate ai trasporti dai bombardamenti alleati, per l’attività predatoria dell’esercito tedesco di occupazione e, causa non ultima, per un’intrinseca incapacità a gestire anche le questioni minute mostrata fin dal principio da quella specie di pseudo Stato – il sale mancava sulle tavole degli Italiani. Pensai, allora, di ricorrere alla tabaccaia di Bazzano, a quella brava donna che aveva tollerato con grande simpatia i nostri canti sovversivi all’epoca delle scampagnate fuori porta e ne ottenni più di quanto sperassi, addirittura trenta chili, e senza alcun supplemento di sorta. E con quel ben di dio, le femminucce di casa si calarono di brutto sul mercato dei salatini. Di giorno, Rina e Mimma, sua sorella, cuocevano in acqua salata i semi delle zucche e li accomodavano in graziosi coni confezionati con carta di giornale; la sera, giravano i bar e le osterie dei dintorni. Poveri in canna, eravamo tornati alla tradizionale divisione del lavoro per genere! Queste amenità mi permisero di vivacchiare alla meglio, in attesa del momento buono per riallacciare i rapporti con Mario Peloni. Nel frattempo, mi guardavo attorno e da bravo ragnetto in vacanza tessevo la mia rete. Appena giunto a Calcara, avevo contattato Dante Prandini, un sarto di Piumazzo che abitava con la famiglia al Borghetto. Nel ‘40, era stato condannato a due anni di ammonizione per espatrio clandestino in Francia. Quando era scoppiata la guerra e l’Italia stava ancora alla finestra, i Francesi avevano tentato di arruolarlo nell’Armée. Al suo rifiuto, era stato subito preso a calci in culo, espulso dal Paese e consegnato alla giustizia italiana. Dopo l’8 settembre, per la sollecitudine di un maresciallo dei Carabinieri che lo aveva inserito in una lista di ostaggi da arrestare in seguito all’uccisione di un paio di fascisti, si era dato alla macchia e rifugiato a Calcara. Raggiungevo la sua dimora, una traballante bicocca a un piano che dire modesta era più che altro un eufemismo, costeggiando il torrente Samoggia per un paio di chilometri. Ci abitava con la madre – una di quelle donne eccezionali che non rimproverano i figli impegnati nella lotta nemmeno quando rischiano la pelle – e la sorella Olga, una bella fanciullona, sempre allegra e anche lei disposta a sostenere l’impegno del fratello, a dire il vero senza rendersi ben conto del pericolo a cui andava incontro. Ricercato, privo di documenti falsi, senza precise indicazioni dal Partito, la tranquilla audacia di quella famiglia mi aiutò a tirare avanti più di qualsiasi altra cosa nei faticosi e ingarbugliati primi giorni di clandestinità. Poco tempo appresso, conobbi Rino Vitali, un ragazzo che in seguito combatterà nelle fila della Divisione Carlo Scarabelli e sposerà Olga. Con Rino, coinvolgendo man mano altri compagni, cominciammo a organizzare una prima serie di riunioni. L’argomento principale di discussione era sempre lo stesso: che farsene dei tanti militari imboscati che rifiutavano la leva, nonostante i numerosi proclami emanati dalle autorità tedesche. La sorte toccata ai loro commilitoni fatti prigionieri i primi giorni di occupazione, molti dei quali già spediti in Germania, non favoriva di certo la formazione del nuovo esercito fascista al servizio dei nazisti. In ogni modo, durante le prime settimane del nuovo regime, la caccia ai soldati italiani che non si presentavano come richiesto ai Comandi non fu particolarmente energica e quasi tutti continuarono a vivere tranquillamente in famiglia o presso parenti compiacenti. Fu con la chiamata alle armi delle classi relative agli anni ‘24 e ‘25 – ai primi di novembre e soprattutto a fine dicembre, quando i fascisti si resero definitivamente conto che erano in pochi, troppo pochi, a presentarsi spontaneamente e quindi minacciarono di arrestare i genitori dei giovani renitenti – che il problema si fece serio e urgente. La fine dell’autunno, comunque, aveva portato a un relativo consolidamento del nuovo governo, mentre la spavalda dichiarazione di guerra alla Germania di Badoglio e Vittorio Emanuele, proclamata il 13 ottobre dal sicuro rifugio brindisino, aveva lasciato piuttosto perplessi gli Italiani che stavano al di qua del fronte. L’avversione ai fascisti e specialmente ai Tedeschi era pressoché unanime, ma incertezza e disorientamento erano la norma. È bene ricordare che la Resistenza fu all’inizio opera di pochi, i quali dovettero partire dal nulla e conquistarsi a fatica, un pezzetto alla volta, la simpatia dei tanti. Per ora, le nostre reti erano ancora in rodaggio e il reclutamento di massa ancora di là da venire. Dopo circa un mese, arrivato ormai al capolinea della sopportazione, con la scusa di un viaggio alla Panigal di Santa Viola per rifornirmi del nostro fenomenale prodotto di punta, raggiunsi Bologna alla chetichella. Il clima in città era cambiato, e cambiato in peggio. Non si incontravano molti Tedeschi in giro, ma la gente camminava rasente i muri. Nessuno ti guardava in faccia e tutti tiravano dritto per la loro strada, tristi e avviliti. Non vedevo Bologna dalle manifestazioni di luglio, quando il fascismo era caduto come una pera marcia e tutti, esclusi i carognoni più compromessi, erano improvvisamente precipitati in un’allegria da ultimo giorno di scuola. Ora, pareva che il primo freddo – e tutto quello che era capitato dai giorni felici di inizio estate – avesse portato con sé paura e umiliazione e la città era infelice e desolata assai più che negli ultimi giorni del vecchio potere mussoliniano. Arrivai al Pratello che il sole stava tramontando e l’oscurità si inguattava sotto i portici, allargando le zone buie in cui nemmeno mamma orco avrebbe riconosciuto i suoi orchetti. Abbassai le falde del cappello, alzai il colletto della giacca e mi arrischiai per quella via dove anche gli sputi per terra mi chiamavano per nome. Per buona sorte, non incocciai anima viva e così infilai un portone di sguincio, salii a due a due una rampa di scale tenebrosa e bussai da Belletti. Fu Mario Peloni ad aprirmi l’uscio di casa. «Ma che, sei matto a mettere piede a Bologna?!», mi apostrofò all'istante Mario, tirandomi di prepotenza dentro l’appartamento. Anche Belletti sembrava scosso, quando tornò dopo avere dato un’occhiata lungo il corridoio e giù per le scale. «Non potevi mandare tua moglie o qualcuno di meno compromesso?!». Mario era dimagrito dall’ultima volta che ci eravamo visti, quella mattina alla stazione di Casalecchio. «Ti stanno cercando dappertutto, quei boia! Girano i caffè e le botteghe, vanno da tutti gli amici e vogliono sapere dove sei andato a rintanarti. Se ti mettono le mani addosso, sono guai per tutti!». E mentre inveiva a bassa voce – ché nessuno sentisse, ma io capissi di averla fatta grossa – con le mani mi stringeva le braccia e coi pugni mi dava dei colpetti sul torace. Era contento di vedermi e la sfuriata durò meno di una grandinata estiva, quando piovono chicchi grossi come sassi di torrente e in un batter d'occhio la terra si ricopre di balocconi di ghiaccio e i raggi del sole, tornato a risplendere, si frantumano in mille riflessi bluastri. «Come ti sei sistemato?!», voleva sapere Mario. «Ma è un posto abbastanza sicuro?!», chiedeva Belletti. Insomma, allegramente descrissi tutte le mie ultime peripezie, ché, stando insieme a loro, ne vedevo solo il lato comico. Poi, accennai a quella prima bozza di rete che avevamo tirato su a Calcara e Mario ne fu addirittura entusiasta. «Continua così», mi disse «Per ora, stiamo ancora studiando il modo migliore per organizzarci, che se ci arrestano devono fare pippa». Ora, Mario era diventato serio come solo lui sapeva essere. «Bisogna pensare a cellule stagne di pochi elementi, con solo il responsabile a tenere i rapporti tramite un unico contatto. Così, per loro non c’è modo di salire o di scendere la catena.». Cercava sempre i miei occhi e ogni tanto mi stringeva con le mani. Più che affetto, adesso, era come se avesse timore che non capissi esattamente i rischi e la portata della nostra azione. «E appena possibile, dobbiamo colpire senza pietà, le cose e gli uomini, attaccare i mezzi e le vie di comunicazione e i fascisti più bastardi. Un esempio, devono diventare, ché a nessuno venga la voglia d’arruolarsi nelle loro fila». Stabilimmo, per ora, di incontrarci da Belletti ogni mercoledì pomeriggio. Era andata bene una volta, sarebbe andata bene ancora, almeno fino a quando i collegamenti non fossero migliorati. In fondo, erano anni che ci allenavamo e non ci mancavano le basi del mestiere. Dopo di che, senza dire un accidenti a nessuno, feci un salto in Santa Croce, sopra il vecchio appartamento di mia madre, a ritirare quelle quattro carabattole che avevo messo amorevolmente da parte all’epoca in cui Mario non era ancora Responsabile Militare e, in generale, la chiacchiera la faceva da padrona. Tornato a Calcara, dovetti affrontare una nuova emergenza in famiglia. L’inverno era ormai alle porte e stavamo tutti crepando dal freddo. Ora, per non soccombere al gelo, toccava procurarsi con celerità della legna da ardere e la soluzione più semplice era andarla a prendere là dove ce n’era in abbondanza. Bazzicando i dintorni per motivi imprenditoriali e per esigenze cospirative, da tempo avevo avuto modo di notare, lungo la strada che porta da Calcara alla Bazzanese – l’antica via pedemontana che collega Bologna a Vignola e a Sassuolo – i nuovi lavori di elettrificazione. Di là dal fossato che costeggia la carreggiata, lunghi come poderosi manici di scopa, numerosi pali di legno stavano accucciati a terra a qualche metro di distanza l’uno dall’altro. Erano fermi lì, al ghiaccio, a ricoprirsi di fango e di brina. Allora, col favore della notte, io e mio cognato, uno davanti e l’altro dietro, iniziammo amorevolmente a occuparci di loro. Ci recavamo sul luogo del delitto e, caricatone uno sulle spalle, più lesti di una coppia di topini lo trasportavamo fino a casa, e là, semi-nascosti in un cortile dietro a una baracchetta, superando le paure del povero Augusto non assuefatto a questo far da sé da bricoleur, lo segavamo a tocchi facilmente manipolabili. Purtroppo, non potevamo considerare quell’espediente come una soluzione di lungo periodo. Anche se avevamo l’accortezza di portare via un palo sì e l’altro no, prima o poi qualcuno si sarebbe accorto dei nostri straordinari e avrebbe avvisato chi di dovere. Aggirarsi di notte, col rischio di farsi cuccare da una pattuglia con un affare lungo e pesante sulle spalle e un’imputazione di sabotaggio in saccoccia, non era un’esperienza da ripetere a iosa. Decidemmo, pertanto, di provvedere alle nostre necessità familiari sgraffignando a una fonte assai meno pericolosa. Nei pressi di casa, ammonticchiata contro un muro sul retro della sede del Fascio, si innalzava una gigantesca catasta di legna, ogni pezzo tagliato a tocchetti e affastellato con cura. L’onesto barbiere avrebbe apprezzato la delicatezza. [...]
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