www.mauricebignami.it            Gli uomini eguali
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Forse vero non è; ma un giorno è fama che fur gli uomini eguali,
e ignoti nomi fûr plebe e nobiltade.
(Parini, Il mezzogiorno, 250-52, da Il giorno)
Gli uomini eguali
©Edizioni Bietti 2005
 
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  • Biografia di Maurice
  • Biografia di Nino
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    Maurice Bignami









    Torquato giovane
    L'otto giugno del '26 era una giornata tersa e soleggiata. Dall'alto delle mura, un osservatore curioso avrebbe notato come i verdi colli che circondano mezza Bologna, mossi da spirito ecumenico, sembrassero sfiorare le nostre tetre viuzze. Era il giorno del mio sedicesimo compleanno [...]

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    Una bandiera un primo maggio
    c’era una volta a Bologna un ghetto, bambini rabbiosi e forme strazianti di lotta di classe

    È dura, la vita, e amara come l’erba dei gatti o quella delle vecchie raccolta sul limitare dei fossi, quella che rende la Quaresima ancora più lunga e fosca. Sa essere facile, però, e dolce e spensierata, talvolta, quando la prendi di petto e a morsi ti ingozzi.
    «Baciapile! Fascista! Bolscevico dei miei marroni!», urlavano i ragazzini una mattina del ’21 fuori dalla scuola Bombicci in via degli Orbi, ora via Turati. A calci e pugni, con tigna, giocavano a fare i grandi e, nel loro piccolo, mostravano gli umori del tempo. Le mura che circondavano da cinquecento anni Bologna e gli orti che vi si appoggiavano a tratti, dando alla città un’aria ancora da paese, se ne sbattevano degli uomini e dei loro recenti conflitti, ma gli industriali, gli agrari, i banchieri, i bottegai – tutti gli artefici rognosi della modernità – si azzannavano allegramente tra loro e uniti, di buona lena, davano addosso agli operai. Le zuffe tra quei pescecani di varia misura e i poveracci con le pezze al culo erano talmente esagerate, in quegli anni del primo dopoguerra, da coinvolgere persino gli scolari di una scuola elementare.
    Allora, via degli Orbi era suddivisa in tre zone distinte e tratteggiava nella topografia cittadina le differenze sociali: al centro, le villette e i palazzi signorili; da una parte, verso via Sant’Isaia, le case decenti degli operai con un lavoro sicuro e dei borghesucci paffuti e tranquilli; dall’altra, in quella terza fetta che arrivava a cozzare contro i portici di via Saragozza, il blocco delle Maccaferri, il dormitorio degli operai straccioni e alla giornata, che faticavano a sborsare anche l’affitto più magro. Lo si raggiungeva da un viottolo in terra battuta, tra frutteti misti a filari d’uva e le prime casupole a un piano. Alla fine della viuzza, sulla destra, si innalzavano gli edifici più grandi, a due piani, il cuore delle Maccaferri, con l’ampio cortile sassoso e il muro alto un metro e una spanna a proteggere l’isolato dalle piene del torrente Ravone. E, di là dalla modesta muraglia, oltre il rivo, una terra a sé, quella dei bambini senza un centesimo, i campi ove giocare nell’erba fino a tardi l’estate e scivolare sulle pozzanghere d’acqua ghiacciata l’inverno.
    Noi – mio padre, mia madre e io – abitavamo oltre le Maccaferri, in un angolino buio e derelitto a ridosso di via Saragozza, la strada di quelli più ricchi di tutti, coi portici che si allungano fino al santuario della Madonna di San Luca sul Monte della Guardia. Da quelle parti, la miseria era così ben radicata e fiorente che fin dalla culla i genitori insegnavano ai figli a tendere la mano e a dire «Grazie, signor padrone!». Un’arancia a Natale, due fichi per l’Assunta e per giocattoli palle di stracci, ossi di ciliegia, biglie di terracotta o di vetro, quando il grasso colava. E, al ritorno da scuola, in estate, quand’anche le strade di città si facevano tratturi polverosi pieni di buche e pareva che fosse passata anche di lì l’artiglieria di Cecco Beppe, toccava togliersi di corsa le scarpe, perché non si consumassero più di quanto già non lo fossero. Anche nel vestiario c’era poco da scegliere, tutti indumenti da quattro soldi comprati dagli stracciaioli oppure ricavati da vestiti dismessi e poi accorciati, rammendati, rivoltati più volte – ché non c’è limite al peggio – e, quando ormai lisi come garza si laceravano senza rimedio, rabberciati con toppe di fantasia. Così, come un babbuino, portavi sul fondoschiena in giro per le strade le insegne infami della povertà.
    A nove anni, ero già fattorino alla drogheria Paglia e facevo del mio meglio per qualche grammo di zucchero e un paio di caramelle. Quelle leccornie, me le ciucciavo un po’ alla volta per farle durare di più. Dopo una succhiatina, le sputavo in mano e subito, goloso, le riprendevo in bocca. Poi, mi leccavo le dita tenendomene un tocchetto di scorta in fondo alla tasca. In seguito, fui assunto alla macelleria Tugnoli e di tanto in tanto rimediavo perfino una bistecca. Ma erano i soldi che mancavano e per averne qualcuno passai da Faccani, un barbiere di via Saragozza. Tenevo il negozio pulito, spazzolavo le giacche dei clienti e quelli che non mi davano la mancia, l’unico guadagno, uscivano dalla bottega con più peli sulle spalle di un accalappiacani. A quell’epoca, ficcavo tutti nello stesso mazzo e non avevo ancora capito che, per far bene le cose, tocca vedersela direttamente col principale.
    A dire il vero, assieme agli altri bambini che frequentavano gli incolti territori oltre il Ravone, mi ero già fatto un’opinione sui misteri della vita. Vi sono momenti nelle vicende umane in cui si cresce in fretta e non c’è verso di poter stare tranquilli ad aspettare che le cose vengano da sé, coi tempi loro. Così, quando i muratori del cantiere edile che si affacciava sulla scuola Bombicci si mettevano in sciopero, anche noi ragazzini delle Maccaferri facevamo altrettanto, astenendoci dalle lezioni. Il direttore della scuola, Oreste Vancini, ci esortava a entrare, a farla finita:
    «Ma che fate, bambini? Venite dentro, presto!», ci diceva con una vocina alla mastro Geppetto. «Quel che fanno i grandi non vi deve interessare. Studiate, piuttosto, che a rimanere ignoranti c’è solo da rimetterci».
    Vancini era una brava persona, che voleva il nostro bene, ma noi eravamo figli di quegli uomini, o di altri che tribolavano altrettanto, e questo ci pareva più che sufficiente.
    Anni dopo, nel ‘44, i gappisti di Castel Maggiore fecero saltare in aria la Casa del Fascio di Argelato, con i militi dentro. Per rappresaglia, il giorno appresso, i fascisti ammazzarono cinque ostaggi fra i quali il vecchio Vancini, sfollato da quelle parti e conosciuto come simpatizzante socialista.
    Avevo undici anni e l’ingiustizia mi pesava addosso, mi toglieva il respiro. Mi infuriavo per un nonnulla peggio di un animale che ha preso troppi calci senza ragione, e la rabbia che mi cresceva dentro e mi afferrava alla gola la rigettavo in faccia ai bambini ricchi o che tali mi apparivano. Quelli, li riconoscevo al volo. Avevano un’aria rilassata e serena come i gatti allevati in casa, che li faceva andar bene a scuola e crescere con una buona educazione. Più che altro, avevano lo sguardo del padrone ancora più del genitore. Da piccolo mostri i sentimenti senza remore, al naturale.
    Ne avevo un esemplare eccellente in classe, un ragazzotto sveglio, già perfettamente consapevole della superiorità che il denaro sa dare a qualsivoglia età. Arrogante, non tralasciava nessuna occasione per umiliare un compagno di banco. Era un piccolo ras, con la sua corte sempre pronta alla lusinga. Spesso, comprava una scatola di cioccolatini, con le figurine, e le distribuiva. A chi una, a chi due, a chi niente. In quel modo, corrompeva e divideva. Maledetto! Cercavo sempre di rubargli qualcosa, di infastidirlo. Lo pizzicavo, lo sballottavo, gli davo addosso ogni qualvolta mi capitava a tiro. Una mattina d’inverno, di quelle col vento gelido che si infila sotto i portici e a morsi arrossa le ginocchia e la punta del naso, andai a scuola portandomi dietro una bottiglietta che avevo pescato la sera innanzi nel Ravone. L’invidia, che mi rodeva dentro come se avessi ingoiato un topo, acuiva il mio ingegno. Guardando la boccetta galleggiare e rimbalzare tra le pietre che ostruivano a tratti il corso del torrente e nascondersi tra i cespugli ricoperti di brina, avevo subito immaginato il seguito. Tornato a casa, mia madre mi aveva sgridato e allungato una serie di scappellotti a ripetizione per i vestiti bagnati e il terrore della broncopolmonite, il babau di tutti i genitori. Avrebbe pagato anche per questo, il boia! Tenni la pipì fino al mattino; poi, nascosto nell’androne di un palazzo, la feci piano piano, introducendo la punta dell’oca nel collo della bottiglia. Era di un bel giallo paglierino, color del vino bianco. Aggiunsi un po’ di zucchero in polvere, ché non si accorgesse dello scherzo al primo sorso, e alla ricreazione la bevanda era fresca e invitante come un vinello appena tirato su dal pozzo. Allora, depositai l’esca sul banco e il citrullo abboccò.
    «Me ne dài un goccetto?».
    Quando si può sbafare gratis, non ci sono ricchi o poveri che tengano.
    Alzai le spallucce come se avessi ben altro per la testa e non me ne importasse più di tanto e risposi:
    «Solo un sorsetto, però».
    Ingoiò mezza bottiglia rovesciandola direttamente giù per il gargarozzo, meglio di un secchiaio appena sturato. Poi, d’improvviso, strabuzzò gli occhi e smise di respirare. Dopo di che, annaspò con le manine e fece bum! Un sacchetto di carta, sembrava, di quelli che riempi d’aria e fai scoppiare per spaventare la mamma. Non la smetteva più di tossire e strabuzzava gli occhi, prostrato dalla fatica di sputarla tutta. Con le unghie, si aggrappava al banco e coi piedini picchiettava il pavimento, un colpetto alla volta. Pareva un pupazzo meccanico, una di quelle scimmiette di latta che suonano il tamburo. Ridevano tutti, adesso, anche la corte ruffiana. I piccoli sanno essere carogna come i peggiori lestofanti. A quell’età, poi, si fa sempre tutto sul serio, specialmente quando si sghignazza. D’altra parte, i figli non sono meno disgraziati dei padri e la rivalsa dei poveri è sempre sopra le righe, sgangherata e priva di gusto com’è.
    A scuola, avevamo maestri sensibili e capaci, e soprattutto pazienti, ma uno più di ogni altro era amato da tutti: il maestro Gherardi, un ometto anziano e claudicante. Come si sa, i bambini si affezionano in modo particolare ai vecchi, però mal sopportano gli storpi. Pertanto, il fatto che il maestro Gherardi facesse eccezione testimonia il suo straordinario valore. Spiegava la lezione in maniera spontanea, recitando a soggetto, e spesso accennava alle cose della vita. Vi alludeva così, senza dare troppa importanza, di sbieco; dopo di che, fulmineo, arrivava dritto al bersaglio. Era un arciere provetto, il fine pedagogo, e ci infilzava il cuore come gli pareva. In quei giorni, a dire la verità, per trovare un tema di discussione generale che sapesse commuovere un branco di ragazzini stradaioli vi era soltanto l’imbarazzo della scelta. Gli avvenimenti che scuotevano l’Italia e la rivoltavano come un calzino, il fascismo che prendeva piede e gli operai che le buscavano erano divenuti argomenti di tale ordinaria amministrazione che era impossibile tenerli fuori dall’uscio. Tutte le famiglie erano coinvolte. I nostri padri, poi, a furia di agguantarle si erano fatti per forza ottimi incassatori. Stavano ancora in piedi e noi, orgogliosi, tifavamo per loro, ma era come ragionare di calcio quando tieni per una squadra che è ruzzolata in fondo alla classifica e rischia di brutto la serie B.
    A dirla tutta, mi ero legato al maestro Gherardi anche perché, nei ritagli di tempo, mi aiutava a preparare un concorso di aritmetica e di componimento, una materia – quest’ultima – in cui a suo dire ero abbastanza dotato. All’ora in cui il sole scompare dagli avanzi di cielo che sovrastano i vicoli e lascia sui muri delle case un mesto ricordo di sé, mi recavo dal vecchio maestro ed egli, senza chiedere una lira, mi impartiva lezioni private e fette di pane imburrate.
    «Studia, piccino mio», canticchiava; «studia e istruisciti più che puoi. Non aver fretta di crescere, ma abbi fede e tanta pazienza». Gli insegnanti dell’epoca, infatti, erano tutti emuli del grande Tolstoj. «E, soprattutto, impara a scrivere, che ne ferisce più la penna che la spada!».
    Una mattina, prima che la campanella suonasse, mentre in quattro o cinque eravamo intenti a giocare in mezzo alla via, udimmo delle grida provenire dall’atrio della scuola. Una decina di fascisti in camicia nera, coi manganelli in mano, uscì dal portone e svoltò per via Saragozza. Cantavano a squarciagola e ghignavano contenti. Addosso, avevano quell’allegria che si impossessa degli ubriachi e sovente li fa diventare animali da preda. In corridoio, sbattuto a terra come una pezza da piedi, trovammo il vecchio Gherardi, gli occhi sbarrati e il viso imbrattato di sangue. Tremava come un epilettico e curiose bollicine di bava rossastra fuoriuscivano dalla bocca socchiusa, scoppiettando con un rumorino secco. Uno di noi si mise a ridere e, subito appresso, a piangere. Mi inginocchiai e col bordo del grembiulino asciugai le labbra tumefatte.
    Fu na rivelazione, un definitivo benvenuto a calci in culo nel mondo degli adulti. Avevano picchiato una persona anziana, menomata, buona con tutti e non ne capivo il perché. Lo venni a sapere il giorno appresso: Gherardi era considerato un sovversivo; definizione ambigua, magica e stregonesca come poche altre. Ne imparai più tardi l’esatto significato, ma per me quella parola ha sempre avuto un retrogusto amaro, il sapore del sangue e della vendetta. Da quella mattina, la delicata filosofia del maestro Gherardi perse ogni attrattiva e andò a farsi fottere.

    Verso la fine di aprile, venimmo a sapere, noi delle Maccaferri, che i muratori del vicino cantiere intendevano festeggiare il Primo Maggio, mentre i fascisti si proponevano di impedirlo. Decidemmo, allora, di dare il nostro contributo alla causa e di issare una bandiera rossa in cima all’alberone che faceva capolino dal vecchio deposito di carbone di via degli Orbi, l’albero più alto di tutto il quartiere. Ci procurammo un pezzo di stoffa rossa e il giorno fatidico lo legammo a un bastone. Naturalmente, io fui incaricato dell’impresa. Ero il ragazzino più basso della compagnia, ma il più agile e – a seconda dei punti di vista – un bel furbetto o un gran coglione. Avevo dimostrato in tante occasioni di essere il tipo più deciso: un discolo ribelle, coi capelli neri arruffati, la faccia infangata e l’espressione spavalda di chi è sempre costretto a farsi avanti coi pugni. Afferrai la bandiera, un pezzetto di spago e iniziai l’arrampicata.
    Mentre salivo issandomi di ramo in ramo, congetturavo tra me e me su tutte le rogne che avrei subito se qualcuno avesse confidato ai fascisti il nome dell’autore di quel gestaccio, ma era come se una mano mi tirasse per il coppino, di filato verso la cima. In basso, ai piedi dell’immane ippocastano, sparpagliate come minute palle di Natale, intravedevo le testoline dei miei compagni di giochi guardare in su, lo sguardo estasiato, rapito dalla mia intraprendenza. A tratti, percepivo anche l’eco delle risate e le vocine acute rimbalzare lungo lo sterminato tronco e frangersi tra le fronde.
    «Dài, Nino, che sei il più forte!».
    «Oh, attenti! Non cascarci addosso, che ci faresti tanto male!».
    «Sembri un gatto, lassù tra i rami! Salta un po’ giù, se ci riesci, e acchiappa ‘sto topolino».
    Ormai, non ascoltavo più nessuno. Ero arrivato così in alto, ma così in alto che tra me e il cielo azzurrognolo, coi suoi candidi nuvoloni a batuffolo appiccicati l’uno addosso all’altro, restavano solo un paio di rametti spessi come le zampe di una gallina e quattro foglie in croce. Allora, tenendomi stretto con le ginocchia, fissai la bandiera all’apice del mondo. Quella, non la tiravano giù neanche a schioppettate! Ci voleva un ragazzetto minuto per arrischiarsi a salire fin lassù, senza che la cima dell’albero si spezzasse e spedisse il malcapitato profanatore a sfracellarsi in mezzo ai mucchi di carbone.



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