www.mauricebignami.it Gli uomini eguali
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Forse vero non è; ma un giorno è fama
che fur gli uomini eguali, e ignoti nomi fûr plebe e nobiltade. (Parini, Il mezzogiorno, 250-52, da Il giorno) |
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Gli uomini eguali ©Edizioni Bietti 2005 Rassegna stampa Acquista il libro Maurice Bignami |
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Dal ‘62, eravamo andati ad abitare in una
graziosa villetta, con Parigi e tutta la periferia da un lato e la
campagna dall’altro. Mio padre non lavorava più in
officina, ma con positive ripercussioni sul piano finanziario da un
paio d’anni importava il Made in Italy
in Francia. A mia madre
non pareva vero. Avevamo una cucina all’americana, un bar in
ferro battuto e piani di cristallo e una Citroên DS col
tachimetro contachilometri che segnava i duecento. Ignara dei
radicali cambiamenti che le avrebbero di nuovo sconvolto la vita,
credeva di avere raggiunto finalmente una condizione di relativa
stabilità. Anch’io all’oscuro di tutto, ero in
quel catastrofico momento dell’esistenza in cui ciò che
sei stato fino ad allora è a pezzi, sottoposto a metamorfosi,
e non hai la più pallida idea di cosa stia succedendo. Andavo
a scuola in bicicletta, il freddo mi screpolava le ginocchia e mi
arrossava le orecchie e dalla bocca una scia di vapore mi appannava
gli occhiali. Mi sentivo tra il cielo e la terra, un jet che fa
acrobazie nell’aria. Mentre pedalavo a tutto spiano, sbirciavo
le ragazzine alle fermate degli autobus. Avevano appena fatto la
Prima Comunione, ma le guardavo ormai con occhi diversi. Mi sedevo in
riva alla Senna e fumavo sigarette osservando le chiatte scivolare
tra il ponte d’Argenteuil e quello di Bezon; poi, tiravo le
cicche il più lontano possibile e le seguivo con lo sguardo
fino a quando, spinte dalla corrente, scomparivano nel nulla. Ero
finito a piè pari nel disordine adolescenziale. Mio padre,
invece, era in piena crisi di mezza età. Si era fatto prendere
per la prima volta dalla nostalgia di casa e stufo di vivere come un
ramingo voleva tornare a Bologna. D’altra parte, sempre con mia
madre appresso, era fuggito dall’Italia nel ’46.
Commissario politico di una divisione partigiana, gli era sembrato
naturale, oltre che dovuto, assumere su di sé la
responsabilità di tutti i reati commessi dai suoi uomini.
Fuggito a Parigi, un amico lo aveva poi avvertito che era in arrivo
un mandato di cattura internazionale per concorso nell’omicidio
di un medico, segretario del MSI in un paesino del modenese.
L’esecutore materiale, rimasto gravemente ferito durante la
sparatoria che aveva preceduto il delitto, non sapendo dove andare a
sbattere la testa aveva pensato bene di bussare all’uscio di
mio padre. Questi lo aveva accolto, curato e poi sistemato in un
nascondiglio provvisorio. Un compagno d’armi non si abbandona
mai. Successivamente arrestato, però, quell’uomo lo
denunciò e si prestò a indicarlo come mandante. Così,
mio padre divenne il primo rifugiato politico italiano in
Cecoslovacchia, rimanendo in quel Paese fino all’assoluzione in
Corte d’Assise d’Appello. E anche mia madre, che
ostinatamente continuava a seguirlo, ebbe in tal modo la singolare
opportunità di frequentare a lungo il paradiso in terra.
Vissero più di tre anni dalle parti di Karlovy Vary,
alloggiando in un vecchio campo di prigionia e lavorando come bestie
da soma otto ore al giorno per campare e altre otto a beneficio dello
Stato. A cinquant’anni passati, appena le cose cominciarono ad
andare per il verso giusto, mio padre si mise a sognare i luoghi
della fanciullezza e dell’adolescenza, quando acchiappava la
vita a morsi e tutto era ancora possibile. Così, per una
curiosa coincidenza, eravamo entrambi in piena tempesta ormonale, la
condizione più infausta per prendere sagge decisioni. In un
paio di mesi, mio padre liquidò tutti i suoi affari e
nell’estate del ’64 ci trasferimmo sulle rive del Reno.
Lo chiamarono così, suppongo, quelle tribù celtiche
originarie della Boemia, ma provenienti dalla Gallia, che occuparono
i dintorni a partire dal IV avanti. A loro, tutti i corsi d’acqua
ricordavano il fiume di casa, tanto più quelli accanto a cui
piantavano le tende. E forse provarono le mie stesse emozioni quando
giunsero a quei lidi: l’impressione di essere approdati in un
luogo dove i colori, le voci, gli odori, i sapori e il senso delle
cose sono più intensi che altrove. Subito, Bologna divenne per
me la città del Sole e della Luna. Era talmente carnale e
appassionata e così leggera e gaia! Tra ragazzi appena giunti
ai confini col sesso, ci raccontavamo complicate e sofferte storie di
voglia e di gagliarda prestanza e per tanto tempo ancora, anche se
disordinatamente, ogni evento mantenne una magica armonia, una luce
tenue sempre degna di nota. Purtroppo, l’amore e la guerra sono
due estremi apparenti della condizione umana ed è sempre
difficile assecondarne uno a dispetto dell’altro. Nella loro
arcigna autonomia, soffrono entrambi di una reciproca e fatale
attrazione. Dalle prime scorribande, la storia di mio padre è
attraversata da questo conflitto. Anche la mia. E avere privilegiato
per indole e contesto storico un polo rispetto all’altro non ci
ha portato a calpestare territori avversi. Entrai a far parte della
Federazione Giovanile Comunista. Fu un’iscrizione d’ufficio
a cui non mi potevo sottrarre, come accade con le confraternite
religiose o le corporazioni di mestiere. Una strutturazione
antropologica arcaica che segue un andamento genealogico, di padre in
figlio. I miei riferimenti culturali, però, diventarono presto
altri e i rapporti con mio padre girarono prontamente al peggio. Non
mi fu mai imposto di pensarla come lui; anzi, suppongo che la critica
in un qualche modo lo consolasse. Già da un po’ di
tempo, infatti, mi osservava con una certa apprensione. Forse,
pensava, ha preso dalla madre. Mia nonna materna era morta travolta
dalla Spagnola nel ’18. Rimasto solo con quattro femmine e un
maschietto da tirare su, suo marito, mio nonno, si era dato alla
malinconia e al bere, dilapidando i cospicui beni di famiglia.
Cresciuta dalle sorelle maggiori, mia madre sviluppò una
sensibilità da signorina ben educata, superò a testa
alta il declino sociale e per mezzo secolo disputò con mio
padre una sorda battaglia. Lui, il campione dell’irriverenza
proletaria; lei, la paladina delle buone maniere. Elaborarono, ad
ogni buon conto, una strategia per lasciarsi amare reciprocamente. La
giovincella imparò il bolognese e si costrinse ad accettare
l’esprit gaulois di cui
quel dialetto è pregno; il ragazzaccio adottò una
modalità di comportamento per la quale certe lepidezze
andavano saggiamente esercitate fuori casa. Che potessi assomigliare
alla madre più che al padre è sempre stato per l’uno
un serio motivo di preoccupazione, per l’altra un incitamento a
sperare per il meglio. In tal modo, il mio arrivo a Bologna il giorno
di San Pietro e Paolo e la prima lunga estate passata in Italia
coincisero e in parte determinarono il mio ingresso in società,
il passaggio che mi traghettò dall’infanzia indefinita
al me stesso senza soluzione di continuità. Fin quasi alla
maturità e alle soglie del carcere, quando la scala temporale
di colpo si ingrandì e tanti piccoli fatti che avevano per
anni costituito un gradino si amalgamarono in un tutto distratto, ho
ricapitolato con passione gli avvenimenti che a uno a uno si
accumulavano e davano un senso alla mia identità. Ciò
nonostante, Bologna era una città in cui crescere, ma non,
purtroppo, un luogo di appartenenza. Avevo elaborato il distacco
dalla Francia rinunciando forzatamente al senso della Patria.
Sradicato, mi ero fatto cosmopolita. Mi sentivo uno straniero
ovunque, anche se scoprii che era assai più divertente essere
considerato un Francese in Italia piuttosto che un Italiano in
Francia. E fin che c’ero, declinai le vicinanze di interesse,
le organizzazioni prestabilite, i regolari corsi scolastici e iniziai
una carriera da solista, fuori dai cori.
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